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04/04/2026 ore 10.41
Politica

Conia su Autonomia differenziata e pre-intese: «Perché continuare a dire no e quanto colpisce il diritto alla salute»

Presa di posizione del Consigliere metropolitano: «La battaglia per la sanità pubblica è una battaglia di civiltà, non può essere ridotto a un mercato della salute tra chi può pagare e si cura e chi non può e aspetta»

di Redazione

«Non posso che manifestare la mia insoddisfazione e contrarietà sull’esito della riunione della Conferenza Unificata che nei giorni scorsi ha decretato un nuovo avanzamento per gli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto su «tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica», «protezione civile», «professioni» e «previdenza complementare e integrativa» e rendendo sempre più vicina l’attuazione dell’Autonomia differenziata».

È quanto afferma in una nota il Consigliere metropolitano delegato a Trasparenza ed Anticorruzione, Politiche dell’Immigrazione e dell’Accoglienza e della Pace, Beni Culturali, Cultura, Spettacolo, Sanità, Sviluppo e crescita della Piana di Gioia Tauro e sindaco di Cinquefrondi Michele Conia.

«Hanno votato compattamente contro la devoluzione di funzioni - ha spiegato Conia - le sei Regioni a guida Centrosinistra (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna, Puglia e Campania) e l’Anci nazionale che ha espresso parere negativo. Le quattro intese, composte ciascuna da sette articoli e identiche nella struttura, attribuiscono alle Regioni richiedenti un pacchetto di funzioni di maggiore autonomia: protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica. In qualità di consigliere delegato alla Sanità della Città Metropolitana di Reggio Calabria e di sindaco, e quindi prima autorità sanitaria nella mia Cinquefrondi, mi preme approfondire l’art. 3 che attribuisce alle 4 Regioni maggiore discrezionalità nella gestione delle risorse in ambito sanitario, con riferimento a cinque leve operative riconosciute a ciascuna Regione, subordinatamente al rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e dell’equilibrio economico-finanziario del proprio sistema sanitario».

«Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria - ha affermato - potranno pagare diversamente ospedali e cliniche convenzionate rispetto agli standard nazionali, purché coprano con risorse proprie la differenza e attraendo personale sanitario con condizioni economiche più competitive rispetto alle altre Regioni, contribuendo ad alimentare una migrazione interna dei professionisti; potranno gestire in piena autonomia le risorse trasferite dallo Stato per gli investimenti sul patrimonio edilizio e tecnologico delle proprie aziende sanitarie, attraverso la stipula di accordi di programma quadriennali; potranno riallocare su altri ambiti della spesa sanitaria le risorse nazionali che risultassero eccedenti rispetto agli obiettivi per cui erano state assegnate, previa attestazione del raggiungimento degli obiettivi. Ma la funzione che giudico più delicata, perché va a scalfire il principio di universalità sancito dalla Costituzione, è la possibilità delle Regioni di istituire e gestire fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale, riferibili a prestazioni che vanno al di là dei Lea vigenti creando una inaccettabile diseguaglianza tra chi potrà accedere alle prestazioni integrative e chi no. Inoltre è prevista la clausola di invarianza finanziaria che stabilisce che dall’applicazione dell’intesa non derivino nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. La durata delle intese, infine, è fissata in dieci anni, con rinnovo automatico per un uguale periodo salvo diversa volontà di una delle parti manifestata almeno dodici mesi prima della scadenza. È prevista anche l’istituzione di una Commissione paritetica Stato-Regione-autonomie locali, con funzioni di monitoraggio annuale sull’attuazione dell’intesa. Il prossimo passaggio è previsto in Parlamento, con le Camere chiamate ad esprimersi entro i successivi 90 giorni».

«Ricordando che la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,3% del Pil, ben al di sotto della media europea, ritengo urgente e non più rinviabile un cambio di fase aumentando i fondi al sistema sanitario pubblico, non tagliarli per poi sostituirli con fondi assicurativi e prevedendo investimenti sugli organici: senza personale non si riducono le liste d’attesa, non si rafforzano i servizi territoriali e non si alleggerisce la pressione sui pronto soccorso. In questo modo non solo si fermerebbe la fuga dal Ssn ma, assumendo personale sanitario stabile e non precario, si renderebbero più attrattive le professioni e le specialità disertate. Senza dimenticare i dati shock della sanità calabrese su mobilità oncologica, rinuncia alle cure, spesa per i medicinali insostenibile per le famiglie. Il progetto di autonomia differenziata, mai tramontato, nonostante la pesante bocciatura della Corte Costituzionale, continua ad avanzare ma il mio giudizio è inequivocabile: la battaglia per la sanità pubblica è una battaglia di civiltà, un sistema fondato sulla solidarietà e sull’universalità, così come prescrive la Costituzione, non può essere ridotto a un mercato della salute tra chi può pagare e si cura e chi non può e aspetta».