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09/03/2026 ore 06.30
Società

Beni confiscati, Villa San Giovanni rilancia la sfida dei trent’anni della legge 109: il bene sottratto alle mafie diventi davvero patrimonio della comunità

FOTO | In Piazza Immacolata l’iniziativa di Libera con associazioni e gestori dei beni: un confronto pubblico ed una raccolta firme per destinare il 2% del Fondo Unico Giustizia al recupero degli immobili e superare le difficoltà economiche che frenano il riutilizzo sociale

di Silvio Cacciatore

A trent’anni dall’approvazione della legge 109 del 1996, che ha introdotto il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, anche Villa San Giovanni è scesa in piazza per rinnovare l’impegno civile contro la criminalità organizzata. L’appuntamento si è svolto in Piazza Immacolata, nell’ambito della mobilitazione nazionale promossa da Libera con l’iniziativa “109 piazze per la legge 109”, una tre giorni di eventi, incontri e raccolte firme che ha coinvolto oltre cento città in tutta Italia.

A coordinare l’iniziativa nella città dello Stretto è stato il Presidio Libera di Villa San Giovanni “Giovanni Trecroci”, guidato da Domenica Imbesi, che ha ricordato il significato di una legge nata grazie a una grande mobilitazione popolare. «Trent’anni fa – ha spiegato – un milione di firme dal basso portarono all’approvazione della legge 109, che ha consentito di sottrarre il maltolto alla ’ndrangheta e alle mafie per restituirlo alla collettività».

Proprio da quella esperienza nasce oggi una nuova mobilitazione: la campagna “Diamo linfa al bene”, che chiede di destinare il 2% del Fondo Unico Giustizia al recupero e alla gestione dei beni confiscati. Risorse che, secondo Libera, potrebbero rappresentare un sostegno concreto per le associazioni e le cooperative che si occupano di restituire questi immobili alla comunità.

Il nodo principale riguarda infatti la fase successiva alla confisca. Una volta assegnati, molti beni necessitano di importanti interventi di recupero e ristrutturazione. Senza finanziamenti adeguati, il rischio è che restino inutilizzati o che le realtà del terzo settore fatichino a sostenerne la gestione. In Calabria, secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, sono 3.450 gli immobili già destinati alla collettività, mentre oltre 1.700 sono ancora in attesa di assegnazione.

Durante l’incontro, moderato dalla giornalista di LaC News24 Elisa Barresi, e che ha visto la partecipazione della sindaca Giusy Caminiti e del consigliere comunale Giuseppe Cotroneo, hanno portato la propria testimonianza diversi gestori di beni confiscati attivi sul territorio.

Tra questi Domenico Barresi, presidente della cooperativa sociale Rose Blu, impegnata nel recupero di un immobile confiscato che diventerà una comunità “Dopo di Noi” per persone con disabilità e uno spazio di aggregazione per bambini. «Il nostro bene – ha raccontato – era in condizioni fatiscenti, abbandonato da quindici anni e vandalizzato. Senza risorse iniziali diventa difficile per le associazioni affrontare interventi così importanti».

Le difficoltà economiche sono state richiamate anche da Dominella Floccari, presidente dell’associazione Ora di Agire, che ha spiegato come la mancanza di fondi renda spesso impossibile recuperare immobili più grandi che potrebbero diventare spazi condivisi per il territorio. «Quel 2% – ha sottolineato – potrebbe dare linfa a molte realtà e aprire opportunità importanti per la comunità».

Un impegno che riguarda anche i servizi sociali. Fortunata Denisi, presidente della cooperativa Res Omnia, ha ricordato come gestire un bene confiscato significhi assumersi una responsabilità verso la comunità: «Non si tratta soltanto di aprire un edificio, ma di restituire fiducia alle persone, rendere questi luoghi accoglienti e metterli al servizio soprattutto di chi vive situazioni di fragilità».

A testimoniare il valore concreto di questi percorsi è stato anche Mimmo Cotroneo, medico, presidente dell’associazione Smile e direttore del poliambulatorio solidale, nato proprio all’interno di un bene confiscato.

«Quello che era una sala giochi oggi è diventato un presidio sanitario gratuito per la cittadinanza. È un esempio di come un bene sottratto alla criminalità possa trasformarsi in un servizio per tutti». Testimonianza che, assieme alle altre, ha costituito un importante momento di confronto che ha ribadito il valore simbolico e sociale dei beni confiscati: spazi che, una volta restituiti alla collettività, diventano segni tangibili di legalità e strumenti concreti di sviluppo per il territorio.