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29/01/2026 ore 10.00
Società

Area Grecanica, la testimonianza di Pinuccio dopo Prove d’Inchiesta: «Un territorio invisibile, rassegnato e vittima di una scarsa programmazione»

All’indomani della devastazione provocata dal ciclone Harry, Alessio Giannone, in arte Pinuccio, conduttore e ideatore del format Prove d’Inchiesta incentrato sulle criticità delle aree interne, racconta a Il Reggino la sua esperienza nell’Area Grecanica. Un bilancio in chiaroscuro che oscilla tra viabilità da incubo, senso di abbandono, mancanza di lavoro e poca visione

di Silvio Nocera

«La sensazione è che la Calabria sia un territorio invisibile. Perché della Calabria a livello nazionale non se ne è parlato. E dell’Area Grecanica ancora meno. Quasi a far passare il messaggio che se la devastazione provocata dal ciclone Harry accade a certe latitudini è anche un po’ colpa di chi vive in quei luoghi». È tranchant e senza mezzi termini la lettura che Alessio Giannone, in arte Pinuccio, dà della mediatizzazione del passaggio del ciclone mediterraneo sulle coste calabresi, dove i danni più ingenti hanno interessato l’area Grecanica. Un’area che lui conosce per averla resa protagonista di una delle puntate del format Prove d’inchiesta andato in onda qualche settimana fa su La7 e focalizzato sui temi e i problemi che affliggono le cosiddette aree interne dell’Italia.

Che cosa ti sei portato dietro dell’Area Grecanica dopo i giorni trascorsi?

«L'idea di un territorio abbandonato. Intendo dire appartenente a quella categoria dell’abbandono che non riguarda solo lo spopolamento. Perché a parte i luoghi fisicamente vuoti che ho visitato, ho avuto la sensazione che anche quelli ancora vissuti fossero abbandonati, da un punto di vista psicologico e forse anche antropologico. Abbandonati proprio nello spirito. Mi è parso che le persone che ho incontrato, persone ospitali, accoglienti e generose, si sentissero abbandonate. Perché dalle parole che mi hanno rivolto i pochi che vi ho incontrato emergeva quanto contenutonel Piano strategico nazionale delle aree interne, cioè un destino ineluttabile».

Per la verità si trattava di una classificazione per fasce di Comuni più o meno gravemente colpiti da fenomeni di svuotamento. Dati elaborati da Istat, Censis e Cnel su cui si può ancora intervenire.

«Non so davvero se siamo in tempo. Anche i sindaci, qualcuno più combattivo di qualcun altro, nel loro evidenziare problemi e criticità mi sono sembrati preda di una rassegnazione. Come a dire: “eh vabbè, però è andata così”. Perché è chiaro che se trovi un territorio spopolato, dove per esempio non ci sono più bambini, pensare di investire in opere pubbliche diventa difficoltoso anche in termini di ritorno di quell’investimento pubblico. Sono soldi che non tornano. E probabilmente, sotto un profilo di costo/opportunità allo Stato conviene più investire per collegare due comuni del Marchigiano dove, nonostante tutto, esistono distretti produttivi».

Il focus della tua trasmissione era mettere a confronto la spesa prevista per il Ponte sullo Stretto con lo stato dei territori su cui avrebbe impattato o con quelli limitrofi.

«È chiaro che in certi vostri territori manca anche il necessario. Resto convinto che con i fondi stanziati per il Ponte si potrebbero fare prima tante altre cose. E dopo qualche giorno ho capito anche l’atteggiamento di qualche sindaco che è si incazzato per tutto quello che il suo paese vive, ma che vede nel Ponte una opportunità. Come dire: magari col Ponte arriva qualcosa anche a noi. Mi è parso il discorso di un malato terminale che dice “Ok, proviamo questa terapia sperimentale, questa ultima carta”. Magari sapendo che non servirà, ma che rappresenta una spinta psicologica».

Cosa ti ha colpito di più?

«La viabilità. Ho visto situazioni veramente disastrose e incomparabili rispetto a tutti gli altri territori visitati in giro per l’Italia. Per arrivare a Roccaforte del Greco abbiamo preso la SP3. Una provinciale. La terza più importante della provincia che era in stato pietoso. E là tu dici...”Madonna mia!”».

Cos’altro?

«Un esempio: la cartellonistica, che per lo più non esiste. Oppure quella che c’è è decadente, se non impallinata dai proiettili. Un elemento che contiene un certo esotismo ma che contribuisce a creare un immaginario. Come dire “Ah si, la Calabria…”. Se non fosse vero potrebbe essere un set cinematografico. Quando lo stato di abbandono risulta a uno stadio così avanzato viene meno anche il decoro.

