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02/05/2026 ore 06.30
Società

Canile di Mortara, dal sequestro al dissequestro: dieci anni di volontariato e il nodo della convenzione

Dalla gestione in emergenza sotto sequestro giudiziario alla richiesta di regolarizzazione dopo il dissequestro: la ricostruzione della volontaria Candida Naccarato ripercorre dieci anni di attività all’interno della struttura e apre il confronto con il Comune sulla definizione dei ruoli

di Aldea Bellantonio

Il caso del canile comunale di Mortara prende forma nel 2016, quando la struttura viene posta sotto sequestro giudiziario. È in quel momento che l’associazione «Dacci una Zampa ETS» entra all’interno del canile con autorizzazione del Gip, inizialmente per occuparsi dei cani di propria competenza.

«Entriamo con autorizzazione del Gip per provvedere ai cani dell’associazione», spiega Candida Naccarato, volontaria e presenza storica nella struttura. All’interno del canile, però, la situazione è ben più ampia: «C’erano più di 200 cani del Comune». Una condizione che, nel tempo, evidenzia criticità nella gestione quotidiana.

«Dopo un po’ ci rendiamo conto che i cani del Comune non venivano accuditi come dovevano: erano sporchi, senza acqua, senza cibo», racconta. Da qui, la decisione di intervenire e la richiesta formale al Gip di poter occuparsi anche dei cani comunali, oltre a quella di essere autorizzati a svolgere campagne di adozione, attività tipica delle associazioni animaliste.

La richiesta viene sostenuta anche dal custode giudiziario dell’epoca, che scrive al Settore Ambiente del Comune di Reggio Calabria. Ma, secondo quanto riferito, la risposta dell’ente è negativa già nel 2017: «Il Comune non è d’accordo né che puliamo i cani né che facciamo le campagne d’adozione».

Il Gip chiarisce quindi i limiti delle competenze: le adozioni restano in capo al Comune e all’Asp, mentre per l’accudimento degli animali, «in uno stato emergenziale il custode giudiziario può avvalersi dell’associazione». È in questo quadro che si sviluppa, negli anni, l’attività dei volontari.

«Siamo stati presenti 365 giorni l’anno, compresi i festivi», sottolinea Naccarato. Un impegno continuo che ha riguardato ogni aspetto della gestione quotidiana: pulizia dei box, alimentazione, cure, supporto sanitario anche in situazioni complesse. «Abbiamo fatto il mondo qua dentro e non abbiamo mai chiesto nulla in cambio», aggiunge, ricordando anche interventi veterinari sostenuti direttamente dall’associazione.

Le adozioni, pur non formalmente riconosciute, sono state portate avanti grazie alla collaborazione con la custodia giudiziaria. «I cani sono usciti dal canile perché siamo riusciti a creare un rapporto di collaborazione», spiega.

Il 16 gennaio 2026 segna un passaggio decisivo: il canile viene dissequestrato e torna nella piena disponibilità del Comune di Reggio Calabria. Da quel momento si apre una fase nuova, ma senza un’immediata riorganizzazione. «Abbiamo continuato a fare quello che abbiamo sempre fatto», racconta Naccarato, evidenziando la continuità delle attività quotidiane anche dopo il dissequestro.

È in questo contesto che l’associazione decide di formalizzare la propria posizione. A marzo 2026 viene inviata una richiesta di convenzione al Comune, richiamando il D.C.A. 67/2018, che prevede la collaborazione tra enti e associazioni del terzo settore. «Non abbiamo chiesto la gestione del canile, ma di essere autorizzati a stare dentro e a fare le adozioni in modo legale», precisa.

La richiesta resta senza risposta per oltre 45 giorni. «Entro 30 giorni devono rispondere, ma non abbiamo ricevuto nulla», sottolinea. L’associazione invia quindi una diffida tramite legale. La risposta arriva a fine aprile: la convenzione non viene concessa e la presenza dei volontari viene definita “sine titulo”.

«Io sto chiedendo di legalizzare la mia presenza e mi viene detto che sono senza titolo», afferma Naccarato, evidenziando la contraddizione con il percorso degli anni precedenti. «Noi avevamo un’autorizzazione del Gip durante il sequestro e, al dissequestro, ci siamo premurati subito di chiedere di entrare nella legalità».

Nella stessa comunicazione, il Comune fa riferimento all’attivazione di altre associazioni per le adozioni. «Dicono di avere due associazioni, ma non sappiamo quali siano», osserva la volontaria. «Noi non abbiamo mai visto nessuno in dieci anni».

Il canile, intanto, resta in una fase di transizione. Pur dissequestrato, non è ancora pienamente operativo: «Di fatto è chiuso, perché devono essere fatti dei lavori e ci sono prescrizioni da rispettare», spiega Naccarato.

La vicenda di Mortara si muove così tra passato e presente: dieci anni di attività svolta in un contesto emergenziale e una fase nuova in cui si rende necessario definire ruoli, responsabilità e strumenti formali. Sullo sfondo, resta il tema centrale indicato dalla stessa volontaria: «Noi vogliamo solo lavorare nella legalità».