Dentro il carcere, oltre i luoghi comuni: la sfida della sanità penitenziaria secondo Giulio Di Mizio
VIDEO | Dalla cattedra universitaria alla direzione sanitaria del carcere di Catanzaro, il professor Giulio Di Mizio racconta un sistema complesso e poco conosciuto: tra ritardi storici, criticità strutturali e importanti progressi, emerge il ruolo cruciale della sanità penitenziaria nella tutela dei diritti e nella tenuta dello Stato di diritto.
Abbiamo incontrato Giulio Di Mizio, Professore Associato di Medicina legale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro (Dipartimento di Giurisprudenza), Direttore della Sanità Penitenziaria dell’ASP di Catanzaro e componente del direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Con lui un confronto diretto, approfondito e senza filtri su un settore poco conosciuto ma cruciale.
Ci risulta che lei abbia sospeso una carriera da professore universitario per assumere inaspettatamente di dirigere uno degli Hub Sanitari Penitenziari più strategici, ossia quello del Carcere di Catanzaro “U. Caridi” (Siano).
«Sono da sempre un appassionato ed un cultore dell’esecuzione penale. Improvvisamente, come spesso succede nella vita, si sono create le condizioni per assumere questo ruolo, e quindi diventare un attore interno e non più un osservatore esterno di un sistema complesso e delicato come il carcere».
Ha percepito delle differenze tra l’esperienza dell’epoca e quella attuale?
«Ormai sono passati tre anni. Vivere il carcere lavorando all’interno per la maggior parte della giornata, e spesso anche la notte, apre un orizzonte totalmente diverso. Si comprende come la visione precedente, da operatore esterno, ormai appare ai miei occhi inevitabilmente parziale».
La situazione dell’assistenza sanitaria in carcere che l’opinione pubblica conosce è quella di grandi criticità nel nostro paese. Ci può dire in realtà come stanno le cose? La salute delle persone detenute in carcere come viene garantita?
«Dobbiamo fare innanzi tutto una premessa. In Italia ci sono 189 istituti di pena dove l’assistenza sanitaria è garantita dalle ASL, perché dal 2008 la sanità penitenziaria è diventata sanità pubblica. Poi un successivo provvedimento normativo del 2015, l’Accordo Stato-Regioni in Conferenza Unificata, ha definito le reti di assistenza sanitaria penitenziaria per adulti.
Tutto ciò è successo con importante ritardo. Pensi che quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) correva l’anno 1978. Il modello delle casse mutue terminava e tutto confluiva nel SSN. Tutto tranne la sanità militare e la sanità penitenziaria. Dal 1978 si è dovuto attendere il 2008 per la transizione e poi concretamente il 2015 per le linee guida specifiche. È un ritardo che ha inciso profondamente sul sistema».
Ma tutti gli istituti sono uguali in Italia dal punto di vista assistenziale?
«No. La medicina penitenziaria è medicina del territorio ed è incardinata nei distretti socio-sanitari. In tutti gli istituti vi è assistenza medica di base (medico di medicina generale e specialistica ambulatoriale). La stanza di detenzione corrisponde al domicilio del detenuto, che beneficia di tale assistenza.Negli istituti che offrono solo assistenza di base dovrebbero esserci detenuti sani o con problemi gestibili dal medico di famiglia».
E in caso di persone più impegnative dal punto di vista clinico?
«Queste vengono destinate in istituti con un SAI (Servizio di Assistenza Intensificata), quello che una volta si chiamava Centro Clinico. Sono strutture con posti letto, assistenza h24, diagnostica e specialisti.
E se all’interno del carcere le risorse non sono sufficienti rispetto alle malattie presenti?
Le risorse devono essere adeguate entro certi limiti operativi e garantire i LEA come per i cittadini liberi. Per il resto il detenuto viene accompagnato all’esterno, con autorizzazione dell’autorità giudiziaria, e accede alla sanità territoriale e ospedaliera. Di fatto, il responsabile sanitario ha a disposizione tutte le risorse del territorio nazionale. Tuttavia, anche la sanità penitenziaria risente delle criticità generali, come la carenza di medici e infermieri».
