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31/10/2026 ore 11.01
Politica

Mimmo Lucano e la Prefettura di Reggio, storia di un amore mai nato

Dalle relazioni “nascoste” dell'era Di Bari al “fuoco amico” di Minniti, fino alla resa dei conti sui debiti comunali. La parabola del sindaco in un braccio di ferro burocratico che dura da dieci anni

di Ilario Balì

Non è mai stata una questione di fredda amministrazione. Non lo è mai stata dal giorno in cui le luci dell’attenzione mediatica globale si sono posate su un paesino arroccato tra le colline della Locride e il mar Jonio. La storia dei rapporti tra Mimmo Lucano e la Prefettura di Reggio Calabria assomiglia a un amore mai nato fatto di reciproche incomprensioni, sospetti mai sopiti e un rigido e inflessibile formalismo contabile contro la visione utopica di un uomo che ha sempre rivendicato il diritto di infrangere i canoni della norma per perseguire ciò che riteneva giusto. Oggi quella storia torna a riempirsi di veleno con l'ennesimo capitolo: l'arrivo del commissario prefettizio e la procedura avviata verso lo scioglimento del consiglio comunale a causa della mancata approvazione del riequilibrio di bilancio. Un atto dovuto per il Palazzo di Governo, dettato dal Testo Unico degli Enti Locali, ma che per il primo cittadino riapre le ferite mai rimarginate di quella che denuncia come una persecuzione infinita.

Per capire come si sia arrivati al presente bisogna riavvolgere il nastro di oltre un decennio. Siamo nel 2012 durante la cosiddetta Emergenza Nord Africa quando il Viminale e le istituzioni locali chiesero formalmente aiuto al sindaco e al Comune di Riace per accogliere i flussi straordinari di migranti in arrivo. Nei dibattiti pubblici e nei congressi, Mimmo Lucano ha spesso rievocato quel momento (sottolineando anche il supporto materiale ricevuto dalla Cgil) per evidenziare la contraddizione tra lo Stato che un tempo "chiamava Riace" per risolvere le emergenze e ciò che avvenne qualche anno dopo. Proprio nel 2016 la Prefettura reggina infatti intese commissionare delle ispezioni sul sistema di accoglienza di Riace, da cui scaturirono due relazioni molto dure firmate dal viceprefetto Salvatore Gullì, che evidenziavano gravi criticità amministrative. Tali documenti diedero il via all'indagine della Procura di Locri, l’inchiesta che travolse il sindaco trascinandolo nelle aule di giustizia. Nel gennaio del 2017 venne redatto un terzo verbale ispettivo guidato dal dirigente dell'area immigrazione Francesco Campolo. A differenza delle precedenti, questa relazione elogiava apertamente il "Modello Riace", definendolo un esempio virtuoso di integrazione e sottolineando la proficua collaborazione tra il Comune e le istituzioni. Come emerso dalle testimonianze in tribunale questa relazione favorevole a Lucano non venne tuttavia mai notificata al Comune di Riace né trasmessa ufficialmente per essere inclusa agli atti della difesa, rimanendo di fatto "sepolta" o ignorata all'interno degli uffici prefettizi. Lucano ha sempre letto in quell'attività ispettiva una volontà precisa: imbrigliare un modello alternativo trasformando sviste contabili in presunti reati.

Ma l'isolamento del sindaco di Riace non si è consumato soltanto lungo l'asse Reggio-Locride. La spinta decisiva arrivò dalla Capitale, e portava il timbro dell'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, figura di spicco della stessa area politica di centrosinistra di cui Lucano per molti rappresentava una vera e propria icona. La svolta del Viminale, concentrata sulle strette ai flussi migratori e sul rigido controllo dei centri di accoglienza, mal si conciliava con la gestione "eretica" di Riace. Fu la stagione del «fuoco amico». Mentre la macchina prefettizia stringeva le maglie con i blocchi dei trasferimenti dei fondi Sprar, dal Governo centrale arrivava l'avallo politico alla chiusura dell'esperienza riacese in nome della legalità. Per Lucano fu il colpo più duro da assimilare: la percezione di essere stato abbandonato, prima ancora che dagli avversari di centrodestra, dall'establishment del proprio mondo politico di riferimento. Seguiranno anni drammatici: arresti domiciliari, esilio, procedimenti giudiziari infiniti, ribaltamenti in Appello con l'assoluzione da quasi tutti i reati più gravi, fino alla trionfale rielezione a sindaco di due anni fa e al seggio conquistato a Strasburgo. Un'epopea che avrebbe chiuso la vicenda in un film a lieto fine. Ma a Riace la realtà supera sempre la narrativa.

L'ultimo atto di queste ore riporta la contesa sul terreno più spietato: i numeri. Le contestazioni sollevate dal revisore dei conti e il successivo riscontro del commissario ad acta hanno evidenziato l'impossibilità di certificare la salvaguardia degli equilibri finanziari del Comune. Dalla Prefettura si affrettano a precisare che non c'è alcuna "macchina del fango" o intenti persecutori, ma soltanto l'applicazione della legge sugli enti locali. Dall'altro lato, la risposta del sindaco torna a battere sui tasti di una battaglia identitaria: la sensazione di un accanimento contro un'amministrazione che tenta di ricostruire dalle macerie. L'epilogo conferma come tra la visione utopistica e spesso contorta della politica vissuta da Lucano e il rigido perimetro dell'ordine burocratico prefettizio non ci sia mai stato spazio per una mediazione. Una guerra fredda dove a parlare sono ancora una volta le carte, lasciando sul campo un paese simbolo perennemente in bilico tra la leggenda globale e il declino amministrativo.