Essere Rom in una società piena di pregiudizi, a Reggio Daniela Lucatti smonta “L’invenzione zingari”
La sala di SpazioTeatro ha ospitato l’iniziativa dell'associazione Lav Romanò (parola/voce in lingua romanì) volta a sollecitare una riflessione su stereotipi e discriminazioni tanti radicati quanto difficili da riconoscere e ammettere
La curiosità e poi la scoperta che diventa consapevolezza di una totale invenzione dello zingaro e della zingara ancora oggi pervasiva e fuorviante, nel bene e nel male, rispetto all'identità della comunità Rom. Nasce così il volume di Daniela Lucatti, psicologa e psicoterapeuta per la quale l'incontro con i rom ha rappresentato una profonda esperienza umana ed emotiva, ancora prima che professionale. Un'esperienza che l'ha sollecitata a evidenziare come la discriminazione e i pregiudizi nei confronti di queste persone siano talmente profonde e radicate da avere pervaso anche la letteratura e quindi anche il linguaggio.
Originaria dell'India settentrionale, la comunità Rom è la più grande minoranza etnica in Europa ma è anche la più sconosciuta. Tra i principali gruppi Romanì in Italia vi sono i Rom e i Sinti. In Sicilia anche in Camminanti.
Il saggio “L’invenzione zingari. Il persistente sguardo strabico sul mondo Rom” (Carmignani Editrice) è stato presentato nella sala di SpazioTeatro a Reggio Calabria, su impulso dell'associazione Lav Romanò (parola/voce in lingua romanì), impegnata nella promozione della cultura romanì e nella costruzione di percorsi e alleanze che favoriscano l'autodeterminazione e contrastino ogni forma di discriminazione e segregazione. A rappresentarla in occasione dell’incontro, Fiore Manzo e Cristina Delfino, rispettivamente presidente e vicepresidente. L'incontro è stato scandito anche dalle letture di Giulio Malatacca e Gaetano Tramontana e si è avvalso anche del contributo sapiente del ricercatore della Sapienza, Matteo Leta.
L’archetipo e gli stereotipi
«Quando mi sono resa conto dell’onnipresenza “zingara” - scrive Daniela Lucatti - ho anche cercato di vedere se lo stesso accadesse con qualche altra popolazione, ma non ho trovato alcuna traccia di ripetizione continua e ossessiva alla stregua di quella riservata all’etnia rom. Sappiamo purtroppo tutte e tutti quanto di stereotipi sia pieno il mondo e come questi mutino con il mutare delle epoche e dei contesti culturali. Gli italiani pastasciutta e mafia, gli ebrei tirchi e avidi, i neri inferiori e selvaggi, e via di questo passo. Ma ad attenta (e nemmeno troppo) analisi di conversazioni tra persone provenienti da contesti socio-culturali o politici diversi, così come nella letteratura di varie parti del mondo, ci possiamo rendere conto che nessuno dei più comuni stereotipi riferiti a un popolo è presente in modo così costante», scrive Daniela Lucatti che di questa ricerca ha fatto uno strumento per discutere e riflettere sul radicamento dei pregiudizi e sulla forza che gli archetipi siano capaci di esercitare con prepotenza nell'immaginario collettivo arrivando, come nel caso delle zingare e degli zingari, a condizionare la percezione di una intera comunità che in realtà non si conosce affatto, o si conosce davvero poco, ma che si giudica d’imperio.
«Per stereotipi non intendo solo quelli negativi, che sono comunque la maggioranza ma anche quelli “positivi”. Questo fenomeno è appannaggio solo del popolo rom o, come qui lo chiameremo assecondando l’eteronimo con il quale è stato ed è fino ad oggi denominato da noi gagì (il termine con il quale i rom appellano noi non-rom), “zingaro”», sottolinea ancora Daniela Lucatti, in questo volume che non ha la pretesa di essere esaustivo ma che apre a una riflessione e anche a una ricerca collettiva dei riferimenti a questo termine disseminati nella letteratura non solo del Novecento e degli anni Duemila, al quale si ascrivono le 97 citazioni di scrittori e scrittrici di tutto il mondo del suo volume.
Così dal ladro e rapitore di bambini, dalla vita nomade e dall'aspetto trasandato si passa al fascino dei lineamenti delle donne gitane e alla vita avventurosa e libera come il vento di chi si sposta con il proprio violino e la propria musica soltanto al seguito.
