Dall’orchestrina sul Titanic ai Savonarola da strapazzo: Francesco Toscano chiude in Piazza Camagna provando a scuotere le coscienze
Il leader di Democrazia sovrana popolare rinuncia alla logica dell’insulto dalla piazza e affronta i temi scottanti della politica nazionale e internazionale
L’ultima piazza e l’ultimo palco di questa campagna elettorale se la ritaglia Francesco Toscano, leader di Democrazia Sovrana e Popolare che come suo costume non cerca la pancia della gente, ma prova a scuotere le coscienze di una città «anestetizzata» mirando dritto ai palazzi romani e ai network nazionali, che spesso e volentieri si sono dimenticati che in questa tornata elettorale i candidati erano quattro. Il suo comizio parte da lontano, dai venti di guerra che spirano sul fronte est, per planare drammaticamente sulla debolezza strutturale di una classe politica locale e nazionale definita, senza troppi giri di parole, «un gruppo di pagliacci».
Il discorso di Toscano si apre con un attacco frontale al «circuito mediatico mainstream», accusato di agitare lo spettro di imminenti attacchi russi all'Italia – «bugie pacchiane e disinformazione pura» – per un fine preciso: «Preparare il terreno a un allargamento del conflitto a beneficio dei venditori di armi».
Il parallelo con il 2022 ucraino serve al candidato per invocare una sveglia democratica «prima che sia troppo tardi». Ma quando lo sguardo si sposta sulla reazione del Paese l'analisi diventa più spietata: «Non vedo una consapevolezza reale della gravità dei tempi. Vedo signori che continuano a suonare come l’orchestrina sul Titanic mentre i problemi diventano ogni giorno più gravi».
Toscano non fa sconti e punta il dito contro le contraddizioni dei leader nazionali. Giuseppe Conte viene liquidato come un «pacifista a parole» che, quando era al governo con Draghi, firmava i decreti per l'invio di armi a Kiev. Peggio ancora, per il leader di Dsp, fa Matteo Salvini, definito «ancora più ridicolo», capace di recitare la parte del filorusso mentre avalla la linea bellicista del governo.
C'è spazio anche per una riflessione sociologica sul populismo della prima ora, individuato nel fenomeno del primo Movimento 5 Stelle e di Beppe Grillo che viene riletto come una gigantesca operazione di manipolazione di massa. «Quando la gente è arrabbiata vuole un vendicatore, un Savonarola da strapazzo», attacca Toscano, ricordando le piazze oceaniche che applaudivano il «vendicatore miliardario». Una crescita rapida che, secondo il Toscano, nascondeva già quello che definito il «tradimento» delle istanze popolari.
Una narrazione che racconta il passaggio dalla «competenza» della Prima Repubblica – «dove la classe politica, pur con i suoi limiti, era colta e rispettosa della sovranità popolare» – all'attuale sottomissione ai mercati, allo spread, alle agenzie di rating e a colossi finanziari o militari come BlackRock e Leonardo.
Toscano si rivolge direttamente ai cittadini, scavando nelle ragioni dell'astensionismo e della rassegnazione: «Perché continuate a farlo? Perché siamo impauriti e disillusi. Pensiamo che se tutti sono uguali, se tutti sono servi, allora tanto vale votare il mediocre che, bene o male, mi farà un favore sul piano privato e personale».
È una lucida denuncia, se vogliamo, di quel clientelismo che alla lunga si traduce in un «disastro pubblico». La ricetta proposta non è l'ennesimo insulto dal palco, ma una «rivoluzione culturale» affidata a un'avanguardia che abbia «il coraggio di guardare il mostro in faccia».
Il comizio si chiude con un'accettazione orgogliosa di un'etichetta scomoda: quella di essere il "grillo parlante" della politica odierna. «Un ruolo storicamente rischioso - ammette Toscano - ma l'unico possibile per chi rifiuta i padroni e le strutture sovraordinate, rivendicando il potere, oggi faticoso e isolante, della pura libertà».