Francesco Megna, ucciso a Cittanova nel 1988 all’età di 14 anni: l’iniziativa del coordinamento Docenti Diritti Umani
Accanto alla memoria una proposta educativa capace di distinguersi dalle iniziative già diffuse sul web e dai percorsi commemorativi dedicati ad altre vittime della violenza mafiosa
«Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani – si legge nella nota stampa – avverte oggi l’urgenza di riportare al centro del dibattito pubblico una ferita che non appartiene soltanto alla cronaca del passato, ma interroga ancora la coscienza collettiva del nostro Paese: quella della violenza che si insinua tra i più giovani e ne spezza prematuramente il futuro. Parlare di faida non significa evocare un fenomeno lontano o folkloristico, bensì riconoscere una matrice culturale che, quando non viene contrastata con decisione educativa e responsabilità sociale, continua a produrre conseguenze devastanti.
In questo quadro si colloca la vicenda di Francesco Megna, quattordici anni, un ragazzo estraneo a qualunque logica criminale, che portava un cognome pesante senza condividerne alcuna appartenenza. Figlio di commercianti che gestivano il bar del paese, a Cittanova (RC), frequentava il primo anno dell’Istituto per geometri. La sua vita era scandita dai ritmi semplici dell’adolescenza:
la scuola, gli amici, il tempo trascorso ad aiutare i genitori nel locale di famiglia. Di lui resta il ricordo limpido di un’età ancora intatta, fatta di quotidianità e progetti in divenire.
Durante una festa di Carnevale, per motivi futili – forse uno scherzo di troppo – scoppiò un acceso diverbio tra Francesco e un suo coetaneo, Giuseppe Gentile. Un episodio che avrebbe potuto esaurirsi in una lite tra ragazzi. Il 12 febbraio 1988, invece, i due si diedero appuntamento e Giuseppe Gentile si presentò armato, facendo fuoco contro Francesco e colpendolo al torace, uccidendolo sul colpo.
Grazie alla testimonianza dei coetanei presenti, l’autore del delitto venne identificato e arrestato. In quella tragedia accadde un fatto significativo: l’omicidio fu talmente sconvolgente da non ammettere silenzi né omertà. I ragazzi scelsero di parlare e Giuseppe Gentile fu condotto nel carcereminorile di Catanzaro.
La dinamica dell’omicidio – l’uso di un’arma da fuoco per dirimere un conflitto adolescenziale – venne letta come il riflesso di una subcultura segnata dalla presenza pervasiva della ’ndrangheta nel territorio reggino negli anni Ottanta. La logica della sopraffazione e della violenza, propria delle organizzazioni mafiose, sembrava aver contaminato anche la fascia d’età scolare, in un contesto sociale fragile e segnato da modelli devianti.
Il delitto suscitò sgomento a livello nazionale per la giovanissima età della vittima e del suo esecutore.
Per tali ragioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende affiancare alla memoria una proposta educativa nuova ed esclusiva, capace di distinguersi dalle iniziative già diffuse sul web e nei percorsi commemorativi dedicati ad altre vittime della violenza mafiosa. Accanto alle consuete giornate della memoria, alle intitolazioni di spazi scolastici e agli incontri con testimoni, si propone l’istituzione di un Laboratorio permanente di giustizia e conflitto nelle scuole secondarie, concepito come spazio curricolare stabile e interdisciplinare.
Il progetto mira a trasformare il ricordo in pratica quotidiana di cittadinanza attiva attraverso percorsi di educazione emotiva, simulazioni guidate di mediazione dei conflitti tra pari, analisi critica del linguaggio della violenza e studio del contesto storico-sociale in cui maturano determinate scelte criminali. Non un momento isolato, dunque, ma un cammino continuativo che integri diritto, storia, letteratura e scienze umane, affinché la scuola diventi presidio culturale permanente contro la subcultura dell’uso delle armi e della sopraffazione.
La memoria di Francesco Megna, così come quella di tante altre giovani vittime innocenti, deve tradursi in responsabilità educativa concreta: solo attraverso un impegno formativo costante sarà possibile spezzare il ciclo della violenza e restituire ai giovani la fiducia nella forza del dialogo, della legalità e dei diritti umani».