La vittoria del No, Melidona: «Le vere difficoltà operative della Giustizia attengono al diritto penale sostanziale e processuale»
Il procuratore aggiunto di Palmi: «I cittadini italiani hanno espresso con chiarezza che non sono accettabili interventi sulla Carta che, pur presentati come riforme, risultino in realtà fondati sulla compressione del diritto della magistratura ad autorappresentarsi»
«La vittoria del no al recente referendum costituzionale costituisce un passaggio politico e istituzionale di straordinario rilievo e rappresenta l’occasione per avviare finalmente un dialogo serio e costruttivo tra magistratura, politica e tutte le altre componenti del mondo del diritto – avvocatura e accademia – fondato sul reciproco rispetto, sulla consapevolezza della diversità di funzioni e sulla piena valorizzazione dei distinti ambiti di prerogative». È quanto dichiara il procuratore aggiunto di Palmi, Santo Melidona nel suo intervento all’indomani del referendum.
«I cittadini italiani hanno espresso con chiarezza che non sono accettabili interventi sulla Carta che, pur presentati come riforme, risultino in realtà fondati sulla compressione del diritto della magistratura ad autorappresentarsi e sull’introduzione di formule ambigue capaci di prefigurare, più che una revisione ordinamentale, una subordinazione dell’ordine giudiziario al controllo politico o comunque un indebolimento della sua consistenza istituzionale.
A partire da questo dato democratico inequivocabile, tutte le parti coinvolte sono chiamate a una riflessione leale sui reali nodi del sistema giustizia, troppo spesso affrontati con approcci contingenti o logiche emergenziali che non hanno mai inciso sulle strutture profonde del problema. La giustizia italiana, infatti, soffre da decenni di criticità che ne compromettono l’efficienza e l’efficacia e che non possono essere attribuite a una generica inadeguatezza dei magistrati, perché affondano le radici in disfunzioni di sistema che coinvolgono l’organizzazione degli uffici, le norme processuali, la distribuzione delle risorse e la qualità della legislazione.
Se la politica intende recuperare, agli occhi dei cittadini, quell’autorevolezza indispensabile per promuovere riforme ampie, condivise e giuste, essa deve avere il coraggio di affrontare non solo i profili dell’ordinamento giudiziario, ma anche e soprattutto le questioni più delicate del diritto penale sostanziale e del processo penale, che rappresentano il vero cuore delle difficoltà operative.
Il diritto penale degli ultimi anni – e non soltanto dell’ultima legislatura – è infatti segnato da un’ipertrofia incontrollata: nuove fattispecie, continui inasprimenti sanzionatori, espansione punitiva in settori sempre più ampi. Questa proliferazione non migliora la qualità del rapporto tra Stato e cittadini, né rende più efficace la risposta giudiziaria, anzi determina carichi di lavoro sproporzionati rispetto a quelli delle altre giurisdizioni europee e rende il sistema meno governabile. Il processo penale, a sua volta, non funziona più come immaginato dal legislatore del 1988 (anzi, non ha mai funzionato): il modello accusatorio, concepito per una realtà criminosa lineare (un imputato, un capo di imputazione), si è scontrato con un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di organizzazioni mafiose, dalla complessità delle dinamiche corruttive, da procedimenti con imputazioni multiple e articolate. Interventi normativi successivi e pronunce della Corte costituzionale hanno stratificato il codice in un insieme di disposizioni divenuto, per molti aspetti, incoerente e contraddittorio, impedendo di giungere a decisioni rapide e sostanzialmente giuste (la sola lunghezza del processo penale rappresenta per il cittadino una inaccettabile ingiustizia).
Per restituire efficienza al sistema occorre una riforma organica del codice di procedura penale che ricollochi al centro i diritti del cittadino, semplifichi gli strumenti, assicuri tempi ragionevoli e riaffermi l’accertamento della verità come criterio primario e non negoziabile, rafforzando gli istituti che impegnano il pubblico ministero a perseguire tale obiettivo fin dall’avvio delle indagini. Parallelamente, è indispensabile intervenire sul diritto penale sostanziale depenalizzando un numero significativo di reati che oggi congestionano inutilmente le aule giudiziarie e che potrebbero essere più efficacemente ricondotti nell’ambito delle sanzioni amministrative o civili.
Quanto all’ordinamento giudiziario, una riforma essenziale, anzi indispensabile, riguarda il procedimento di conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi: l’introduzione di criteri oggettivi, predeterminati e trasparenti libererebbe il Consiglio superiore e la magistratura da critiche che, pur avendo avuto in passato un fondamento, risultano spesso ingenerose (e oggi immotivate), e ridurrebbe radicalmente ogni rischio di interferenza indebita o di valutazioni eccessivamente discrezionali. Una volta restituita chiarezza e affidabilità a tale procedura, con un intervento normativo mirato, le correnti della magistratura potrebbero recuperare pienamente la loro originaria e fondamentale funzione ideale: interpretare la politica giudiziaria e concorrere alla sua elaborazione, rappresentare la magistratura nel dialogo con le istituzioni e con i cittadini, contribuire ai processi normativi relativi al funzionamento della giustizia senza essere percepite come centri di potere opaco.
Se la politica avrà la lucidità e l’intelligenza di comprendere che è necessario aprire un confronto stabile, civile e rispettoso con la magistratura, si potrà finalmente avviare un percorso condiviso fondato sulla difesa dell’architettura costituzionale, come indicato con forza dai cittadini, e si potrà porre fine a una dialettica che negli ultimi mesi è degenerata in accuse e volgarità inaccettabili di cui si sono resi protagonisti esponenti di tutte le parti del confronto democratico.
Solo così, solo se si sarà in grado di recuperare il reciproco rispetto e il riconoscimento del metodo del confronto trasparente e democratico, sarà possibile costruire una stagione nuova, nella quale il sistema giustizia diventi finalmente un motore di credibilità, legalità ed efficienza per l’intero Paese», conclude il procuratore aggiunto di Palmi, Santo Melidona.