Antonia Arslan, La strada di Smirne (2009) - Pag. 142. «In un angolo, silenziose, le due ragazze armene osservano, con distacco cauto e garbato, i cugini che si abbandonano a selvagge grida di esultanza al modo dei violinisti gitani».
Isabel Allende, Donne dell’anima mia (2020) - Pag. 10. «Che cosa temevo? Che mia madre morisse e noi finissimo in un orfanotrofio, che mi rapissero gli zingari [...]».
«Il mondo rom è filtrato quasi sempre attraverso stereotipi. L’ossessione per il popolo rom è tanto negativa quanto positiva. Dalla criminalizzazione e dall’odio razziale, si passa all’esaltazione della bellezza, della pelle e degli occhi scuri, della libertà, del viaggio da parte dei “figli del vento”.
E un’indagine socio-culturale con reconditi aspetti psicologici, dettati sia dalla paura che dall’attrazione per ciò che è diverso. Lo zingaro, nella sua estrema accezione negativa, è uno dei “diversi” per antonomasia», scrive nella prefazione del volume Santino Spinelli fondatore e presidente dell'associazione culturale Them Romano, Unico rappresentante per l'Italia, al parlamento dell'Unione Internazionale Romani con sede a Praga.
L’eteronimo “Zingaro”
È Fiore Manzo, presidente di LaV Romanò e attivista Rom a spiegare che «la parola zingaro deriva con ogni probabilità dal greco athínganoi e indicava una setta considerata eretica e intoccabile. Dunque nasce con una accezione negativa. Per noi, che ci riconosciamo nell solo termine Rom, è un eteronimo, in quanto un nome assegnatoci dall’esterno nella maggior parte delle volte per denigrarci e offenderci. La nostra identità è un’altra e siamo qui anche per promuovere una riflessione su quanto i pregiudizi ne condizionino la percezione nella società. Dopo la presentazione a Cosenza, siamo contenti di essere a Reggio Calabria, dove i documenti attestato la presenza di gruppi Rom giunti al porto di questa città già nel 1505».
E proprio nell'idea di zingaro che con tanta, troppa, disinvoltura si attribuisce ai Rom per etichettarli in modo negativo «in realtà riversiamo - spiega Daniela Lucatti - tutto quanto ci fa più paura e tutto quanto al contempo ci affascina. Gli zingari non esistono ma esiste invece lo zingaro/a che noi abbiamo creato e che alberga nel nostro inconscio rispondendo alle pulsioni e ai desideri che non vogliamo vedere né riconoscere. Il popolo Rom è molto meno potente e molto più “normale” di quello zingaro con il quale è da sempre stato confuso e identificato e che purtroppo non è ancora conosciuto nella sua variegata e complessa realtà», scrive ancora Daniela Lucatti.
Una mancata conoscenza che è frutto della pressoché totale invisibilità di tale comunità, al netto delle sacche di emarginazione e povertà note alle cronache negative e destinatarie di fallimentari politiche di integrazione che generano solo ghetti in cui l'alta concentrazione di famiglie disagiate diventa un luogo segregante e segregato, più che un quartiere di una città. Il caso di Arghillà a Reggio Calabria è particolarmente paradigmatico.
E così la persona di etnia Rom è, nell'immaginario collettivo che si nutre di pregiudizi e di suggestioni e non di opinioni pensate e argomentate, quella con l'attitudine a delinquere nel dna, refrattaria al rispetto di ogni regola di convivenza civile e che non vuole vivere se non in un insediamento informale o in una baraccopoli, che in Italia, le stesse Amministrazioni creano, non sapendo fare cosa di meglio sarebbe necessario e adeguato e trovandosi poi costrette a smantellarle.
Decostruire il pregiudizio per un nuovo sguardo
La sfida consiste proprio nel ribaltare questo punto di vista, nel soffermarsi su quella condizione di ghettizzazione e di concentrazione di povertà che esporrebbe qualunque comunità, come di fatto avviene seppure con una connotazione non (o almeno non ancora) così stigmatizzante, anche con gli italiani e con le persone di altre nazionalità, che non siano supportate dalle giuste politiche di sostegno e integrazione. La sfida sta nel comprendere che quella comunità rom ai margini non è l'unica ai margini e non rappresenta tutta la comunità rom. Questo volume di Daniele Lucatti apre uno squarcio sul pregiudizio asfissiante che esiste e persiste, fondato però su un'invenzione. Dunque è un volume che interroga. La sfida è innanzitutto culturale e coinvolge tutti, richiamandoli all'impegno di decostruire ciò che è inventato e sbagliato per costruire consapevolezze su una realtà conosciuta che però deve essere anche conoscibile, più conoscibile.
