A TU PER TU | Gianluca Peciola racconta la sua “Linea del Silenzio”: «Laura, per me una sorella maggiore, per la storia una brigatista» - VIDEO
Un romanzo di formazione che affonda le radici nella storia familiare che si intreccia in maniera viscerale con quella che è la grande storia con risvolti, dunque, molto pregni dal un punto di vista emotivo oltre che storico. Si intitola “La linea del silenzio. Storia di famiglia e di lotta armata” e reca la firma dell‘attivista ed educatore romano, Gianluca Peciola. In riva allo Stretto per presentare il suo romanzo su invito del circolo culturale Guglielmo Calarco di Reggio Calabria, presieduto da Angela Curatola, Gianluca Peciola è stato ospite negli studi del Reggino.it. La sua complessa storia familiare dentro la Grande storia è così al centro della nuova puntata del format A tu per tu che oggi proponiamo.
La linea del silenzio è in qualche modo quella che ha attraversato la sua vita fino alla scoperta dell’identità del padre che non lo aveva riconosciuto. Una scoperta che avviene attraverso una figura centrale nella sua vita, quella di Laura Braghetti, non sua cugina ma sua sorella perchè suo zio Giorgio è in realtà anche suo padre. Segreti svelati che sciolgono dei nodi nella vita di Gianluca Peciola che a Laura, per lui una sorella maggiore, per la storia e per il Paese una brigatista, carceriera di Aldo Moro e responsabile della morte di Vittorio Bachelet, deve molto. Attraverso la scrittura di queste vicende, si riconcilia con esse, attuando una sorta di riparazione, di ricomposizione della sua identità.
La scrittura come rinascita
«Io sono stato battezzato nella menzogna – racconta Gianluca Peciola – perché porto il cognome di mia madre e non quello di mio padre Giorgio Braghetti. Con questo romanzo ho inteso ribattezzarmi nella verità, come persona che ha anche un fratello, una sorella e un padre che portano il cognome Braghetti e non Peciola. Ho voluto compiere un’operazione verità ma anche di riscrittura personale della mia storia, ovviamente in termini di romanzati. Il rapporto con la mancanza del padre e quindi con la mancanza di un riconoscimento paterno è qualcosa che segna profondamente la tua identità quindi questo è un libro che cerca con le parole un rapporto col padre, con la memoria familiare. Ammetto di aver mandato in avanscoperta le parole piuttosto che me stesso.
È una storia di dolore ma è anche una storia di rinascita perché scrivendo questo romanzo riscopro un padre, una famiglia e una storia d’amore. Avevo iniziato con il sospetto di una storia squilibrata tra mio padre e mia madre, con mia madre vittima e mio padre prepotente ma in realtà ho scoperto che invece è stata una storia d’amore anche se complicata, difficile. La mia la famiglia – prosegue Gianluca Peciola – ha avuto radici negli anni del primo dopoguerra e la testa degli anni ’70. Dentro questa contraddizione di valori e di modi di pensare al mondo hanno provato ad abbozzare una verità comoda che per me non è stata comodissima però ci ho dovuto fare i conti. Una figura essenziale per la mia crescita è stata sempre Laura. Una figura familiare familiare solida, il cui messaggio potente è stato quello di studiare e di assumermi le mie responsabilità. È come se a un certo punto lei mi avesse fatto vedere le stanze del futuro dove io mi potevo muovere e che non avrei mai pensato di poter scoprire. Le devo tanto e vivo in una sorta di paradosso: per il paese Laura è una brigatista su cui pende un giudizio storico severissimo, per me è la sorella maggiore che è stata anche la porta per arrivare a mio padre».
I silenzi e le verità
Un rapporto di scambio tra lui e la sorella ritrovata che continua anche dopo l’arresto e la scoperta della militanza nelle brigate rosse di Laura.
«Lei è stata la porta per arrivare a mio padre, a nostro padre, figura che veniva negata in famiglia. Quella familiare era, infatti, la zona del silenzio. Noi, famiglia proletaria con profonde radici operaie e comuniste, eravamo obbligati a stare attenti perché sembrava sempre che ci fosse un orecchio esterno attento ad ascoltare. Quindi quando si parlava della scelta di Laura o di politica, c’era sempre il terrore che qualcuno ascoltasse perché lo Stato ascoltava e lo Stato all’epoca era stato duro. Quelli erano stati anni di grande violenza politica. Poi c’era il carcere e quella era la zona della verità familiare. Lì il mio rapporto con Laura – racconta ancora Gianluca Peciola – è diventato anche un confronto politico più maturo. Io ho fatto parte di un’altra organizzazione rispetto alla sua e quindi all’interno del carcere c’era anche la possibilità di scambiare punti di vista opinioni rispetto alla politica e alle idee diverse di rivoluzione.
Questo libro, infatti, parla anche di un modo di affrontare la storia degli anni Settanta e della coda nella quale io sono cresciuto. Gli anni 70, l’obiettivo di cambiamento radicale della società attraverso la politica, la rivoluzione e anche la lotta armata precedono il movimento di Autonomia operaia. Mentre i grandi iniziavano a dirci che occorreva cambiare rotta, di abbandonare la scelta della rivoluzione armata perché mancavano le condizioni, noi eravamo adolescenti e guardavamo a quella richiesta con sospetto. Pensavamo, piuttosto, che fosse giunto il nostro di momento. Cresco, dunque, anche dentro questa contraddizione storica che racconto in questo romanzo che però non è un libro di storia. Ma quella Storia ancora oggi ci interroga perché evidentemente non è stata raccontata tutta la verità e spesso alcune esperienze, anche le più estreme, non vengono collocate nel modo corretto, ossia entro quell’album di famiglia della Sinistra comunista, la cui storia è stata tormentata e anche fratricida. Anche la nostra Resistenza ha insegnato – conclude Gianluca Peciola – che chi vuole raggiungere obiettivi di liberazione sociale non capisce che il nemico è quello che sta più in alto e non quello che sta al tuo fianco».