Area dello Stretto, il grande bluff della rigenerazione del Pilone di Santa Trada: La Torre Mediterranea che la Calabria non vuole
Diciassette anni di ritardi, disinteresse pubblico e un progetto privato rimasto al palo. Il caso dell'ex elettrodotto racconta l'incapacità amministrativa di fare rete, mentre Messina dimostra come trasformare un «mostro industriale» in risorsa
In tempi in cui l’Area dello Stretto è tornata alla ribalta e sembra essersi presa la scena di una pianificazione sempre annunciata, ma (ancora) mai compiuta, c’è una storia che descrive bene il pressappochismo, la sciatteria e il deficit di grammatica istituzionale nel rapporto tra istituzioni, cittadini e imprenditori. È la storia della Torre del Mediterraneo e va avanti dal 2009. Da diciassette anni, in cui tanto si sarebbe potuto fare e nulla si è concluso.
Nel 2008 Enel, intenzionata a disfarsi del traliccio di Santa Trada, mise il bene all'asta con una base di partenza simbolica estremamente bassa. Infatti dopo la disattivazione dei cavi aerei e la loro completa rimozione risalente al 1993, l'elettrodotto dello Stretto aveva perso la sua funzione industriale, ma era gravato da alti costi di manutenzione strutturale. Era ormai un'opera di archeologia ingegneristica sul groppone di Enel. Stessa sorte era toccata al suo gemello siciliano.
A differenza dell’altra sponda dove Regione Sicilia scelse di acquisire il pilone di Torre Faro e cederlo al Comune di Messina per renderlo patrimonio pubblico, la vicenda calabrese prese un'altra strada: nonostante appelli e dibattiti sulla sua valorizzazione anche come attrattore turistico, né il Comune di Villa San Giovanni, né la Provincia di Reggio Calabria, né la Regione Calabria formalizzarono l'acquisto o completarono le procedure di acquisizione al patrimonio pubblico. Un paradosso, considerata la cifra irrisoria.
A fronte di un’asta pubblica andata pressoché deserta per venti giorni, l’unica offerta giunse da un privato cittadino che lo acquisì per poco più di ventimila euro facendolo poi confluire nella "Pilone Torre di Calabria Srl". Una compravendita che riguardò anche l'area di pertinenza circostante. Apriti cielo! In molti contestarono il fatto che gli enti pubblici avrebbero potuto rilevare e blindare un bene di interesse pubblico con un forte impatto sul territorio, che oggi non solo è tutelato come esempio di archeologia industriale, ma che già aveva una forte valenza simbolica per tutta l’Area dello Stretto.
Di fronte a quelle polemiche la Srl, che era intenzionata a realizzare una completa riqualificazione del sito e che si era fatta carico dell’unico vincolo previsto legato al mantenimento dell’illuminazione notturna, si offrì di cedere il bene acquisito allo stesso prezzo sborsato all’asta proprio agli enti pubblici territorialmente competenti. L’offerta non ebbe riscontro. Allora, senza mai interrompere le comunicazioni e le offerte di collaborazione con gli enti pubblici, la società iniziò ad elaborare un ampia progettazione volta a recuperare, rigenerare e valorizzare l’area.
Nacque l’idea del Polo Scientifico Tecnologico Multimediale Torre del Mediterraneo: la trasformazione di un’ ex "mostro industriale" in punto della Rete Internazionale delle Antenne dell’Alta Tecnologia, volto a promuovere l'innovazione, lo sviluppo ecosostenibile, l'inclusione sociale e il rilancio economico dell'Area dello Stretto attraverso specifici strumenti normativi: il Partenariato Pubblico-Privato Contrattuale, la legge 120/2020, il partenariato sociale e la co-progettazione dal basso. Una progettazione triangolata tra Calabria, Sicilia e Lazio e guidata da Giovanni Floccari amministratore unico della "Pilone Torre di Calabria Srl" e project manager calabrese. E dagli architetti Vincenzo Antonuccio, siciliano, e Giuseppe Bulotta dello Studio Bieffe di Roma.
