Sezioni
26/01/2026 ore 18.00
Politica

«Reggio ultima in tutto, i reggini reagiscano nell’urna». Lamberti Castronuovo rilancia le quotazione del Polo civico e la «città normale»

Il medico ed editore, candidato a sindaco, ospite della videorubrica de ilreggino.it parla a trecentosessanta gradi di civismo, partecipazione, turismo, cultura e giovani: «A loro bisogna conferire dignità». E sul Ponte rimane abbottonato: «è un fatto tecnico, non politico, ma bisogna capire di che si parla…»

di Claudio Labate

«Io ho tutto da perdere, e niente da guadagnare, perché ho già troppe cose da fare e le faccio perché mi piace farle. Nessuno mi obbliga, non mi sento Pico della Mirandola, non mi sento migliore degli altri, mi piace fare le cose che faccio e vorrei continuare a farle. C'è qualcuno che mi ha scritto pure che dovrei andare all'ospizio. Ci andrò, sicuramente ci andrò, il più tardi possibile però».

Non si ferma mai Eduardo Lamberti Castronuovo, ospite della videorubrica “A tu per tu”. Medico, editore, prestato alla politica in più di una occasione, sta continuando a scaldare i motori in vista della tornata elettorale che in primavera riporterà i reggini alle urne per la scelta del nuovo sindaco. Lui c’è anche questa volta, e parte in pole position. «Noi siamo partiti già due anni or sono per questo progetto che non è né una sfida né vuole essere nient'altro che una disponibilità di persone normali, quali siamo tutti coloro, che apparteniamo a questa sigla, politica in senso lato, cioè quella scienza, perché la politica è una scienza, una scienza che è aperta al bene degli altri, e non certo al proprio. Possiamo solo perdere e non guadagnare nulla da questa operazione».

Insomma si può dire che tra i due litiganti – centrodestra e centrosinistra, il terzo Polo civico gode?

«Qui non gode nessuno, secondo me. Qui dovrebbe godere, se questo verbo lo possiamo usare, la città, che dovrebbe ridiventare, perché lo era, per chi non lo sapesse, perché è nato dopo, una città normale. Al momento non ci sembra tale».

Non è la prima volta che si cimenta in questi tentativi di dare una voce e un’anima al civismo reggino, cosa le fa pensare che questa volta possa essere quella buona?

«Io ho sempre dato la mia disponibilità, da persona non iscritta a nessun partito, se non a quello della regginità. L'ho data con Italo Falcomatà perché era un caro amico e l'ho data come assessore tecnico alla Polizia Municipale. Andate a chiedere a loro qual è stata l'esperienza che hanno avuto con me. L'ho data con Raffa e credo di aver lasciato il segno perché ciò che ognuno di noi fa come amministratore è quello che avviene dopo, non quello che avviene durante. Perché durante uno occupa una carica. Io credo di aver lasciato un bel patrimonio. Valga per tutti il Palazzo della Cultura, guarda caso, intitolato a Pasquino Crupi, da una giunta che doveva essere di destra, così si dice. Io, essendo un cittadino di Reggio, senza alcuna, non dico fede politica, perché le mie idee ce le ho e come se ce le ho, però nessuno dei partiti politici mi ha mai tanto allettato da farmi iscrivere. Perché la cosa più importante per quanto mi riguarda è l'assoluta libertà, libertà di idee, di pensiero, di azione, senza lacci e lacciuoli. Domandi a chi dice di essere di sinistra perché è di sinistra, domandi a chi dice di essere di destra perché è di destra. Se avrà una risposta adeguata e corretta vuol dire che io avrò torto».

Lei, però, un primo passo importante l'ha già compiuto mettendo insieme diverse personalità di diverse estrazioni politiche…

«E questo è lo scopo del Polo Civico. Il Polo Civico non ha una fede politica se non quella della città “normale”. Ci sono tutti quegli ingredienti che servono a fare una buona minestra. Sotto l’egida del Polo Civico si stanno riunendo tutti quei movimenti che non si riconoscono nei partiti cosiddetti tradizionali, senza avere nulla da dire contro. Noi non agiamo contro. Sicuramente non ci sentirà mai fare critiche di qua di là perché le critiche non servono a niente. Le critiche le fa la gente quando va a votare. Io mi auguro che la gente questa volta vada a votare per chiunque voglia, ma vada a votare perché chi rappresenta l'amministrazione della nostra città deve essere rappresentativo e cioè deve rappresentare quantomeno la maggioranza del popolo, cosa che finora non è avvenuta».

Vero è dottore Lamberti che negli ultimi tempi sembra sia cresciuta la voglia di partecipare alla cosa pubblica ma in Consiglio comunale gli istituti di partecipazione stentano a decollare. In questi anni si è parlato di uno scadimento della classe dirigente, anche lei pensa che le Circoscrizioni possano rappresentare una palestra per i futuri amministratori?

