Ha un malore a Roccella, ma l’ambulanza (senza medico) arriva da Taurianova: l’odissea di un paziente
Un uomo costretto al tour degli ospedali tra la Locride e la Piana prima delle dimissioni nella notte. Il paradosso dei medici costretti a fare i miracoli in un sistema che li lascia a mani nude
Quando l’improvviso malore lo ha colpito mentre si trovava a Roccella Jonica, nessuno avrebbe potuto immaginare che la richiesta d'aiuto si sarebbe trasformata in una vera e propria odissea su gomma attraverso la provincia reggina. Un'avventura surreale che accende ancora una volta i riflettori sulle situazione del sistema sanitario territoriale, ma che al contempo mostra il volto umano e stoico di medici e infermieri, veri e propri eroi in trincea.
La prima anomalia scatta al momento dei soccorsi. Chiamato il 118, l’ambulanza non parte dal presidio più vicino: il mezzo d'emergenza arriva infatti da Taurianova. Non solo: a bordo manca la figura del medico, una carenza ormai cronica e drammatica che trasforma la corsa in ambulanza in un viaggio gestito dalla sola abnegazione dei soccorritori.
Raggiunto finalmente il pronto soccorso dell’ospedale di Locri, il paziente necessita di un accertamento diagnostico fondamentale e tempestivo: una Tac. Ma nella struttura di contrada Verga l’esame non si può fare. A quel punto scatta l'ennesimo trasferimento forzato: il paziente viene ricaricato in barella e dirottato verso l'ospedale di Polistena, dall'altra parte della provincia, unicamente per poter eseguire il controllo radiologico.
Soltanto dopo aver completato l'esame a Polistena e aver macinato chilometri tra le montagne calabresi, l'uomo viene ritrasportato a Locri, fino alle dimissioni arrivate nelle ore piccole, quando il quadro clinico si è stabilizzato.
Se questa storia non si è trasformata in qualcosa di più grave, il merito va ascritto interamente al personale sanitario che il paziente ha incontrato lungo il percorso. Dai medici di turno agli infermieri, la professionalità, l'attenzione e la delicatezza umana dimostrate sono state impeccabili.
Tuttavia, resta l'amaro in bocca per un dato indiscutibile: questi professionisti non vengono messi nelle condizioni minimamente adeguate per svolgere il proprio lavoro. Lavorare senza personale sufficiente, con presidi sguarniti e macchinari non operativi significa costringere il personale medico a compiere salti mortali quotidiani, esponendoli a uno stress insostenibile e privando la gente comune di una sanità dignitosa.
L'odissea di Roccella è solo l'ultimo sintomo di una malattia strutturale che la Calabria non riesce a curare, dove la professionalità dei singoli continuano a essere l'unico vero scudo contro il collasso del sistema.