Il caso San Luca oltre gli stereotipi: presentato al Festival Trame il Manifesto per ricucire la fiducia
Il progetto ha coinvolto sociologi, urbanisti, studiosi delle politiche pubbliche, operatori sociali e cittadini
San Luca come simbolo. Ma soprattutto come laboratorio. Non il paese imprigionato nella narrazione che lo vuole esclusivamente "madre della 'ndrangheta", né il luogo raccontato attraverso categorie stereotipate che finiscono per oscurarne la complessità. Una comunità ferita, attraversata da contraddizioni profonde, che diventa il punto di partenza per interrogarsi sul destino delle aree interne, sulla crisi della partecipazione democratica e sul rapporto sempre più fragile tra cittadini e istituzioni. È stato questo il cuore del panel "Verso un Manifesto con San Luca. Dentro il territorio, oltre gli stereotipi", ospitato al Festival Trame di Lamezia Terme.
Un confronto arrivato in giorni particolarmente significativi per il paese aspromontano. Da una parte la sentenza del Tar Calabria che ha annullato lo scioglimento del consiglio di amministrazione della Fondazione Corrado Alvaro disposto dalla Prefettura di Reggio Calabria. Dall'altra l'assoluzione in appello di don Pino Strangio nel processo Gotha, dopo dieci anni di vicende giudiziarie. Due vicende diverse che, però, riportano al centro una questione più ampia: il rapporto tra San Luca e lo Stato, tra rappresentazione pubblica e vita reale, tra legalità e fiducia.
A discuterne sono stati Anna Sergi, ordinaria di Sociologia del diritto e della devianza all'Università di Bologna, il giornalista e ricercatore Francesco Donnici, il sociologo ed ex sindaco di Benestare Rosario Rocca e la direttrice della Caritas di Locri Carmen Bagalà. Al centro del dibattito il progetto "Manifesto con San Luca", un percorso avviato nei primi mesi del 2025 e lanciato pubblicamente nelle scorse settimane attraverso i canali social e una piattaforma online dedicata.
L'idea nasce da una riflessione condivisa tra Anna Sergi e Francesco Donnici: «Ci siamo resi conto che molte delle notizie che ci avevano colpito tra gennaio e febbraio riguardavano San Luca e ciò che stava accadendo in Aspromonte», ha raccontato Sergi. Lo scioglimento della Fondazione Corrado Alvaro, quello del Comune arrivato a mandato ormai concluso, il commissariamento protratto nel tempo, ma anche le reazioni polarizzate esplose sui social. Eventi differenti che, secondo i promotori, avevano un elemento comune: la tendenza a leggere San Luca come un'eccezione e non come il punto più visibile di criticità diffuse in gran parte delle aree interne calabresi.
Da qui la scelta di costruire un percorso che non fosse "per" San Luca, ma "con" San Luca. Con l’obiettivo di scardinare gli stereotipi e superare le dinamiche di vittimizzazione per imboccare la strada della normalizzazione. San Luca è infatti una comunità che vive, in forma più intensa, problemi condivisi da molti altri territori: spopolamento, carenza di servizi, isolamento infrastrutturale, difficoltà nel costruire classi dirigenti locali, sfiducia verso la politica.
Per questo il progetto ha coinvolto sociologi, urbanisti, studiosi delle politiche pubbliche, operatori sociali e cittadini. Parallelamente è iniziato un lavoro di ascolto della comunità attraverso incontri sul territorio e un confronto costante sui social network. «Il manifesto oggi esiste già, ma è ancora fatto di frammenti e contributi vari che devono ora passare al vaglio della comunità», ha spiegato Sergi. «È facile costruire teorie, più difficile trasformarle in pratiche condivise».