«Le Circoscrizioni, come i Comitati di quartiere, sono fondamentali. Anzi, se si aumenta il numero di esse, meglio ancora, in quel senso. Già la Città metropolitana è piena di circoscrizioni, perché gli altri paesi che compongono la Città sono né più e né meno come le Circoscrizioni. La città di Reggio, che è la città più grande, la città capoluogo, ovviamente deve avere delle zone di essa che siano ben rappresentate. Ma non sulla carta, non così. Le Circoscrizioni devono rappresentare un momento fondamentale dell'attività amministrativa. Infatti, laddove la popolazione deciderà di affidare al Polo Civico la gestione della città, uno dei mezzi che sarà usato e che io cerco di far capire alle persone che stanno con me, e che credo abbiano capito bene, è il referendum. Ci sono cose che non possono essere nella maniera più assoluta dettate, stabilite, create da una persona, neanche da una giunta o neanche da un Consiglio, ma ci deve essere la maggioranza della popolazione. Questa è la democrazia, non altro. È una prospettiva adeguata a una città come Reggio. Io sono stato tra i fautori della difesa della vecchia piazza della Nava. Prendiamola come mero esempio. Poi può piacere, non può piacere, non sta a me giudicare. A me non piace. La disgrazia è che chi dice che piace è perché è ideologicamente portato a dire che piace. È un po' come il referendum. Votano sì, votano no, senza sapere neppure per che cosa votano. Mi dispiace, ma è così. Lo tocchiamo con mano tutti i giorni. Allora, se la modifica di piazza della Nava fosse stata sottoposta a un referendum e il referendum avesse dato come risposta il cambiamento, non avremmo potuto dire nulla perché la maggioranza delle persone ha scelto piazza della Nava modificata. Il problema è che non si può volere una qualcosa se non è il popolo che lo vuole. Quando abbiamo intitolato il Palazzo della Provincia e il Palazzo della Cultura, l'abbiamo fatto sotto referendum, la gente ha scelto, la gente ha votato, noi abbiamo applicato quello che la gente voleva».

Facciamo un salto nell'attualità, Dottore. Come tutti noi avrà visto le immagini relative al ciclone Harry e quindi la devastazione sulla costa jonica reggina, ma abbiamo anche visto arrivare presidenti e ministri… è la solita passerella? Qual è il suo approccio alla materia che diventa ora è più che mai attuale e suscettibile di occupare una parte importante del programma del futuro candidato a sindaco?

«Il ciclone Harry ha dimostrato che anche noi siamo una terra vulnerabile a tutto, anche ai cicloni. Io faccio il medico, come lei ben sa, prevenire è meglio che curare, quando lei cura una persona è già arrivato in ritardo perché, a meno che non sia una cosa imprevedibile, si può prevedere tutto. Un ciclone, così come un terremoto, così come una mareggiata, e ce ne sono state di mareggiate nel tempo, è imprevedibile. Significa che dobbiamo prevenire queste cose con opere importanti che possano prevedere e cioè prevenire la presenza di questi eventi della natura, perché purtroppo la natura con noi non è molto simpatica, i terremoti ci hanno distrutto. Speriamo che non ce ne siano più, ma la speranza attiene alla religione, io posso sperare di andare in paradiso il più tardi possibile, la politica deve dare certezze, non speranze. Io devo preparare la città con le giuste caditorie, con i giusti sbocchi a mare, con tutto quello che è necessario per anticipare quelli che possono essere i danni».

Ma come si fa dottore a scongiurare il fatto che questa non sia l'ennesima passerella che si conclude in un nulla di fatto?

«C'è un solo mezzo che hanno i cittadini italiani in generale e questa volta i reggini in particolare: la matita e la cabina elettorale. Se continueranno a votare per quelli che gli hanno promesso il posto, per quelli che gli hanno detto si presenta il compare, il figliolo, per favore votatelo, finiremo sempre con l'avere gente sconosciuta migliaia e anche forse decine di migliaia di voti. E quindi le passerelle continueranno, perché la passerella che cos'è? È la passerella di quello il quale non sa che cosa fare, però fa la passerella perché deve prendersi gli applausi delle persone. Non credo che questa volta siano solo passerelle perché la gente ha imparato a non attendere. Io non voglio parlare male di nessuno, non ho nessuna intenzione di farlo, lo fanno le classifiche per me, quindi se siamo all'ultimo posto per quanto riguarda la qualità della vita nella città, un motivo ci sarà».

A proposito di qualità della vita, anche dalla bella sede di Reggio TV se lei si affaccia può disporre di una vista mozzafiato, tra mare e montagna, sia siciliana che calabrese… ci pensa mai che un giorno potrebbe affacciarsi e vedere la mega opera del Ponte?

«Guardi, lei mi tocca un argomento difficile da trattare in pochi minuti. Quello che vuole un sindaco è quello che vuole una città; noi dobbiamo capire bene che cosa vuol dire questo ponte perché molta gente crede che per arrivare da Reggio Piazza Duomo a Piazza Duomo Messina con il ponte che è sulla superficie del mare ci impiega 15 minuti. Molta gente pensa questo, non sa di che cosa stiamo parlando. Il ponte è un'opera sicuramente importantissima, megagalattica, se i tecnici dicono che si può fare, si faccia. È un fatto tecnico, non può essere un fatto politico. Sul fare o non fare il ponte non saremo noi a giudicarlo, non saremo noi a farlo, ma saranno i tecnici. Se tecnicamente si può fare, sarà un'opera sicuramente attrattiva al massimo, non c'è dubbio. Sicuramente attrarrà di tutto, attrarrà anche le forze negative di questa terra, lo ha già fatto. Ma le ripeto, non è la nostra volontà che ha un significato determinante, c'è un problema tecnico. Il ciclone, l'avete visto? Reggerà un ponte di tre chilometri e mezzo circa, a una cosa del genere. Se i tecnici sostengono che si possa fare, lo si faccia».

