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05/02/2026 ore 10.46
Società

Don Giovanni Zampaglione e la missione digitale tra fede, social e silenzio: quando la speranza conta più dei follower

Il parroco di Masella e Montebello Jonico riflette sull’uso dei social media nel sacerdozio, tra evangelizzazione, responsabilità e centralità della preghiera

di Redazione

Qualche mese fa don Giovanni Zampaglione, parroco di Masella e Montebello Jonico, ha raggiunto e superato i 100 mila follower su Instagram (più di 50 mila su Facebook. TikTok poco utilizzato e ha una pagina personale) e fece questa riflessione:

«Da sempre ho fatto uso dei social media per diffondere il messaggio cristiano con riflessioni o messaggi che servono a far riflettere il lettore. Ricordo – afferma don Giovanni Zampaglione – quando durante la pandemia ho usato i social per tenere “accesa” la fede cristiana e soprattutto per offrire parole di conforto e di speranza a tutti.

Il prete, attraverso questi nuovi spazi di relazioni sociali che sono i social media e i social network, è chiamato ad essere portatore di SPERANZA e a dare tanto CORAGGIO a chi vive momenti difficili e di scoraggiamento.

Qualche anno fa un mio amico giornalista, Giuseppe Toscano, mi aveva definito il parroco più “social” che tiene fissa sempre la barra dell’essere cristiano e quindi della fede. Bisogna però fare attenzione a come si utilizzano questi strumenti.

Durante questi anni ho fatto spesso dei convegni ove ho sensibilizzato i parrocchiani all’uso corretto dei mezzi di comunicazione, strumenti preziosi per veicolare le buone notizie, ma che possono ferire e alimentare campagne di odio e disinformazione.

Quando un prete passa più tempo a curare l’algoritmo che l’altare qualcosa si è già rotto dentro. Il sacerdozio non è un profilo da far crescere, non è un brand, è rinuncia, è nascondimento, è fedeltà silenziosa. È servire Dio e la comunità dei fedeli.

I social sono sirene moderne: ti promettono visibilità, consenso, applausi. La gente (anche attraverso i social, se utilizzati bene) è assetata di parole positive. Tantissime persone giornalmente condividono i miei post e i miei video. Tanti sono diventati virali.

Papa Leone ci invita a rendere virali la “bellezza” e la “luce della verità”. Ma il Vangelo non promette like, promette la croce. Quando un prete inizia a pensare più a sé stesso che a Dio, più all’immagine che all’anima, l’esito è quasi scritto.

L’uso dei media digitali deve essere operoso e responsabile, trasformando le piattaforme in luoghi di speranza. In questi anni, grazie anche alla “missione digitale”, ho dato forza e coraggio a tanti (giovani e adulti) diffondendo speranza, fede e valori anche attraverso i social.

Il web è diventato luogo di incontro, di missione evangelizzatrice. Mi permetto però di sottolineare l’importanza di passare dalla semplice connessione alla vera comunicazione, valorizzando l’incontro reale, la stretta di mano e l’abbraccio.

Un prete deve essere sempre prete. Uomo di preghiera, di Eucarestia, di ascolto. A un giovane sacerdote, oggi direi: meno schermi, più ginocchia piegate. Meno esposizione, più obbedienza. Non bisogna mai perdere di vista l’essenziale. Perché quando si perde il centro, prima o poi… si perde tutto.

Scrivo tutto questo a seguito della scelta di don Alberto Ravagnani di lasciare il ministero sacerdotale. Un mio giovane di Masella (R.C.) l’altra sera, per concludere questa mia riflessione, mi disse: “Grazie perché mi siete amico, confidente, ma soprattutto perché mi aiutate ad essere sempre vicino a Dio”.

Volendo dare un consiglio a questo mio confratello, don Alberto, oggi sarebbe questo: perché non scegliere la via del SILENZIO e della preghiera dopo aver dato l’annuncio di aver lasciato il ministero sacerdotale? Pregherò per te e per tutti i miei confratelli sacerdoti che vivono momenti difficili e di smarrimento».