Che cosa vuoi dire?

«Ho visto luoghi con meno abitanti che però avevano un decoro urbano che non ti faceva pensare all'abbandono. Questo mi è capitato al Nord: un paese triste, la nebbia, pochi abitanti, però le rotonde sono realizzate e tenute a regola d’arte, gli svincoli hanno l'aiuola curata».

Il famoso non finito calabro?

«Sì, sono state scritte un paio di tesi. Oggi a quel non finito si aggiunge quello che sta crollando».

Quindi un territorio rassegnato, in emergenza e che non sa parlare

«Cominciamo col idre che si tratta di un problema nazionale, ma che ad alcune latitudini è più acuto. Più drammatico. Ad un occhio esterno pare che si tratti di un territorio che in alcune sue parti non sa o non vuole comunicare. A questo va aggiunto che uno degli sport come italiani siamo capaci di trasformare le emergenze in storie di (stra)ordinaria amministrazione. Quindi, da una parte,facciamo in modo che provvedimenti presi originariamente d’urgenza diventino la norma; dall’altra, paradossalmente, trattiamo le emergenze come questioni che ormai sono all'ordine del giorno e, in quanto tali, non devono più essere gestite sotto un profilo di crisi».

Il tratto di litorale a Bova Marina dove hai girato un paio di scene del tuo format oggi non esiste più.

«Appunto. Mi chiedo: le mareggiate degli ultimi giorni che hanno colpito l’Area Grecanica avrebbero sortito gli stessi effetti se lungo tutti i chilometri di spiaggia jonica fosse stata svolta un’azione di tutela e mitigazione del rischio della linea di costa? Perché quel litorale è risultato privo di opere di prevenzione?»

Hai anche una risposta?

«Una delle risposte doveva essere il PNRR che doveva servire innanzitutto per la messa in sicurezza dei territori come la Grecanica. Però, spesso, quei soldi sono stati usati per fare piazzette, ad esempio. Sono stati usati per tutto tranne che per affievolire il rischio. E questa è una costante nazionale: in tutti i giri che ho fatto il fattore comune è la scarsa sicurezza del territorio e quindi della programmazione. Poi però facciamo la conta dei danni nelle aree interne montane o lungo la costa».

La politica fa poco?

«Ci troviamo in una spirale in cui non solo l’entroterra, ma anche il destino di molte città meridionali sembra segnato. A volte mi chiedo dove siano cresciuti e dove vivano i nostri politici che, mediamente, sono impreparati e privi di visione, abituati a prendere senza restituire. Non c’è una politica di sviluppo industriale, non viene affrontato il tema del lavoro che rappresenta la sola prospettiva attorno alla quale costruire ipotesi di futuro. In territori bellissimi come la Grecanica non si può pensare a uno sviluppo fatto solo di turismo o di set cinematografici. Bisogna creare lavoro, filiere produttive. Lavoro che genera altro lavoro».

Da quel 5 dicembre in cui, alla fine del format Prove d’inchiesta, avete portato i sindaci delle Aree Interne al Senato annunciando l’apertura di un tavolo tecnico bipartisan guidato dai senatori Boccia e Melchiorre è accaduta qualcosa?

C'è qualcosa che si è mosso: la settimana scorsa l'Ansa ha riferito di un dl sugli incentivi fiscali per il rientro dei pensionati che trasferiscono la residenza fiscale da paesi non appartenenti all’Ue, incardinato alla Commissione Finanze del Senato, di cui Melchiuorre è relatore e Domenico Matera primo firmatario. Da quanto riportato si lavora a un nuovo articolo che istituisce un regime opzionale di imposizione sostitutiva sui redditi delle persone fisiche titolari di pensioni erogate da enti previdenziali italiani che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia da Paesi UE, all’interno dei Comuni con non più di tremila abitanti ricadenti nelle aree SNAI. Ma qui poi si apre il capitolo dell’assistenza sanitaria».

Che futuro vedi per l’Area Grecanica?

«Devo darti una risposta diplomatica?»

Dammi una risposta che rappresenta il tuo punto di vista

«Non vedo un futuro roseo all’orizzonte. Si sta perdendo tempo con soluzioni-palliativo che lasciano il tempo che trovano. La visione latita, la programmazione è deficitaria, le risorse vengono spese male. Si accumulano ritardi su ritardi, mentre il mondo va velocemente avanti. Se sono le nostre città a perdere migliaia di abitanti, figurati territori come la Grecanica dove l’avvitamento dello spopolamento non giova all’opportunità di realizzare investimenti pubblici. Chiedo allora: qual è il percorso per far ricrescere questi territori?»