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18/01/2026 ore 11.30
Politica

Reggio, il Comitato per il "No" prevede «un salto nel buio» e condanna «la gaffe di Nordio» sull'utilizzo dei trojan per "modestissime mazzette"

Incontro pubblico in vista del referendum di marzo. Magistrati, avvocati e realtà civiche, come Libera e Anpi, uniti nel denunciare i rischi della nuova impostazione: dalla separazione delle carriere alla perdita di autonomia del pubblico ministero

di Elisa Barresi

Un confronto partecipato e trasversale quello che si è svolto a Reggio Calabria, organizzato dal Comitato per il No alla riforma della Giustizia in vista del referendum costituzionale di marzo. Magistrati, avvocati e rappresentanti della società civile hanno ribadito la necessità di una mobilitazione che non resti confinata agli addetti ai lavori, ma coinvolga l’intera cittadinanza. Fondamentale, è stato sottolineato più volte, la presenza non solo della magistratura e dell’avvocatura schierata per il No, ma anche di realtà associative come Libera e Anpi, a testimonianza di una battaglia che riguarda l’equilibrio democratico del Paese.


Giuseppe Lombardo, pm e presidente del Comitato per il No di Reggio Calabria nel suo intervento ha chiarito il senso dell’iniziativa: «Noi non facciamo politica – ha spiegato – ma offriamo spunti di riflessione tecnica ai cittadini». Secondo Lombardo, la riforma Nordio chiede agli elettori «un vero e proprio salto nel buio», perché interviene su un assetto costituzionale che ha dimostrato nel tempo una forte tenuta. Particolarmente critica la sua analisi sulla separazione delle carriere, definita uno slogan fuorviante: «Non è una riforma neutra, ma un intervento che rischia di rendere il giudice influenzabile e di snaturare il ruolo del pubblico ministero, che oggi è il primo giudice e il primo filtro di garanzia per il cittadino». Una trasformazione che, a suo avviso, comprometterebbe l’indipendenza del pm e l’equilibrio tra i poteri dello Stato, senza alcuna certezza di migliorare l’efficienza della giustizia.


Sulla stessa linea Giovanni Strangis, magistrato e presidente del Comitato per il No di Catanzaro, che ha smontato la narrazione della riforma come strumento di maggiore imparzialità: «Il processo penale non è una partita di calcio – ha affermato – e il pubblico ministero non potrà mai essere una parte uguale all’avvocato, perché esercita una funzione pubblica». Secondo Strangis, la separazione delle carriere e la riforma del Csm porterebbero a una “privatizzazione dell’accusa” e a un rafforzamento del controllo politico sulla magistratura. Particolarmente dura la critica al sorteggio dei componenti togati del Csm, che «indebolisce il principio di responsabilità e finisce per favorire la componente politica».


Nel corso dell’incontro è intervenuta anche Chiara Greco, pm a Reggio Calabria, che ha inserito la riforma in un quadro più ampio di interventi legislativi: «Il rischio concreto – ha spiegato – è una progressiva sottoposizione della magistratura al potere esecutivo e una riduzione della serenità con cui si conducono le indagini, soprattutto quando riguardano la politica». Greco ha richiamato le recenti dichiarazioni del ministro Nordio sull’uso dei trojan, definite un segnale allarmante: il riferimento alle “modestissime mazzette” e la definizione del captatore informatico come “meccanismo diabolico” mostrerebbero, secondo la pm, un disegno volto a indebolire gli strumenti di contrasto alla corruzione. Una “gaffe” che, come emerso nel dibattito, rivela una concezione riduttiva di fenomeni che incidono profondamente sulla legalità democratica.

A portare la voce dell’avvocatura è stata Aura Notarianni, del Comitato messinese degli avvocati per il No, che ha rivendicato con forza il ruolo dei legali in questa battaglia: «Anche gli avvocati dicono no, perché l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono anche l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocatura». Notarianni ha criticato la creazione di due Csm e di un’Alta Corte di giustizia priva, a suo avviso, delle necessarie garanzie del giusto processo, sottolineando anche i costi elevati della riforma: «Risorse che potrebbero essere investite per far funzionare meglio la giustizia, non per smantellarne l’equilibrio».


L’incontro si è chiuso con un appello unitario alla partecipazione consapevole al referendum: difendere l’attuale assetto costituzionale della magistratura non come interesse corporativo, ma come presidio di diritti, garanzie e democrazia.