«Fuori la guerra dalla storia»: nella brezza dello Stretto voci di donne per la pace - FOTO
Sulle orme di Lisistrata che “scioglie gli eserciti”, l‘Unione donne in Italia trasforma la rotonda 8 marzo a Reggio Calabria in un proscenio in cui teatro greco e poesia prestano parole ad un appello accorato alla pace che culmina nel coro finale, ispirato al monito della partigiana Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna: «Fuori la guerra dalla Storia».
Proprio la rotonda 8 marzo di Reggio è stata in Calabria tra le “10, 100, 1000 piazze per la pace” che oggi, 26 giugno, per ricadere anche nella settimana di mobilitazione europea di “Stop ReArm Europe”, hanno visto in diverse città d’Italia e anche Berlino (unica città Europea), donne attive in movimenti per la pace, il
disarmo, la giustizia sociale e ambientale, mettersi in rete e mobilitarsi per creare spazi di relazione, confronto e aggregazione.
“10, 100, 1000 piazze per la pace”
Palermo, Caltanissetta, Pinerolo, Catania, Siracusa, Reggio Calabria, Perugia, Modena, Mestre, Venezia, Firenze, Torino, Roma, Milano, Rovereto, Bari, Madonie, Napoli, Berlino, Mondovì, Fano, Mirano, Pesaro, Padova, Bergamo, Genova, Brescia, Parma, San Donà di Piave, Cuneo, Pisa, Casale Monferrato, Ravenna, Bagheria, Cava dei Tirreni, Isola d’Ischia, Carpi, Alba, Sondrio, Chioggia, Cassino, Capaci, Cagliari.
L’iniziativa a Reggio Calabria, unica città della regione ad avere aderito grazie all’Udi, ha avuto luogo nel suggestivo balcone sullo Stretto, tra le colonne di Tresoldi. Qui dopo gli interventi introduttivi di Caterina Iacopino e Titti Federico, ha preso vita una originale riduzione della commedia (l’unica opera per il celebre commediografo greco antico ad avere il nome di una donna) di Aristofane in cui Lisistrata propone alle altre donne ateniesi l’idea dello sciopero del sesso per riportare a casa i mariti lontani perchè impegnati nella guerra del Peloponneso.
Lisistrata e le donne ateniesi
«Stereotipi cristallizzano il sesso come strumento a disposizione delle donne per sedurre gli uomini e condurli dove vogliono. Le donne ateniesi – racconta Luciana Amato responsabile l’Udi di Reggio Calabria – lo utilizzano insieme, incarnando un primordiale esempio di alleanza al femminile, per un fine nobile rendendosi contro dell’insensatezza di una guerra senza fine, protratta quasi per inerzia per soli interessi commerciali. Una provocazione che abbiamo rafforzato anche nel volere che questa volta fossero gli uomini ad essere rappresentati dalle maschere indossate da “attrici” e non il contrario. Così ho chiesto all’amica Franca Furci, che ringrazio, di realizzarle per l’occasione».
La Pace e la Guerra
«Abbiamo voluto portare con un pò di leggerezza, un messaggio forte di Pace, che dal latino ha la stessa radice della parola Patto, ossia il confronto alla pari tra le parti che trovano un accordo, stringono appunto un patto. È interessante soffermarsi sulle parole che molto rivelano come i fenomeni cambino nei millenni e nei secoli. Per i Romani la guerra era Bellum, non certo una cosa bella ma comunque ordinata e condotta secondo delle regole.
Pur essendo rimasta questa etimologia alla base di molte parole italiane legate alla guerra, come bellico, belligerante etc., per l’odierna parola guerra ci si è avvalsi del termine War di filologia germanica, ad indicare un fenomeno invece orde di uomini che ci scontrano senza alcuna disciplina. E oggi questa parola, purtroppo, manifesta nei fatti e nella storia ancora tutto il suo orrore», conclude Luciana Amato che con Flavia Carricato è responsabile l’Udi di Reggio Calabria.
