Ancora pregiudizi e stereotipi, Calabrò (Arcigay): «Contrastare le discriminazioni Lgbtqia+ è atto di cura della cittadinanza»
Il presidente dell'associazione e coordinatrice del centro antidiscriminazioni ai candidati a sindaco: «L'orientamento sessuale e l'identità di genere motivo di malessere e di emigrazione. Occorre rafforzare la cultura del rispetto e dell'uguaglianza e potenziare i servizi»
«La visione di una città non può prescindere dall'attenzione al benessere di chi la abita. Chi si candida ad amministrare, credo non possa prescindere da questa consapevolezza».
Michela Calabrò, presidente di Arcigay Reggio Calabria e coordinatrice del centro Antidiscriminazioni (Cad), da questo osservatorio, attivo da due anni, finanziato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri dipartimento Pari opportunità presso la sede Arci-Samarcanda di Reggio Calabria, si fa portavoce di una condizione di disagio che coinvolge soprattutto molti giovani, inducendoli a scegliere di andare via. E così incalza:
«Parlare di benessere a Reggio equivale ad affrontare anche il tema delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere che spesso diventano fonte di malessere e motivo per il quale si decide di lasciare la città. Non bisogna commettere l'errore di pensare che si vada via da qui solo per motivi di lavoro. Occorre esserne consapevoli.
A TU PER TU | «Noi ci siamo», più diritti e meno discriminazioni: ecco l’impegno dell’Arcigay di Reggio - VIDEOSi tratta di una condizione che registriamo soprattutto nel mondo giovanile. Riteniamo fondamentale, quindi, che chi sarà chiamato a governare ponga tra le sue priorità la cura della cittadinanza, anche contrastando le discriminazioni Lgbtqia+».
Il centro antidiscriminazioni
«Noi come associazione siamo impegnati in attività di sportello legale, psicologico e di orientamento sanitario gratuito. Al momento seguiamo oltre un centinaio di persone provenienti anche dal territorio metropolitano ma certamente una presenza un maggiore sostegno per una presenza più capillare sarebbe certamente di molto aiuto. Ai nostri sportelli – spiega Michela Calabrò, presidente di Arcigay Reggio Calabria e coordinatrice del Cad – si rivolgono anche persone che provengono da altre zone della Calabria e anche dalla Sicilia. Ciò accade per disinformazione circa la presenza di sportelli più vicini – adesso in Calabria vi è anche a Cosenza ma non è attivo invece a Messina – ma spesso accade anche perché si cerca riservatezza e si ha l'esigenza di non voler incontrare anche casualmente qualcuno che si conosce».
Dunque un stigma ancora esiste e occorre riconoscerlo per decostruirlo e azzerarlo. Michela Calabrò rivolge ai candidati a sindaco di Reggio Calabria, l'uscente sindaco ff Mimmo Battaglia per il centrosinistra, Francesco Cannizzaro per il centrodestra, Eduardo Lamberti Castronuovo del polo civico Cultura e Legalità e Saverio Pazzano del movimento La Strada, un articolato appello.
«Occorre dare sempre più spazio a confronti e approfondimenti sui temi della comunità Lgbtqia+. E ancora è necessario sostenere le attività del Cad. Dal futuro sindaco di Reggio, che sarà anche il sindaco metropolitano ci aspettiamo anche un supporto per fare in modo che tutti questi servizi non restino solo ed esclusivamente relegati al contesto centrale della città, ma possano ramificarsi su tutto il territorio metropolitano, con sportelli itineranti per raggiungere anche le comunità più periferiche e decentrate. Chiediamo, dunque, che sia promossa la creazione di articolazioni sul territorio metropolitano.
C'è poi il tema dei conflitti familiari che spesso portano le persone non avere più un posto in cui vivere. Ebbene, in Calabria al momento manca una casa accoglienza Lgbtqia+ per le persone che per motivi di discriminazione e violenza devono abbandonare la propria casa. Per noi – spiega ancora Michela Calabrò, presidente di Arcigay Reggio Calabria e coordinatrice del Cad - sarebbe motivo di orgoglio sapere che essa potrebbe nascere nella nostra città metropolitana. Infine tornando sulla dimensione essenziale culturale occorre valorizzare le attività culturali, primo tra tutti il Pride che purtroppo neanche quest'anno riusciamo a organizzare».
