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18/09/2026 ore 16.08
Sanità

Pierpaolo Zavettieri riavvolge il nastro: «Ecco come abbiamo portato l'OdC nell’Area Grecanica»

Il Consigliere Metropolitano ricostruisce la partita sulla programmazione sanitaria e avverte sul futuro: nuovi presidi e Tiberio Evoli devono crescere insieme, senza spostare personale da una struttura all’altra

di Silvio Cacciatore

Oggi il nastro è stato tagliato a Bova Marina. Qualche anno fa, però, quell’Ospedale di Comunità sulla carta non esisteva. Almeno non nell’Area Grecanica. Ed è da qui che Pierpaolo Zavettieri, oggi consigliere metropolitano e sindaco di Roghudi, parte per ricostruire uno dei passaggi meno visibili del percorso che ha portato all’apertura della struttura nell’ex Seminario. All’epoca coordinatore dell’Associazione dei Comuni dell’Area Grecanica e componente del Comitato dei sindaci dell’Asp, Zavettieri partecipò direttamente alla fase nella quale la programmazione della sanità territoriale venne ridisegnata. E oggi, davanti a una struttura diventata realtà, rivendica «Un lavoro fatto con il supporto di altri colleghi sindaci e anche di alcuni della pubblica amministrazione». Il punto, precisa, non era ottenere l’Ospedale di Comunità per Bova Marina, ma riuscire a portarlo nell’intero comprensorio: «Importante è il fatto che l’Area Grecanica abbia avuto anche l’Ospedale di Comunità, che non era previsto nella programmazione in corso».

Zavettieri ricorda il lavoro svolto insieme ad altri amministratori, citando tra gli altri l’allora sindaco di Locri Giovanni Calabrese e quello di Sant’Alessio in Aspromonte Stefano Calabrò, oltre al ruolo dell’allora commissario Gianluigi Scaffidi. Una fase che, nella sua ricostruzione, coincide con un momento delicato della programmazione: non c’era soltanto l’Ospedale di Comunità da salvaguardare, ma un pacchetto molto più ampio di investimenti territoriali.

Zavettieri parla infatti di quattro Ospedali di Comunità, sedici Case della Comunità e sei Centrali operative territoriali previste nella provincia reggina. Progetti che, sostiene, erano rimasti «quattro o cinque mesi fermi nel cassetto» e rischiavano di tradursi in finanziamenti non utilizzati. Con l’insediamento alla Regione di Roberto Occhiuto, ricostruisce, arrivò quindi il passaggio che portò alla nuova programmazione: «Occhiuto si insedia i primissimi giorni di ottobre 2021, noi facciamo la riunione il 16 dicembre», ricorda Zavettieri, spiegando come il Comitato dei sindaci venne chiamato a ridisegnare la distribuzione territoriale degli interventi.

Fu in quella sede che l’Area Grecanica riuscì a ottenere uno spazio maggiore. «Abbiamo ritenuto che fosse più utile nell’Area Grecanica che non nella città di Reggio, dove insistono strutture ospedaliere ben più attrezzate», spiega. E la partita, nella sua ricostruzione, non riguardò soltanto l’OdC: il territorio riuscì a ottenere anche due Case della Comunità anziché una, rafforzando una rete che oggi comincia progressivamente a prendere forma.

La scelta di Bova Marina arrivò per ragioni concrete. La normativa dell’epoca impediva di collocare l’Ospedale di Comunità nello stesso comune sede di un ospedale, escludendo quindi Melito Porto Salvo, e richiedeva locali di almeno 1.100 metri quadrati. L’ex Seminario offriva gli spazi necessari. «Il nostro compito non è stato scegliere Bova Marina rispetto a Condofuri o Brancaleone», puntualizza Zavettieri, «ma rivendicare nell’Area Grecanica questa struttura».

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Oggi che le porte sono aperte, però, Zavettieri mette subito in chiaro un altro punto: l’Ospedale di Comunità non può diventare l’alternativa al Tiberio Evoli. «L’ospedale di Melito Porto Salvo, il nostro ospedale dell’area, non ha bisogno di addolcire nulla: va potenziato e va recuperato. Io non metterei in conflitto queste strutture con l’ospedale di Melito». Funzioni diverse, dunque: da una parte l’ospedale per acuti e la specialistica, dall’altra la medicina territoriale e quella fase intermedia che accompagna il paziente dopo il ricovero e prima del ritorno a casa.

E le ricadute, secondo Zavettieri, possono interessare un pezzo consistente del comprensorio. Una struttura di prossimità capace di accompagnare la deospedalizzazione, offrire piccola diagnostica e intercettare bisogni che non richiedono necessariamente l’accesso a un ospedale per acuti. «Il grosso della sanità pubblica va sulle cose che si possono filtrare a monte di una ospedalizzazione», osserva, sottolineando come evitare il congestionamento delle strutture specialistiche significhi lasciare posti e professionisti disponibili per chi necessita realmente di cure ospedaliere.

Ed è proprio sul futuro che arriva il passaggio meno celebrativo della giornata. Perché aprire le strutture non basta, bisogna riempirle di personale senza svuotare quelle che già esistono. «Bisogna pensare alle piante organiche potenziali di questi Ospedali di Comunità e portare altre risorse umane al lavoro, in modo tale che non ci sia una coperta corta che viene tirata ora da questo lato e dopo dall’altro».