I Giovani continuano ad andare via, anche le esperienze vissute nella sua famiglia lo testimoniano, se ne parla da anni… ma io le chiedo, a chi conviene restare? E perché un giovane dovrebbe rimanere? In questo senso quali sono le iniziative che metterà in campo?

«Non è una questione di convenienza. Tant'è vero che i giovani hanno già risposto anche al Presidente Occhiuto. Non perché è una questione di convenienza appunto, ma perché è una questione di qualità della vita. Ecco perché io dico che Reggio Calabria è una città dove c'era il Lido e non c'è più, dove c'erano i teatri e non ci sono più, dove c'erano centri di cultura di elevato spessore e non ci sono più. Allora che cosa bisogna fare per farli tornare, offrirgli di più? Ma non esiste. C'è una cosa che può essere conferita ai giovani che lavorano che si chiama dignità, e la dignità non si conferisce con il denaro, si conferisce in un'altra maniera. Mi riferisco a un settore che conosco bene, la sanità. Noi abbiamo una sanità pubblica e una sanità privata di elevatissimo spessore. Non parlo di quella privata perché mi interessa personalmente, parlo di quella pubblica. Abbiamo un GOM dove ci sono reparti che sono veramente di altissimo livello, non alto, altissimo livello, perché la sanità è affidata ai medici, agli infermieri che ci lavorano e fanno anche turni tremendi. Purtroppo la politica è entrata dentro a gamba tesa e ha creato danni, perché manca l'organizzazione. Se una struttura non è organizzata non può funzionare e la città è come la struttura».

Dottore Lamberti, negli ultimi giorni una polemica in Consiglio regionale tra l’ex sindaco Falcomatà e il presidente Occhiuto ha riportato al centro del dibattito la Facoltà di medicina. Che idea si è fatto lei della vicenda?

«Guardi, noi dobbiamo recitare l'atto di dolore o il mea culpa. Perché la Facoltà di Medicina a Reggio c'era. Era qui, a Melito Porto Salvo, che è un ospedale bellissimo, con alcuni reparti che sono veramente di alto livello. Era qua, si facevano addirittura le scuole di specializzazione. Per un barbaro motivo, tipico di Reggio, perché Reggio non ha mai avuto una classe politica seria che abbia difeso la città, non l'ha mai più avuta. E allora abbiamo perso l'università che è andata a finire a Catanzaro, l'abbiamo prestata. E naturalmente Catanzaro, l’ha messa a frutto. A Cosenza, Arcavacata, è una delle più belle università. Noi qua a Reggio abbiamo delle università, ne abbiamo due, ma non facciamo niente per trattenerle. Il decremento degli iscritti è sempre colossalmente progressivo, in negativo. Eppure abbiamo una delle tre Università per stranieri in Italia, ma noi siamo la peggiore delle tre perché non offriamo niente ai giovani che vengono a studiare qua. Bisognerebbe creare, per esempio, e stiamo cercando di farlo, un link con l'Università Mediterranea per fare in modo che i giovani degli istituti superiori – non parlo soltanto dell'università per stranieri, parlo anche del Conservatorio o dell'Accademia delle Belle Arti, i cui studenti vengono da tutte le parti - possano convergere in un'unica mensa con un costo accettabile…»

Turismo e cultura vanno a braccetto, o dovrebbero farlo a queste latitudini, ma nonostante l’incremento di voli e gli arrivi in città resta un neo, rappresentato da una ricettività rivelatasi non sufficiente, che in sostanza fa di Reggio una meta mordi e fuggi… Su quali leve bisogna spingere secondo lei?

«Il turismo, alle nostre latitudini, dovrebbe essere l'industria migliore rispetto a tutte le altre, anche quella del bergamotto che è unica per noi. Ma mi vuole spiegare cortesemente come si fa a parlare di turismo quando al Reggio Calabria non ci sono guide turistiche, e quelle che ci sono, sono vessate? Al Palazzo della Cultura dove sono presenti opere, confiscate dalla malavita organizzata, tra cui due Ligabue, Salvador Dalì, Migneco, De Chirico, Fontana e chi più ne ha più ne metta, non ci va nessuno, perché la cultura è stata affidata come «a lanterna - si dice in dialetto - in mano all’orbi”. Noi abbiamo un turismo culturale e quando arriva il turista qua deve essere coccolato, invece appena arriva lo vessiamo con i tassisti senza tassametro, lo vessiamo perché nei ristoranti non parliamo né francese, né tedesco, né italiano, in dialetto quando tutto va bene… »