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06/11/2026 ore 14.13
Sanità

Cronaca di un sit-in mortificante per un Paese e una città normali: «Non vogliamo morire disperati»

Luigi, Keti, Concetta, Pino e Rosario, insieme a decine di malati, seppur provati dalla cura notturna continuano a manifestare per i propri diritti, ma anche per quelli delle loro famiglie, tra difficoltà logistiche e nuovi acciacchi. «Quando non ce la faccio più mi chiudo nello stanzino, non voglio che mia moglie mi veda»

di Claudio Labate

Se il dolore e il senso di sconfitta avessero un volto, sarebbe quello di Rosario, dializzato di lunga data che questa mattina insieme ai suoi compagni di sventura e a Francesco Puntillo coordinatore regionale della Fintred Calabria (Federazione Italiana Nefropatici Trapiantati e Dializzati) ha messo in scena l’ennesimo sit in di protesta – questa volta difronte alla sede dell’Asp reggina - per vedere soddisfatti i propri diritti di malato. Il suo volto è provato, come quello di tutti gli altri, costretti come sono a turni imposti e massacranti che li vedono frequentare gli ambulatori del Gom solo a partire dalle 21 di sera, quando tutti, o quasi, sono a cenare in famiglia o addirittura si sono già alzati da tavola. «Non cambia niente, dobbiamo sottostare al fatto che siamo poveri ammalati, confidiamo...», non riesce a finire la frase Rosario Multari. Scoppia a piangere. Le sue sono lacrime di rabbia e di frustrazione. Si nasconde il volto dietro un cartello che sintetizza il disagio e l’assurdità di una situazione ormai incancrenita: “Disperati di giorno, dializzati di notte”. Poi raccoglie le forze e prova a ripartire: «Poveri disgraziati siamo, viviamo alla giornata, speriamo in qualcosa di positivo e di non morire disperati. E speriamo che qualcuno si metta una mano sulla coscienza e faccia qualcosa di buono».

La sede dell’Asp di via Diana è a metà di una salita anche ripida. C’è chi resiste, chi si siede nel primo “bizzolo” utile. Chi non ce la fa, con tanto di macchina per l’ossigeno si siede in macchina. Non sono tutti qui. Molti no riescono a recuperare i postumi della dialisi della notte prima. Ma chi c’è, pur tra disperazione e mortificazione, non intende mollare di un millimetro.

Luigi Capitani cammina, come altri del resto, appoggiandosi ad un bastone. Ogni tot deve fermarsi ed appoggiarsi. Decide di raccontare come il rientro a notte fonda rappresenti un pericolo costante per pazienti fragili, molti dei quali anziani o affetti da molteplici patologie concomitanti. «Smontato dal lavoro la dottoressa (riferendosi all’Asp), va a casa e fa i suoi obblighi familiari. Io smontando all’una dalla dialisi, devo impegnare mio figlio che viene da un altro paese a prendermi, mi porta a casa e ritorna all'altro paese che è a 60 chilometri. Poi l'indomani anche io ho degli obblighi familiari se non sono morto, perché ho una moglie di 85 anni. Salvo complicazione con la pressione, posso aggiustare una spina, insomma fare qualcosa, ma poi mi ficco nello stanzino e mi chiudo là perché non voglio che mia moglie mi veda in quelle condizioni».

Per altri pazienti, il freddo notturno e i continui spostamenti hanno già provocato complicanze mediche dirette. Pino Gallo, uno della trentina di dializzati coinvolti nella vicenda, racconta come l'uscita dall'ospedale a notte tarda gli abbia causato una grave bronchite, aggravando un quadro clinico già compromesso. Pino mostra con amarezza il deterioramento delle proprie fistole e la differenza rispetto al periodo in cui era in cura a Pellaro: «Da un mese che facciamo dialisi notturna dal Gom e purtroppo le condizioni si sono ancora aggravate con le fistole che si stanno spappolando. Non ce la facciamo più, stiamo chiedendo aiuto a tutti, però ancora nessuno purtroppo ci ha dato una conferma, nonostante abbiano approvato i 10 posti, ma noi ne avevamo cercati 29... Continuiamo a dializzare fino all'una di notte e fino al 31 dicembre, e poi dopo del 31 dicembre vorremmo sapere che cosa facciamo?»

La domanda di Pino è un po' la domanda di tutti i dializzati impegnati in questa difficile battaglia per la sopravvivenza. Keti Neri, moglie di un dializzato non presente al sit in, rivolge un appello diretto al Sindaco e alla gestione dell'Azienda Sanitaria Provinciale, sottolineando il contrasto tra i grandi eventi cittadini e la condizione dei malati: «Noi li vogliamo subito i posti rene, domani, i dializzati domani mattina dovranno andare in un centro, anzi dovranno andare al centro di dialisi di Pellaro dove sono stati fino al giorno 3 e hanno avuto una vita normale... Volevo dire al sindaco che io e mio marito avremmo voluto farci una passeggiata sul Ponte dell'Alba che lui ha inaugurato... ma noi eravamo al Gom a fare le nottate».

Concetta Schipani, da par suo, prova a mantenere la calma: «Perché bisogna anche avere il rispetto di altre persone della famiglia, non tutti possono alzarsi di notte e poi andare a lavorare la mattina presto. Ci sono famiglie coinvolte, sacrifici personali e soprattutto stanchezza, ormai abbiamo tanta stanchezza, da un mese a fare sit-in, a cercare di smuovere le acque, ad aggiornarci sulle notizie, è tutta una vita stressante che stiamo facendo». Concetta con due occhi grandi che raccontano quella stanchezza prova a spiegarsi meglio: «Non parlo delle sofferenze mediche e sanitarie, quelle ci sono i sanitari che le possono testimoniare, che hanno anche loro tanta stanchezza e tanta difficoltà nel curarci, perché ognuno di noi non ha solo una patologia legata alla dialisi. La dialisi comporta un corollario di patologie e ci sono persone che oggi non sono state neanche in grado di venire qui». Così si fa portavoce di un’altra storia: «c'è una signora in carrozzina, questa signora è sfuggita dalla guerra dell'Ucraina, quindi è arrivata qui in depressione, ha avuto un tumore, l'Alzheimer, crisi epilettica e la dialisi, in carrozzina. Sua figlia non l'ha potuta accompagnerà qua, perché se sua figlia l'accompagna qua perde il lavoro, ma l'ha portata a tutte le nostre assemblee, a tutto il nostro sostare, il pronto soccorso per aspettare la dialisi, dalla mattina alle 8 fino alla sera alle 21, e dopo 15 giorni che non ha lavorato questa figlia non ha più potuto accompagnare la madre».

Il ragionamento finale di Concetta non fa una piega: «Abbiamo pagato le tasse e i nostri contirbuti, ognuno di noi ha contribuito alla democrazia e mi pare che qualche cosa in cambio ce la meritiamo».

Hai ragione Concetta, meritate di più.