L'orgoglio
«Quest'anno la motivazione riguarda specificatamente le risorse umane. Anche per i motivi che illustravo all'inizio. Tante persone si sono trasferite fuori, depauperando sensibilmente il nostro capitale umano. Ciò ha inciso e continua ad incidere notevolmente anche sull'erogazione dei servizi e sull'organizzazione degli eventi, come il Pride che richiede molto impegno e molta energia. E, dunque, quando ci troviamo a dover decidere se organizzare il orgoglio o garantire continuità allo sportello psicologico, riteniamo prioritario dare continuità al supporto giornaliero che ci impegniamo a garantire.
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La perdita del capitale umano anno è legata, dunque, al fatto che sul territorio c'è ancora uno stigma, ci sono ancora pregiudizi e stereotipi che dobbiamo scardinare riguardo le persone Lgbtqia+. Interrogandosi sui giovani che vanno via credo sia fondamentale affrontare questo tema specifico che necessariamente chiama le istituzioni a creare opportunità di lavoro e di contesti in cui garantire la libera e piena espressione dei propri talenti ed anche del proprio orientamento sessuale.
Il teorico e scrittore statunitense di studi urbani, Richard Florida, inventore della “classe creativa”, aveva teorizzato la trasformazione delle città in centri di produzione di ricchezza e benessere per tutti attraverso le tre T, tecnologia, talento e tolleranza. Le città dove il progresso si nutre di talenti e di coesione sociale, includendo tutte le fasce sociali senza alcuna discriminazione, e sono quelle in cui i questi tre elementi camminano insieme e prosperano. Reggio ha bisogno di ricordare a sé stessa la sua identità plurale», conclude Michela Calabrò, presidente di Arcigay Reggio Calabria e coordinatrice del centro Antidiscriminazioni, ricordando i prossimi appuntamenti.
Il 28 maggio un evento formativo con il comune di Villa San Giovanni. A Reggio prossimamente un incontro su benessere e salute, sulla scia di quello svoltasi all'università della Calabria qualche giorno fa.
Genitori spaventati e figlie e figli soli
Un altro punto di vista prezioso è quello di Mirella Giuffrè, presidente Agedo (associazione genitori, parenti e amici di persone Lgbtqia+) Reggio, unica articolazione in Calabria dell'associazione. Anche Agedo è partner del centro antidiscriminazione che dunque offre servizi anche alle famiglie di ragazze e ragazzi che non riescono a fare coming out e che avendolo fatto sono entrati hanno, loro malgrado, innescato un conflitto.
A TU PER TU | Mirella Giuffrè (Agedo): «Dichiarare il proprio orientamento sessuale in famiglia può essere ancora difficile e doloroso» -VIDEO«Sono tutti spaventati rispetto a qualcosa che non conoscono e di cui non sono informati. Spesso pensano che i figli o le figlie siano condizionati da qualcuno, soggiogati e convinti da fattori esterni di essere quello che dichiarano di sentirsi. Il nostro impegno è innanzitutto quello di tranquillizzare, magari mettendoli anche in contatto con altri genitori che abbiano già attraversato quell'esperienza segnata da disorientamento e paura.
Abbiamo notato che sono molto più spaventati i genitori di ragazze e ragazzi che dichiarano di sentirsi dentro una identità di genere diversa da quella biologica rispetto a quelli che hanno appena saputo della loro omosessualità.
Credo che il tema sia sempre quello della disinformazione e dunque anche della paura rispetto al percorso che il figlio o la figlia dovrà affrontare. Un percorso certamente difficile ma che poi darà serenità e felicità. Ecco noi siamo qui anche per favorire una corretta informazione al fine di consentire alle famiglie di vivere il più serenamente possibile questa nuova consapevolezza.
