L'alloggio popolare è una chimera, in undici anni appena cinquanta assegnazioni: «La burocrazia gioca sulla pelle delle persone»
Il presidente di Ancadic Reggio Calabria, Nucara, denuncia ritardi, fondi regionali mai utilizzati e controlli che non partono: «ci sono graduatorie mai scorse e procedure straordinarie che diventate un labirinto»
Undici anni, cinquanta alloggi assegnati, decine di famiglie ancora in attesa. I numeri dell’edilizia residenziale pubblica a Reggio Calabria non raccontano una semplice inefficienza amministrativa, ma delineano un modello di gestione che nel tempo ha accumulato ritardi, regolamenti e deroghe senza mai produrre una risposta strutturale all’emergenza abitativa.
Graduatorie ferme, procedure straordinarie che diventano ordinarie e fondi regionali mai arrivati a compimento compongono un quadro che impone una domanda di fondo: chi governa davvero il patrimonio pubblico destinato alla casa e con quali strumenti di controllo.
A ricostruire il quadro è Francesco Nucara, presidente di Ancadic – Associazione nazionale per la difesa dei cittadini, avvocato di alcune delle famiglie coinvolte nei recenti provvedimenti di sgombero. «Il problema è una evidente disorganizzazione amministrativa – spiega –. Le graduatorie ordinarie non sono mai state realmente scorse e le assegnazioni non sono state effettuate. Ma se guardiamo alla procedura straordinaria, la situazione è persino peggiore».
Secondo Nucara, il regolamento introdotto negli anni ha finito per irrigidire ulteriormente il sistema: «È stata istituita una commissione comunale che si riunisce solo ogni sei mesi per aggiornare un’ulteriore graduatoria. Questo significa che chi oggi viene sfrattato, chi perde la casa per un crollo o chi è vittima di violenza familiare dovrebbe attendere uno o due anni. È evidente che così si spingono le persone verso soluzioni di sopravvivenza».
Un nodo centrale riguarda la definizione di “occupanti abusivi”. «Qui le virgolette sono d’obbligo – chiarisce –. Parliamo di famiglie che dieci, undici, dodici anni fa hanno chiesto di regolarizzare la propria posizione. Persone sfrattate, donne vittime di violenza, nuclei con minori o con disabilità che hanno chiesto di pagare un canone e di essere messi in regola. L’Aterp ha atteso undici anni».
Nel frattempo, la Regione Calabria aveva approvato la legge 8/95, più volte prorogata, che consentiva la regolarizzazione di queste posizioni. «È quanto accaduto anche in altri comparti – prosegue Nucara –. Nei provvedimenti di sgombero, paradossalmente, si riconosce l’esistenza di queste istanze e si fa riferimento anche a fondi regionali stanziati per i collaudi degli immobili, mai completati. Ma dopo undici anni si arriva comunque allo sgombero».
Una condizione che si intreccia con problemi strutturali irrisolti: allacci idrici mancanti, impianti non collaudati, abitazioni prive dei requisiti minimi. «Dare dignità alle persone significa garantire luce, acqua, sicurezza – sottolinea –. Eppure le risorse c’erano. Non si sa che fine abbia fatto quella procedura, poi improvvisamente si decide di sgomberare».
Sul tavolo resta anche il tema degli alloggi chiusi. «Non è mai stato fatto un vero focus sugli alloggi popolari – accusa –. Con la polizia municipale sarebbe possibile verificare in poco tempo le case vuote, revocare le assegnazioni irregolari e rimettere gli immobili a disposizione. Sono controlli semplici: basta incrociare i dati tributari per capire se una famiglia possiede altri immobili o redditi incompatibili. A quel punto la revoca è automatica».
Quello che emerge non è un singolo caso, ma un sistema che sembra funzionare solo sul piano formale. Mancano dati pubblici aggiornati sugli alloggi disponibili, sui controlli effettuati, sulle revoche e sulle riassegnazioni; mancano tempi certi e responsabilità chiaramente individuabili.
In questo vuoto, l’intervento arriva solo quando la situazione esplode, sotto forma di sgombero o di emergenza sociale. Se l’edilizia popolare resta un tema affrontato a compartimenti stagni, senza trasparenza e senza una verifica costante, il rischio è che l’eccezione diventi regola e che l’emergenza abitativa continui a ripetersi, con gli stessi meccanismi e le stesse conseguenze.