Strage di Amendolara, Zito: «Non è il caporalato, è l’esclusione che uccide»
La dura riflessione del sindaco di Roccella Jonica: «Basta con le fiaccolate di rito. Amin, Ullah, Safi e Waseem sono morti perché lo Stato li ha lasciati nel limbo dell'invisibilità. Dare diritti è l'unica vera forma di sicurezza»
Amin, Ullah, Safi e Waseem. Sono i nomi delle vittime della strage di Amendolara, costata la vita a tre braccianti bruciati vivi all’interno di un’auto in un’area di servizio del cosentino. Nomi che per il sindaco di Roccella Jonica Vittorio Zito, abituato alla frontiera dell'accoglienza, sono "familiari", letti migliaia di volte tra i registri e i volti della sua città.
A pochi giorni dalla tragedia che ha scosso le coscienze di molti il primo cittadino entra a gamba tesa nel dibattito sull’integrazione dei migranti. Il primo bersaglio del sindaco è il rituale dell’indignazione a termine. Quella commozione che divampa davanti alle telecamere e si spegne «fino alla prossima raccolta delle fragole». Zito rifiuta il gioco del «non è colpa mia» e parla apertamente di «vergogna collettiva». Il punto, secondo il primo cittadino, non è solo la ferocia dei caporali, ma il sistema che la rende possibile. «Il problema non è il caporalato e lo sfruttamento al limite dello schiavismo», scrive Zito, puntando il dito contro le ragioni che lo alimentano: la precarietà giuridica che trasforma gli uomini in prede facili per le reti criminali.
Per spiegare l'errore delle attuali politiche "muscolari", il sindaco ricorre a un parallelo storico potente: l'emigrazione italiana negli Stati Uniti tra il 1880 e il 1930. Anche allora, milioni di meridionali analfabeti finirono nei ghetti delle "Little Italy", preda della criminalità organizzata, non per una predisposizione culturale, ma per l'esclusione sistematica dai diritti di cittadinanza. «La trasformazione degli italiani in "buoni immigrati" [...] avvenne quando agli italiani furono riconosciuti pieni diritti di cittadinanza», ricorda Zito, sottolineando come la criminalità prosperi sempre dove lo Stato lascia un vuoto istituzionale.
Il messaggio finale è un appello alla politica, sia di governo che di opposizione. Zito definisce «folle» non comprendere che l’integrazione fondata su diritti certi è il più potente strumento di sicurezza collettiva. Non servono «storie simbolo» o fiaccolate che servono solo a tranquillizzare le coscienze. Serve il coraggio di invertire la rotta: «La risposta alla immigrazione non è chiudere le porte o rallentare i percorsi di cittadinanza, è esattamente l'opposto».