Scuola e studenti stranieri, da Caulonia la contrarietà di Maiolo alle nuove misure: «Dividere i bambini per origine non significa integrare»
Il vicesindaco richiama l’esperienza dei progetti SAI e della Rete delle Comunità Solidali e chiede investimenti in mediatori, sostegno, italiano L2 e organici
«Il Governo Meloni ha annunciato, lo scorso 20 settembre, l'intenzione di introdurre per decreto un tetto massimo alla presenza di studentesse e studenti stranieri nelle classi, insieme al divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici e a un obbligo di apprendimento dell'italiano per i genitori dei minori con maggiori difficoltà di integrazione. Due giorni dopo, il Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara ha provato a ridimensionare l'annuncio, spiegando che il limite riguarderebbe solo gli alunni che non conoscono adeguatamente la lingua italiana e che la misura servirebbe a evitare la formazione di cosiddette “classi ghetto”. Cambiano i dettagli tecnici, ma il punto politico resta lo stesso, e va detto con chiarezza».
Così, in una nota, Giovanni Maiolo, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Caulonia.
«Come assessore alla Cultura di un paese che da anni fa dell'accoglienza una scelta di comunità, non posso che esprimere una netta contrarietà a un provvedimento che, comunque venga formulato nei dettagli tecnici, nasce da un'idea sbagliata e pericolosa: che i bambini si possano dividere per origine, e che la loro presenza in classe sia un problema da contingentare invece che una ricchezza da valorizzare. Selezionare gli alunni in base alla nazionalità o alla conoscenza della lingua non integra ma separa, etichetta, e insegna ai più piccoli, italiani e stranieri, che l'appartenenza a una comunità si misura con un tetto numerico.
Non si tratta nemmeno di una misura nuova. Una soglia indicativa, il 30% fissato nel 2010 dalla circolare dell'allora ministra Gelmini, esiste già, e non è mai stata vincolante proprio perché nella pratica è inapplicabile senza produrre effetti perversi. Trasferire bambini e ragazzi lontano dalla scuola sotto casa, come segnalano gli stessi dirigenti scolastici, non risolve nulla, sposta il problema anziché affrontarlo, e rischia di produrre esattamente quella segregazione territoriale che si dichiara di voler evitare.
Il problema reale della scuola italiana non è il numero di alunni stranieri in classe, ma la carenza cronica di risorse, mediatori linguistico-culturali, insegnanti di sostegno, corsi di italiano L2, tempo pieno, organici adeguati. È su questo che un governo serio dovrebbe investire, non su un tetto che suona bene negli slogan e non funziona nella realtà delle aule.
Caulonia lo sa per esperienza diretta. Il nostro paese fa parte da anni della rete dei progetti SAI di accoglienza e della Rete delle Comunità Solidali, e ha imparato che l'integrazione si costruisce ogni giorno, nelle scuole, nelle strade, nelle case, con un lavoro paziente che unisce e non separa. È un modello che rivendichiamo con orgoglio, e che continueremo a difendere contro ogni tentativo di trasformare la scuola in un terreno di scontro identitario.
Per questo, insieme ad altre amministratrici e amministratori che condividono una visione di scuola pubblica, plurale e inclusiva, continueremo a far sentire la voce dei territori, perché nessun decreto trasformi le nostre classi in luoghi di divisione anziché di crescita comune. Caulonia continuerà a essere, come sempre, un paese aperto, accogliente e plurale».