Aggredito dal branco sul corso Garibaldi. Rositani: «Quel ragazzino ha dato a tutti una lezione di dignità»
L'episodio in centro raccontato dalla donna testimone della scena: «L'educazione all'empatia diventi materia obbligatoria nelle scuole»
Uno sguardo ritenuto di troppo, l'ostentazione del gruppo e un ragazzino di soli 13 anni rimasto da solo a tremare in mezzo alla strada, accerchiato dai propri coetanei. L'ennesimo episodio di prepotenza giovanile si è consumato lungo Corso Garibaldi, a Reggio Calabria, sotto gli occhi dei passanti. A fare da scudo al giovane, offrendogli conforto prima dell'arrivo dei genitori, è stata Maria Antonietta Rositani, che ha poi affidato ai social una dura riflessione sul degrado educativo che attraversa le nuove generazioni.
«Io c'ero. Ho visto una scena che non mi toglierò più dagli occhi e dal cuore», racconta la donna, rievocando i momenti in cui il gruppo ha preso di mira il tredicenne. «Un gruppo di ragazzini che aggredisce un ragazzino solo. Il motivo? Un'occhiata. Uno sguardo che, secondo loro, non doveva esistere. Ho visto quel bambino tremare davvero, di paura. Piccolo, solo, circondato dalla cattiveria gratuita di chi si sente forte solo perché è in branco». Rositani si è avvicinata per offrirgli sostegno immediato, poco prima che sul posto giungessero i familiari della vittima: «Ho visto arrivare i suoi genitori. Tremavano anche loro. Mi sono avvicinata e l'ho accarezzato. Come se fosse mio figlio. Perché in quel momento lo era: era il figlio di tutti noi».
Nel suo resoconto, la testimone ha voluto evidenziare la maturità del ragazzo, capace di non cedere alla provocazione e di evitare che la situazione degenerasse ulteriormente. «Sei stato immenso. Non hai reagito», ha dichiarato rivolgendosi al tredicenne. «In un mondo che ti urla di rispondere con la stessa moneta, tu hai scelto di non diventare come loro. La tua non è stata debolezza, è stata una forza che quei bulli non conosceranno mai. La forza del rispetto, della dignità, del coraggio vero. Quello che non ha bisogno di alzare le mani».
Parole di profonda stima sono state riservate anche ai genitori del ragazzo, indicati come esempio di un modello educativo solido e in controtendenza: «Siate orgogliosi di vostro figlio. Avete cresciuto un uomo, mentre altri stanno fallendo nell'educare i loro. Avete cresciuto un ragazzo che vale dieci volte di più di chi lo ha aggredito. Il vostro lavoro si è visto tutto in quel suo non reagire».
Di segno opposto il giudizio espresso verso i responsabili dell'aggressiva intimidazione, descritti come lo specchio di un vuoto emotivo drammaticamente diffuso. «Dovreste vergognarvi. Siete il risultato di un vuoto enorme, di una rabbia che non sapete dove mettere, di telefoni in mano e di nessun valore nel cuore. Fate paura, ma fate soprattutto tanta tristezza».
L'episodio riaccende i riflettori sulla frequenza con cui simili prevaricazioni si verificano nei luoghi di ritrovo cittadino, spesso liquidate superficialmente come litigi tra adolescenti. Per Rositani, tuttavia, la soglia d'allarme è ampiamente superata e richiede risposte strutturali immediate.
«Sono profondamente preoccupata. Cosa stiamo diventando? Oggi per uno sguardo, domani per cosa? Per una felpa sbagliata o per un sorriso? Non possiamo più far finta di niente, non basta dire che sono "ragazzate". Serve educazione nelle scuole, subito, come materia obbligatoria: educazione contro ogni forma di violenza, al rispetto, all'empatia, alla gestione della rabbia e alla sfera sentimentale. Se non interveniamo ora nelle scuole, nelle famiglie e per strada, questi ragazzini di oggi saranno gli uomini violenti di domani. A quel bambino dico di non dimenticare mai quanto vale: ha dato a tutti noi una lezione che non dimenticheremo. Io c'ero e non starò zitta».