I figli di Reggio agli addii di settembre, tra nostalgia delle origini e la voglia di tornare… per restare
C’è un momento, tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, in cui il Sud cambia volto. I vicoli si svuotano, le spiagge si fanno silenziose, gli aeroporti si riempiono di valigie rigonfie di nostalgia. Non è il calendario a decretare la fine dell’estate, ma il ritorno al Nord: Milano, Bologna, Torino. Ad attenderli città frenetiche, giornate scandite dal lavoro e dalla corsa, affitti che divorano stipendi e spazi di vita sempre più stretti.
È un copione che si ripete da generazioni. Ma il distacco, per chi parte, non diventa mai abitudine. «Tragico, come ogni anno da dieci anni a questa parte. La domanda è sempre la stessa: ne vale la pena?», confida Lore. «Rimarrà sempre la casa che ti manca quando parti, ma che ti uccide se ci resti».
Anastasia, che vive lontano da quasi quindici anni, racconta la stessa ferita: «È sempre un saluto difficile, mai a cuor leggero. Non ci si abitua mai del tutto al distacco, ai cari che ti guardano mentre vai via. Ogni volta mi chiedo se sia giusto rinnovare questa scelta, sperando che un giorno le cose possano cambiare. Chissà, magari prima o poi tornare».
C’è chi, quest’anno, non è nemmeno riuscito a scendere: «Quest’anno non sono venuto a Reggio», dice Domenico. E chi prova a riderci su, come Marco: «Io bacio la terra dov’è più lurido ogni mattina, per avere avuto il trasferimento a Reggio sei anni fa».
Poi ci sono ritorni pieni di ansia, come quello di Martina: «Ancora qui, per ora non voglio salire. Ma ogni volta è malinconia pura». E c’è anche chi fa notare un’altra assenza: «E chi non è proprio tornato giù per l’estate?», dice Luca. Perché non tutti riescono a concedersi neanche quel tempo sospeso che è l’estate al Sud.
Queste voci compongono un coro sommesso, ma potente. Raccontano la stessa tensione: tra l’amore per la propria terra e la necessità di cercare altrove un futuro. Per troppo tempo il Sud è stato descritto come un luogo da abbandonare, una cartolina buona per i ricordi estivi, una “vita lenta” da Instagram fatta di reti da pesca e tramonti aranciati. Ma dietro quell’estetica patinata ci sono storie di precarietà, di spopolamento, di comunità che si svuotano non solo d’inverno, ma per sempre.
Eppure, più passano gli anni, più chi è partito sente che la vita altrove non è sempre la conquista sperata. Ci si accorge che gran parte dello stipendio finisce in un affitto per un monolocale in periferia, che il tempo si riduce a un susseguirsi di giornate uguali, in cui si vive solo per lavorare e tornare a casa. Non c’è spazio per sé, né per relazioni autentiche. Così, lentamente, cresce un desiderio nuovo: non quello romantico del “ritorno alle origini”, ma la necessità di costruire una vita degna anche al Sud. Una vita che permetta di lavorare, sì, ma anche di vivere. Di avere tempo, relazioni, comunità.
Sono sempre di più quelli che sognano di tornare, non solo per sé stessi, ma per provare a far parte di un meccanismo che ridia vita a una città — come Reggio Calabria — che per anni è stata abbandonata. Giovani e meno giovani che scelgono di restare, che resistono, che aprono attività, che immaginano progetti culturali, sociali, agricoli. Che provano, senza sostegno, a ricucire luoghi svuotati, a costruire una dignità possibile.
Il Sud non è un museo della nostalgia, né una cartolina da consumare nei mesi estivi. È un territorio complesso, attraversato da contraddizioni, memorie, migrazioni. Un palinsesto vivo che chiede di essere compreso nella sua interezza. Non una “terra perduta”, ma una “terra del ritorno”: un luogo dove restare non significa rassegnarsi, e dove tornare non è solo un sogno, ma una possibilità concreta.
Ogni addio di settembre porta con sé questa tensione: il dolore della partenza e la speranza di un futuro diverso. La Calabria rimane lì, amata e irrisolta, perché il Sud non è finito: è ancora un luogo da vivere e da reinventare. E aspetta solo che i suoi figli tornino a casa.