Altro nodo è, purtroppo, che in Calabria non ci sono strutture pubbliche in cui sia possibile essere seguiti nel percorso di transizione di genere. Occorre infatti spostarsi anche solo verso la Sicilia.
C'è poi il tema della solitudine. A volte si rivolgono a noi anche minorenni che non riescono ad aprirsi a casa. Noi possiamo fare un primo ascolto dopo il quale i genitori vanno coinvolti. Ed è anche quello che i giovani, in fondo, desiderano e che non riescono a fare. Naturalmente desiderano essere accolti e sostenuti e amati dalla famiglia. Se una apertura in famiglia c'è, la maggior parte delle volte è quella della madre. Il padre si lascia coinvolgere dopo. E noi ci siamo anche per questo. Ma si rivolgono a noi anche maggiorenni rifiutati perchè omosessuali o coloro che hanno deciso di intraprendere da soli il loro percorso perchè non accettati in famiglia. Le situazioni sono le più variegate e il centro esiste soprattutto per ascoltare, supportare e lenire quella solitudine».
Il dolore dell’isolamento
Se i genitori sono spaventati, i figli restano soli. «Mi sono spesso ritrovata ad accompagnare in tribunale giovani maggiorenni per il cambio anagrafico. Attraversano la loro consapevolezza, che all'inizio è davvero faticosa, da soli e soffrono molto. Si parla troppo poco di questi stati d'animo e questo isola ed emargina ancora di più chi ha la “sola colpa” di essere nato in un corpo in cui non si riconosce. Occorre fare di più per rafforzare la consapevolezza e contrastare ogni stigma che dentro le famiglie, e quindi nella società è ancora molto presente», racconta l'avvocata del Cad, Silvia Martino, che ha seguito anche Simaria Chirico nel suo percorso di transizione di genere.
La storia di Simaria e la speranza
La storia di Simaria, oggi una splendida ragazza, supportata dalla sua straordinaria famiglia nel suo percorso, è purtroppo ancora troppo singolare. Deve però incoraggiare come le parole della mamma Grazia che mette la sua esperienza al servizio di Agedo: «Voglio dire ai genitori che non sono soli e voglio stimolarli ad avere il coraggio di amare i figli e di sostenerli senza avere la paura del giudizio. Non c'è prezzo per vedere mia figlia che sta vivendo la sua vita nella maniera più autentica e più vera e che sta vivendo quello che lei vuole realmente essere».
A TU PER TU | Il sogno di Simaria: «Chiamatemi con il "mio" nome» - VIDEOIl 17 maggio
La Giornata internazionale contro l'omofobia, la transfobia e la bifobia è stata istituita nel 2004 dalle Nazioni Unite e dall'Unione europea. La data richiamata il 17 maggio 1990 quando l'omosessualità fu rimossa dalla lista delle malattie mentali dell'Organizzazione mondiale della sanità.
In quei dati per la prima volta l'omosessualità fu definita come "una variante naturale del comportamento umano", dunque non una malattia da curare con trattamenti medici e psichiatrici. Passi in avanti sono stati compiuti ma ancora la strada è lunga e la stessa Italia arretra mentre sono oltre 60 i paesi in cui l'omosessualità è considerata un reato. In Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Afghanistan, Somalia, Mauritania e Yemen è punita con la pena capitale.
Come ogni anno, all'avvicinarsi del 17 maggio la Giornata internazionale contro l'omotranslesbobifobia, Ilga-Europe, associazione che promuove i diritti della comunità LGBT+, ha redatto la sua Rainbow Map in 49 Paesi, sia europei (comprese Gran Bretagna e Islanda) che dell'Asia centrale. L'Italia, nel 2026, è scesa di una posizione, tornando, come già nel 2024, al trentaseiesimo posto su quarantanove: uno dei punteggi più bassi di tutta l'Unione. I parametri analizzati sono diversi: uguaglianza e non discriminazione, famiglia, crimini generati dall'odio e discorsi d'odio, riconoscimento legale del genere, integrità corporea intersessuale, ma anche diritto di asilo e spazio nella società civile.