Teatro e poesia, parole per la pace
Ad animare questa performance Anna Maria Olivieri, Maria Concetta Cancer, Luciana Amato e le altre attiviste dell’Udi, tutte di bianco vestite. La performance teatrale è stata seguita da un reading animato da Grazia Marrapodi Lamma e da Eleonora Scrivo.
Ha partecipato anche la scrittrice Loredana Cornero, che ha deciso di trattenersi a Reggio per partecipare alla manifestazione, dopo aver presentato nel pomeriggio di ieri il suo ultimo saggio “Sulle ali del cambiamento. Narrazioni femminili sull’emigrazione femminili nell’Italia contemporanea”.
L’importanza di esserci
«Credo sia importante manifestare oggi contro la guerra. Io sono presidente de premio Mimosa dell’Udi a Roma dove vivo per cui ho piacere a collaborare con le altre donne dell’Udi, poi è stata interessante questa Lisistrata. La guerra delle donne contro gli uomini. Tramite il sesso riuscire a far fare la pace. Sarebbe bello poter pensare oggi a una soluzione che porti alla fine dei conflitti in atto.
Le mie ricerche riguardano le donne. L’ultima riguarda le donne che lasciano l’Italia per cercare altrove, anche se vorrebbero rimanere molto spesso in Italia e trovarlo qui, quel riconoscimento del merito e della professionalità, quella possibilità di avere degli avanzamenti di carriera. Dunque una società più attenta ai temi riguardanti il welfare, gli asili nido, i congedi parentali e tutte quelle politiche atte a garantire una conciliazione lavoro famiglia», racconta la scrittrice Loredana Cornero.
Ecco alcuni passaggi del manifesto della rete nazionale di Donne per la Pace:
«Viviamo un tempo in cui la guerra viene normalizzata, giustificata, persino celebrata. La violenza bellica è tornata a essere linguaggio ufficiale delle relazioni internazionali, strumento di potere, fondamento dell’economia globale.
Ogni giorno nella Palestina sotto occupazione e assedio siamo di fronte a ciò che Stéphanie Latte Abdallah ha definito futuricidio: la distruzione sistematica di esseri umani, delle condizioni minime per vivere, immaginare un domani, tramandare memoria e speranza. E assistiamo alla devastazione di vite e territori provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, così come al protrarsi di conflitti dimenticati in
Sudan, Congo, Siria, Yemen, Myanmar e in molte altre aree del mondo.
Dalla politica del dominio …
Guerre diverse, ma con radici comuni: una politica fondata sul dominio, sullo sfruttamento delle risorse e sull’indifferenza verso la vita umana e del pianeta. A questa logica opponiamo pensiero e pratiche di pace. Rifiutiamo la semplificazione binaria dell’amico/nemico, la retorica dell’intervento armato, l’idea che la pace possa essere imposta con le armi. La guerra non è un’eccezione: è un dispositivo strutturale di potere, parte integrante di un sistema economico e politico che trae profitto dal disastro e dalla paura.
… alla politica della cura e della giustizia
«La forza è ciò che fa di chiunque le sia sottomesso una cosa», scriveva Simone Weil, e questo processo di spossessamento, che colpisce i corpi e le vite lo vediamo accadere ogni giorno, in ogni teatro di guerra, ma anche nelle nostre città, dove il linguaggio bellico invade la politica, l’informazione, la scuola, la cultura.
Denunciamo l’ideologia della forza, la militarizzazione delle istituzioni, l’espansione dell’industria bellica, l’asservimento della politica estera e dei media a una narrazione che semplifica, censura, distorce. Come sosteneva María Zambrano, infatti, può dirsi veramente umana solo una politica capace di ascoltare il pianto. Una politica che non rimuove il dolore, che non sacrifica le vite in nome della patria o della sicurezza, ma che sceglie la responsabilità, la cura, la giustizia».