Il progetto, con un costo vivo stimato di 150 milioni di euro, prevedeva la realizzazione del Centro per l’Innovazione nella Conoscenza Digitale & Fabbrica 4.0 e del Parco Verde Caporafi, in cui sviluppare cluster d'impresa ad alta intensità tecnologica che andavano dall’Internet of Things alla Robotica, passando per lo sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale, Blockchain, Stampa 3D e Realtà Aumentata al servizio della sostenibilità. A questo si sarebbero aggiunte una Talent Garden Innovation School per la formazione professionale e il Corporate training, oltre alla creazione di incubatori e acceleratori d'impresa nei settori delle filiere agroalimentari sostenibili, della sanità digitale e del Made in Italy. Nonostante un blando "armiamoci e partite" da parte delle diverse amministrazioni villesi succedutesi al sindaco Melito, nulla si era però realmente mai mosso.
Nel giugno 2021, qualche mese prima delle elezioni regionali che avrebbero condotto al primo governo Occhiuto, si era tenuta presso il Consiglio Regionale una riunione per presentare il preliminare alla presenza dei progettisti e dei rappresentanti di Regione Calabria, Metrocity e Comune di Villa San Giovanni. In quella sede era emerso che l’architetto Antonuccio fosse nelle condizioni di portare in Europa la progettualità con buon margine di successo. I finanziamenti individuati comprendevano i fondi strutturali della politica di coesione, in linea con l’Agenda 2030, e il programma Horizon 21-27, cui si sarebbero aggiunti la RIS3 Calabria 2020-2027, il credito d’imposta dell’Art Bonus e investimenti privati turchi e kazaki con cui Floccari intratteneva rapporti professionali.
Si attendeva dunque l’ufficializzazione dell’avvio di quel preliminare che invece non arrivò mai, Piuttosto in assenza di un atto congiunto, si convenne che spettasse al Comune di Villa, quale ente territorialmente competente, dare il proprio benestare. La vicenda si trascinò fino al 2023, quando Floccari, recatosi al Comune di Villa per far protocollare la richiesta di sottoscrizione di un‘intesa atta a sbloccare l’impasse, non ricevette alcuna risposta. Alla richiesta era stato allegato il preliminare di fattibilità.
A fronte di questo silenzio, l’anno successivo il progetto fu presentato alla DAS Consulting, società italiana guidata da Achille Salerno operante nel project funding internazionale. La DAS, forte di sponde negli Stati Uniti e contatti con banche private, promosse l'iniziativa: a fronte di ricavi netti del 2,78% previsti per il primo anno e del 4,44% per il secondo, oltre a circa 2000 nuovi posti di lavoro generati da tutto l’indotto collegato alla realizzazione della Torre del Mediterraneo, decise di supportare il piano industriale e si disse pronta ad acquisire quote della futura Torre.
Le condizioni minime per partire non si sono però mai realizzate: DAS Consulting chiedeva che l’iter amministrativo fosse spianato. Sarebbe servita l'approvazione del preliminare con delibera di Consiglio da parte del Comune di Villa San Giovanni, il parere favorevole del dirigente competente e il mandato al sindaco per convocare una conferenza inter-istituzionale per l'accordo di programma e le eventuali deroghe al Piano regolatore.
Arriviamo così ad oggi e scopriamo che, nel frattempo, il Comune di Messina, proprietario del traliccio siciliano, già nel 2025, ha appaltato i lavori per la manutenzione straordinaria della recinzione del basamento, mentre a luglio 2026 la Città Metropolitana peloritana, con apposito atto, ha avviato otto interventi a valere sui Piani urbani integrati del PNRR. Tra questi spiccano i 10 milioni destinati alla riqualificazione dell’area di Capo Peloro, con interventi che interessano le Torri Morandi, il Pilone e l’area Sea Flight. Uno a zero e palla al centro.
Ora, data la rinnovata corrispondenza d’amorosi sensi tra le due amministrazioni dello Stretto, forse sarebbe il caso di giocare meglio (anche) questa partita, senza lasciarla alla RedBull. A meno che qualcuno, per indolenza, cialtroneria o tornaconto, non continui a mettersi di traverso.