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05/10/2026 ore 08.58
Società

Aggressione a Siderno, Pesavento (Cnddu): «Non basta condannare, bisogna educare alla responsabilità»

Il Cnddu ritiene necessario che scuola e famiglia recuperino con chiarezza la propria funzione educativa, senza oscillare tra permissivismo e interventi emergenziali

di Redazione

«Il coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime forte preoccupazione per il grave episodio avvenuto a Siderno, dove un giovane di origine indiana è stato aggredito da un gruppo di giovanissimi mentre alcuni coetanei riprendevano la scena con gli smartphone, prima che le immagini venissero diffuse in rete. Quanto accaduto – dichiara il presidente Romano Pesavento – non può essere archiviato come una bravata né ricondotto genericamente al disagio adolescenziale. Picchiare un coetaneo, assistere senza intervenire, filmarne l’aggressione e trasformarla in materiale da condividere sono comportamenti diversi, ma appartengono alla stessa preoccupante perdita del senso del limite.

Le responsabilità individuali saranno accertate dagli organi competenti. Alla comunità educante spetta, però, un altro compito: interrogarsi senza indulgenze sulle condizioni che rendono possibile una simile condotta e sulla progressiva assuefazione alla violenza che sembra emergere quando la sofferenza di una persona viene osservata attraverso lo schermo di un telefono come se fosse una sequenza qualsiasi destinata al consumo digitale.

È proprio questo aspetto a rendere la vicenda particolarmente inquietante. La violenza non termina con l’aggressione fisica, ma prosegue quando viene registrata, rilanciata e consegnata a una platea potenzialmente illimitata. La vittima viene così esposta una seconda volta. Il gesto violento diventa contenuto, la presenza dei coetanei diventa pubblico e lo smartphone finisce per modificare persino il modo di assistere a ciò che accade.

Sarebbe tuttavia troppo semplice attribuire la responsabilità alla tecnologia. Uno smartphone non decide di filmare una persona mentre viene picchiata e non sceglie di diffonderne le immagini.

Dietro ogni dispositivo c’è una decisione individuale. È su questa capacità di scegliere, riconoscere un limite e assumersi la responsabilità delle conseguenze che scuola e famiglia devono tornare a lavorare con maggiore determinazione.

Educare al digitale, pertanto, non significa soltanto spiegare i rischi della rete o insegnare a proteggere un profilo personale. Significa educare alla responsabilità delle proprie azioni anche quando esse avvengono attraverso uno schermo. Significa far comprendere che registrare, pubblicare, commentare o inoltrare non sono gesti neutri e che la distanza creata dal dispositivo non cancella la realtà di ciò che si sta facendo.

La scuola non può essere chiamata in causa soltanto dopo che un episodio grave si è verificato, magari attraverso incontri occasionali destinati a esaurirsi insieme all’attenzione suscitata dalla cronaca. La normativa sul bullismo e sul cyberbullismo ha già rafforzato il ruolo della prevenzione e della formazione. Il problema, oggi, è tradurre tale indirizzo in una pratica educativa costante, riconoscibile e adeguata alla complessità dei comportamenti digitali degli adolescenti.

Altrettanto necessario è il ruolo delle famiglie. Non è credibile chiedere alla scuola di correggere da sola modelli comportamentali costruiti altrove o delegarle integralmente il compito di stabilire regole, limiti e responsabilità. La disponibilità precoce di strumenti digitali deve essere accompagnata da una presenza adulta reale, capace anche di dire no, controllare quando necessario e intervenire prima che comportamenti inappropriati vengano normalizzati dal gruppo.

Occorre inoltre evitare un equivoco che rischia di indebolire ogni intervento educativo: comprendere le cause di un comportamento non significa giustificarlo. L’età dei protagonisti impone modalità educative e giuridiche specifiche, ma non rende meno grave ciò che è accaduto.

Un adolescente deve poter comprendere che alle proprie scelte corrispondono conseguenze e che appartenere a un gruppo non sospende la responsabilità personale. Anche chi assiste è chiamato a scegliere se restare spettatore, alimentare quanto sta accadendo oppure chiedere aiuto.

La vicenda di Siderno pone dunque una domanda che va oltre il singolo episodio: quale rapporto con il limite, con la responsabilità e con la sofferenza altrui stiamo contribuendo a costruire nelle nuove generazioni?

Il Cnddu ritiene necessario che scuola e famiglia recuperino con chiarezza la propria funzione educativa, senza oscillare tra permissivismo e interventi emergenziali. I ragazzi hanno bisogno di ascolto, certamente, ma anche di regole comprensibili, adulti credibili e conseguenze coerenti quando quelle regole vengono violate.

Di fronte a un coetaneo aggredito, il gesto da apprendere non è accendere la videocamera. È interrompere la logica dello spettacolo, cercare aiuto e comprendere che dall’altra parte dello schermo non c’è un contenuto: c’è una persona», conclude il professore Romano Pesavento, presidente del coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani.