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06/06/2026 ore 08.58
Società

Garante delle carceri calabresi Russo: «Il caporalato e le mafie negano libertà e diritti fondamentali»

La coordinatrice nazionale dei Garanti regionali delle persone private della libertà personale: «Il contrasto al allo sfruttamento del lavoro deve diventare una priorità di sicurezza e legalità»

di Redazione

* di Giovanna Francesca Russo
Coordinatrice nazionale dei Garanti regionali delle persone private della libertà personale

La tragedia di Amendolara non può essere letta come un fatto isolato di cronaca nera. Sarebbe un errore prima ancora che una rimozione morale. Quando quattro lavoratori migranti vengono uccisi in modo atroce, arsi vivi in una stazione di servizio della Calabria ionica, abbiamo tutti il dovere di guardare oltre la scena del delitto e interrogarci sul sistema che può avere reso possibile tanta ferocia. Sarà certamente la magistratura ad accertare responsabilità, moventi e connessioni e la fiducia nell’operato di magistratura e forze dell’ordine é massima come sempre. Ma le risultanze ad oggi emerse riportano al centro del dibattito una questione sottovalutata: il caporalato non è soltanto sfruttamento del lavoro.

Esso in territori come la Calabria può rappresentare una vera e propria infrastruttura del crimine, capace di governare persone, bisogni, trasporti, alloggi, salari, silenzi e paure. Li dove il caporalato si stabilizza, dove organizza la manodopera e controlla ogni segmento della vita quotidiana dei lavoratori, non resta confinato nell’illegalità lavorativa. Ramifica potere e quando quel potere si costituisce in territori segnati dalla presenza di mafie locali, storicamente capaci di condizionare economia, consenso, rapporti sociali e istituzioni, il rischio è che lo sfruttamento agricolo diventi una nuova frontiera dell’economia mafiosa. Le mafie contemporanee non vivono soltanto di traffico di droga, estorsioni o appalti. Si nutrono anche della capacità di inserirsi nelle fragilità. Governano occupano gli spazi lasciati vuoti dalla legalità economica, dal lavoro regolare e dalla protezione sociale.

Trasformano la povertà in dipendenza, il bisogno in obbedienza, la marginalità in occasione di profitto. In questo senso il caporalato va letto come forma di dominio criminale particolarmente insidiosa. Il bracciante sfruttato non perde soltanto una giusta retribuzione. Perde progressivamente la propria libertà. Viene falciata la possibilità di autodeterminarsi, di denunciare, di sottrarsi al ricatto. Non più soggetto di diritto ma strumento delle mafie. Perde libertà negli spostamenti, nella casa, nel salario, nella relazione con il datore di lavoro e, talvolta, perfino nella gestione dei propri documenti e del proprio futuro.


Quando una persona dipende dal caporale per lavorare, per essere trasportata, per dormire, per mangiare, per restare invisibile o per non subire ritorsioni, non siamo davanti a una semplice irregolarità contrattuale. Siamo davanti a una sostanziale privazione della libertà personale. È qui che il tema assume una rilevanza nazionale. Il caporalato non può essere trattato soltanto come una questione agricola, sindacale o amministrativa. Esso riguarda la sicurezza democratica del nostro Paese, perché mette in gioco la capacità dello Stato di impedire che qualcuno eserciti un potere illegittimo sulla vita degli altri ledendo diritti umani e libertà fondamentali.


Va detto chiaro che le mafie locali comprendono perfettamente il valore strategico di questo controllo. Il lavoro povero, irregolare, ricattabile e silenzioso è un terreno ideale per chi vuole governare senza apparire. Il potere mafioso non si manifesta sempre con la presenza diretta e visibile dei clan. Talvolta si manifesta nella tolleranza, nella protezione indiretta, nella compartecipazione economica, nell’intermediazione occulta, nel controllo dei trasporti, degli alloggi, dei reclutatori, delle cooperative-schermo e delle filiere opache. La Calabria purtroppo conosce bene la grammatica del dominio mafioso. Sa quanto sia sottile il confine tra controllo economico e controllo sociale. Sa che la Ndrangheta non si limita a commettere reati, ma costruisce dipendenze funzionali a mantenere il potere.

Decidono chi lavora, chi tace, chi obbedisce, chi può accedere a una risorsa e chi deve restare ai margini. Per questa ragione Amendolara interroga non soltanto la Calabria ma tutto il Paese. Interroga il modo in cui il Paese presidia le sue filiere produttive, la qualità dei controlli pubblici, il rapporto tra economia legale ed economia sommersa, la capacità dello Stato di proteggere i più vulnerabili prima che diventino vittime. Bisogna risalire la catena del potere economico e criminale. Bisogna chiedersi chi recluta, chi trasporta, chi ospita, chi paga, chi sfrutta, chi guadagna, chi copre, chi tace e chi consente.
Il contrasto al caporalato deve diventare una priorità di sicurezza, legalità e diritti umani.

Bisogna controllare le filiere agricole, verificare i flussi finanziari, monitorare cooperative e subappalti, colpire gli alloggi indegni, presidiare i trasporti, proteggere chi denuncia, sostenere le imprese sane e applicare con fermezza gli strumenti di aggressione patrimoniale quando emergono interessi criminali. Aggiunge io Garante che la repressione, da sola, non basta. Le mafie arretrano davvero solo quando arretra il bisogno di rivolgersi a loro. Per questo noi dobbiamo togliere loro il potere di essere più competitive delle istituzioni. Per questo la lotta al caporalato deve camminare insieme a politiche di riscatto sociale, lavoro regolare, accoglienza dignitosa, inclusione, formazione, mediazione culturale, tutela sanitaria e sostegno concreto alle vittime.
Da tempo sostengo che la sicurezza non possa essere separata dalla garanzia dei diritti umani. La sicurezza non è soltanto ordine pubblico. È libertà dal ricatto. È protezione della persona fragile. È tutela del lavoratore sfruttato. È difesa dell’imprenditore onesto. È capacità di impedire che la mafia governi i bisogni primari delle comunità.

Non possiamo più tollerare che il lavoro diventi prigionia. Non si può accettare che una persona venga sfruttata fino a perdere dignità, libertà e vita. Alle mafie deve essere tolto terreno perché con i proventi illeciti comprano tutto ciò che può farli crescere in dominio e controllo.
Amendolara é lo spartiacque. Il luogo da cui ripartire per dire che il caporalato é una ferita della democrazia. Contrastarlo significa difendere insieme legalità economica, dignità del lavoro, libertà personale, diritti fondamentali e sicurezza nazionale. Perché dove una persona è costretta a obbedire per sopravvivere, lì lo Stato deve arrivare prima della criminalità organizzata.E deve arrivare con tutta la forza della giustizia, ma anche con tutta la forza della democrazia».