Ma negli ospedali i detenuti seguono i medesimi percorsi dei cittadini liberi?
«Sì, ma con esigenze di sicurezza: piantonamento o ricovero in reparti dedicati. Nei casi più complessi esistono le “medicine protette”, reparti ospedalieri con sicurezza rafforzata. In Italia sono solo dieci.
Perché si legge che l’assistenza sanitaria penitenziaria non è uniforme su tutto il territorio nazionale?
Perché è vero. Il finanziamento annuale – circa 170 milioni di euro – non copre il fabbisogno. Le ASL devono integrare e questo genera differenze regionali».
Esistono difficoltà nella definizione del fabbisogno, nelle liste d’attesa e nell’equiparazione tra cittadini liberi e detenuti. Si dimentica spesso il principio giuridico e costituzionale alla base dell’assistenza. Ci può chiarire questo punto?
«Una esecuzione penale garantita è un pilastro dello Stato di diritto. La salute non è mai in discussione, ma anche la pena deve essere effettiva, con funzione rieducativa e nel rispetto del principio di uguaglianza.
La sanità penitenziaria garantisce un impegno più complesso rispetto a quello esterno. Un suo fallimento incide sia sulla salute dei detenuti sia sulla regolarità dell’esecuzione penale».
Esiste una scuola di specializzazione in medicina penitenziaria?
«No. Le scuole devono essere conformi agli standard europei. I medici penitenziari sono per lo più medici di medicina generale con incarichi specifici, affiancati da specialisti.
L’Università di Catanzaro ha attivato un master di II livello per formare professionisti in questo ambito. Ma è fondamentale anche la motivazione: in carcere non si può lavorare senza passione e formazione adeguata».
Perché è difficile fare l’operatore sanitario in carcere?
«Per la carenza di alleanza terapeutica e per il rischio di strumentalizzazione delle richieste sanitarie. Una gestione efficace può generare tensioni nei rapporti con i detenuti».
Quali sono le patologie più frequenti?
«Tutte. Il carcere è uno specchio della società, ma più concentrato.
Si osservano patologie croniche, disabilità, malattie nefrologiche, disturbi psichiatrici, infezioni (HIV, HCV, TBC), malattie autoimmuni, oncologiche e dipendenze da sostanze, alcol e farmaci».
La sanità penitenziaria di Catanzaro sta funzionando?
«Sì. In tre anni abbiamo riorganizzato una struttura sanitaria su cinque piani, attivando reparti, ambulatori, diagnostica e assistenza h24.
Le prestazioni sono passate da 9.000 a circa 28.000 annue. Il triage gestisce oltre 36.000 chiamate l’anno. È un sistema complesso, con un elevato numero di interventi e trasferimenti sanitari quotidiani. In carcere non si finisce mai: è sempre mezzogiorno anche di notte».
Prospettive?
«Con il supporto della SIMSPe, si auspicano diversi progressi:
• revisione delle norme;
• uniformità dell’assistenza sul territorio nazionale;
• copertura adeguata di medici e specialisti;
• coordinamento unico dei servizi sanitari;
• superamento di criticità legate alla privacy;
• integrazione tra sistema sanitario e giustizia;
• aumento delle medicine protette;
• creazione di strutture per detenuti anziani;
• nuova gestione delle dipendenze
Una testimonianza diretta che restituisce complessità e profondità a un tema spesso semplificato. La sanità penitenziaria emerge così non solo come servizio sanitario, ma come elemento essenziale di equilibrio tra diritti, sicurezza e giustizia».
L’occasione è stata anche opportuna per annunciare un evento che giovedì 26 marzo che vedrà tante figure autorevoli nel settore per presentare il progetto Magna Grecia Mediterranea master di II livello in Medicina, psicologia e sanità in ambito penitenziario e delle misure alternative.