«Ricordo ancora quanto emerso in occasione di una delle mie esperienze accanto alla comunità Rom. Ascoltando una testimonianza legata alla scuola, mi ha molto colpito aver sentito che in classe si impara a leggere, a scrivere e a difendersi. Evidentemente difendersi dal pregiudizio radicato che già in tenera e giovanissima età viene alimentato. E mi sono soffermata allora, come faccio adesso, sulle energie disperse a difendersi invece che impiegate per coltivare ed esprimere talenti che troppo spesso non hanno l’opportunità di manifestarsi contribuendo all’invisibilità e alla distorta e parziale percezione di questa comunità. Credo, in questo senso, che il lavoro di Daniela sia un atto di giustizia intellettuale che aiuta a riflettere», ha raccontato Cristina Delfino, vicepresidente di Lav Romanò.
Del resto non parliamo di un pregiudizio qualunque. Il ricercatore della Sapienza, esperto di Storia del Teatro, Matteo Leta ci consegna innumerevoli spunti.
«Paola Trevisan mostra come la persecuzione contro i Rom avvenga soprattutto nelle zone di confine e Cesare Pavese allude allo Zingaro come spia che da “una parte all’altra svelino informazioni. Una concezione che risale già al Cinquecento e al Seicento quando nacque questo sospetto rispetto al fatto che i Rom passassero nei paesi Baschi, dalla Spagna alla Francia. E ancora nell’Europa centrale e nella Repubblica di Venezia si diffonde l’idea che i Roma siano spie di Turchi. Noi abbiamo il problema degli Ottomani e pensiamo che i Rom, di cui non sappiamo nulla, siano le loro spie. Una convinzione senza evidenza particolari che si tramanda per cinque secoli e anche un pretesto per perseguitarli. Anche da questo punto di vista, il pregiudizio rende anche la memoria discriminante e così che i nazisti abbiano anche perseguitato e ucciso anche i Rom ha un rilievo molto più che secondario».
Simone Veil, Una vita (2010) – Pag. 58. «In effetti pochissimi deportati ne sono usciti vivi. Dopo altri due giorni di incertezza e angoscia, il piccolo gruppo di donne di cui facevamo parte fu spedito a Bergen-Belsen, tra Amburgo e Hannover, nella Germania del nord, in una regione in cui le truppe alleate arrivarono molto tardi. I nazisti avevano aggiunto al nostro convoglio delle zingare arrestate da poco perché, nonostante l’atmosfera di disfatta che regnava dappertutto, la follia tedesca degli arresti continuava».
Antiziganismo e discriminazione multipla: essere donna e rom
Un dato costante della storia del popolo Rom è proprio la persecuzione che hanno sempre subito, la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio in una parola l’antiziganismo. Stefania Bevilacqua, attivista Rom e studiosa di antiziganismo di genere, evidenzia la persistenza del pregiudizio e si sofferma sulla discriminazione multipla. «Nascere Rom in una società così razzista è difficile ma nascere donna e Rom è doppiamente difficile. Persino essere vittime di violenza assume connotazioni diverse, eppure il patriarcato è lo stesso e la violenza è sempre da condannare. Il pregiudizio è multisfaccettato. Per una persona Rom non è facile dire “Io sono rom”, dichiarare la propria identità etnica. A volte è più facile, ammettere di essere lesbiche piuttosto che Rom e questo la dice lunga su quanto sia forte e radicata la Romfobia in questa nostra società».
Laura Conti, La lepre con la faccia da bambina (2021) – Pag. 67-68. «Un’altra sera sono venute due ragazze giovani, carine, con la gonna zingara a fiori e gli zoccoloni [...]. Il parroco sarà venuto a dire alle donne di non dare retta a quelle zingare. Saranno “zingare comuniste”. Turi si è messo a ghignare: “Macché zingare, macché comuniste. Quelle sono femministe».
Pag. 114. «Sono venute anche le femministe, e questa volta non parevano zingare ma professoresse, erano tante, giovani ma anche anziane».