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27/05/2026 ore 13.25
Politica

Il Pd di Bova Marina scrive alla Schlein dopo la debacle elettorale: «Azzerare la segreteria regionale e ripartire»

Dal circolo dem un’analisi dura del voto e degli ultimi anni: «Dissoluzione nei territori», richiesta di dimissioni dei vertici regionali e proposta di una nuova fase politica fondata su partecipazione, radicamento e congresso straordinario

di Redazione

«Bova Marina è un luogo dove la politica si fa ancora a contatto diretto con le persone, dentro al circolo si è dibattuto riguardo alle ultime elezioni amministrative sulle quali non si puo' tacere. Il centrosinistra reggino non ha perso le elezioni, bensì qualcosa di più importante: ha perso il popolo. La tornata elettorale del 24 e 25 maggio 2026, è solo l'ultima, dolorosa conferma. Fino a quarantott'ore fa il PD amministrava tre capoluoghi su cinque in Calabria. Oggi il bilancio è ribaltato: tre a due per il centrodestra. A Reggio Calabria, il cuore simbolico della Calabria meridionale, malgrado il recente sforzo della segreteria provinciale, si è chiusa dopo dodici anni la stagione del centrosinistra.

Francesco Cannizzaro, sostenuto da tutto il centrodestra, ha vinto al primo turno. Il sindaco facente funzioni uscente Domenico Battaglia, espressione del nostro campo, è stato sconfitto nettamente. Per noi di Bova Marina, non è un dato lontano: è casa nostra. A Crotone il sindaco uscente si è riconfermato con il sostegno convergente del centrodestra. Vibo Valentia è saldamente in mano al centrodestra da anni, con noi fermi a percentuali marginali. Catanzaro e Cosenza resistono e vanno rispettate come presidi, ma non bastano a nascondere il quadro reale. Alle Regionali la situazione è persino più impietosa. La Calabria è andata al voto tre volte in sei anni e in tutte e tre esiti siamo usciti sconfitti. Nel 2020 Jole Santelli vinse con il 55%, noi ci fermammo attorno al 30%. Nel 2021 Roberto Occhiuto prese oltre il 54%, mentre il centrosinistra restò molto distante.

Nel 2025 Occhiuto è stato rieletto con un consenso ancora più ampio. In cinque anni non siamo riusciti a costruire un'alternativa competitiva e credibile. Il PD, in questa situazione, sopravvive attestandosi stabilmente attorno a percentuali che sanno più di rendita di posizione che di progetto politico. Nei comuni, infine, il partito ha smesso quasi del tutto di esistere come soggetto riconoscibile. In gran parte dei piccoli comuni calabresi, quelli sotto i 15.000 abitanti, il simbolo del PD non viene nemmeno presentato. I nostri dirigenti locali e i nostri tesserati confluiscono in liste civiche dai nomi neutri, talvolta alleandosi con esponenti di centrodestra pur di vincere le elezioni di paese. Interi pezzi di territorio non hanno più una sezione, una sede di confronto stabile.

Questa non è una sconfitta, è una dissoluzione. Quando una comunità smette di riconoscersi nelle parole, nei volti e persino nei silenzi di una parte politica, nessun accordo dell'ultima ora può rimediare. Per questo la richiesta delle dimissioni dei vertici regionali non sono una provocazione, sono un atto dovuto verso chi ha continuato a credere, verso chi non ha smesso di farlo, verso una comunità politica che da anni arretra e merita finalmente una fase nuova.

Chiediamo le dimissioni in toto dell'attuale classe dirigente regionale del "nostro partito" perché crediamo fermamente che non si possa ripartire se chi ha guidato questa lunga stagione di sconfitte resta aggrappato agli stessi meccanismi che le hanno prodotte. La messa I discussione dei vertici regionali del centrosinistra calabrese sono un atto dovuto per superare anni di sconfitte e logiche di potere. Non bastano però i passi indietro: serve una ricostruzione reale attraverso un congresso straordinario, il tesseramento trasparente, la riapertura delle sezioni, formazioni per i giovani amministratori e regole severe contro il trasformismo, per riportare la politica tra le persone e fuori dalle stanze chiuse.

Mentre tutto da noi andava così, intanto fuori il mondo cambiava, i giovani partivano nel tentativo di conservare la propria dignità, la sanità peggiorava e nessuno si indignava abbastanza. Il lavoro spariva e nessuno nominava i responsabili. I paesi si svuotavano e nessuno presidiava le periferie. La gente smetteva persino di arrabbiarsi e quando un popolo smette di convincersi, non è rassegnazione: è abbandono. Nel frattempo, il centrodestra costruiva consenso attorno a leadership personali sempre più forti.

Alimentava l'idea che i territori avessero bisogno del referente giusto, del parlamentare giusto, dell'uomo forte da chiamare per ottenere ciò che dovrebbe essere normale amministrazione pubblica. Una visione che rischia di confondere i diritti con i favori, i cittadini con i clienti e la democrazia con il patronato. È una logica che se oggi appare dominante, è anche perché dall'altra parte è mancata un'alternativa di radice profonda, popolare, capace di farsi sentire nei bisogni di tutti i giorni. Prima ancora che una proposta elettorale, è venuto meno un senso condiviso di comunità, una presenza viva e quotidiana in grado di generare fiducia e di abitare il territorio non solo attraverso i comunicati stampa.

Il punto è far nascere di nuovo uno spazio progressista in Calabria, che rimetta al centro la partecipazione aperta, il dialogo, l'ascolto continuo anziché logiche rigide o gerarchiche. Uno spazio capace di stare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nei social, negli angoli di fragilità sociale dove la politica progressista non arriva più da decenni. Serve anche il coraggio di aprire il partito a competenze nuove, mondi civici, associazionismo, sindacato, cultura, volontariato e professionalità che in questi anni sono rimaste fuori o sono state tenute ai margini. Serve una comunicazione contemporanea, continua, capace di parlare alle nuove generazioni senza paternalismi e senza linguaggi burocratici.
Una forza che torni a parlare ai bisogni delle persone e non la lingua delle correnti, non quella della gestione dei piccoli poteri interni. Tocca a noi, qui in Calabria, a partire dai paesi come il nostro, dove un circolo di partito può ancora essere presidio di comunità, spazio di ascolto reale, punto di partenza di qualcosa di nuovo e necessario. Non si ricostruisce nulla senza verità e la verità è semplice, anche se fa male dirla: così non si può continuare». Così in una nota il Circolo PD di Bova Marina.