Francesco Donnici ha insistito sulla natura aperta dell'iniziativa. «Non stiamo scrivendo un documento già confezionato e non vogliamo utilizzare San Luca per altri fini. La volontà è raccogliere più voci per costruirne una collettiva». Una piattaforma programamtica che, lungi dal negare l'esistenza della 'ndrangheta o i tanti problemi del territorio, prova a spostare lo sguardo anche su ciò che esiste oltre quei fenomeni. «La sfida è capire cosa c'è al di là della narrazione criminale e come costruire strumenti per promuovere lo sviluppo territoriale insieme alle comunità, passando da un piano esterno a uno interno». San Luca, in questa prospettiva, diventa un laboratorio. Un modello da cui partire per ragionare su tutte le aree interne che condividono condizioni simili, dentro e fuori la Calabria.
Eppure, al panel, c'era un'assenza impossibile da ignorare: i sanluchesi non erano presenti né tra i relatori né tra il pubblico. Non disinteresse, ma diffidenza verso riflettori che troppo spesso finiscono per riproporre la semplificazione più comoda: San Luca uguale 'ndrangheta.
È proprio qui che Anna Sergi ha introdotto uno dei concetti più forti emersi durante il confronto: il "cerchio della marginalità". Un meccanismo perverso in cui marginalità geografica e storica producono risentimento; il risentimento alimenta sfiducia verso le istituzioni; la sfiducia genera ulteriore distanza dallo Stato e finisce per rafforzare l'isolamento. «Se una comunità non si riconosce più nel processo democratico, smette di partecipare», ha osservato. Un processo che, secondo la sociologa, non riguarda soltanto San Luca ma molte realtà italiane, anche se nel paese aspromontano si manifesta in forma amplificata. Da qui tutto il resto a cascata: la disillusione verso la politica, la difficoltà a trovare candidati alle elezioni amministrative e la percezione di uno Stato presente soprattutto attraverso controlli, commissariamenti e interventi repressivi.
A chiarire quanto certe dinamiche correlate alla desertificazione demografica, politica e sociale che impattino non solo su San Luca, ma su tutte aree interne, con particolare riferimento a quelle della Locride, è stato Rosario Rocca, già sindaco di Benestare e presidente del Comitato dei sindaci della Locride. Nel suo intervento ha descritto una Calabria interna segnata da problemi strutturali irrisolti: spopolamento, carenza di servizi, trasporti insufficienti, progressivo indebolimento del tessuto sociale. Per Rocca, San Luca può rappresentare il punto di partenza di una riflessione che riguarda tutta la Locride e, più in generale, le aree interne del Mezzogiorno. Un tema tornato d'attualità anche alla luce del dibattito sul Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne e sulle prospettive dei comuni destinati a perdere popolazione.
A sollecitare un cambio di prospettiva è stata Carmen Bagalà. Perché certe dinamiche prendono piede dove i diritti non snoo garantiti e si radicano lì dove lo Stato lascia spazi vuoti che qualcuno riempirà al posto suo. «Molte volte si parla di San Luca senza conoscerne la vita quotidiana. Senza sapere che la comunità è afflitta da povertà educativa, carenza di spazi di aggregazione, difficoltà negli spostamenti con i mezzi pubblici, accesso complicato ai servizi sanitari e amministrativi».
Bagalà ha raccontato episodi concreti: famiglie escluse da finanziamenti bancari per il peso del cognome che portano, cittadini costretti a considerare favori quelli che dovrebbero essere diritti, giovani privi di opportunità e di luoghi in cui costruire il proprio futuro: «Alla 'ndrangheta fa comodo lo stereotipo su San Luca», ha detto. L’unica maniera di approcciarsi a San Luca è quella di sospendere il giudizio, spogliandosi di certe convinzioni e predisponendosi a un ascolto non viziato.
Un invito e un approccio metodologico che non pretende di offrire soluzioni semplici e immediate, ma che si appresta a compiere un percorso di comunità fondato sulla ricostruzione paziente di relazioni, fiducia e partecipazione. Rendendo San Luca protagonista e fautrice del proprio futuro. Un futuro che non deve essere dettato dagli altri, ma deve innescarsi a partire dai saluchesi. Da chi, da una parte, deve essere messo nelle condizioni di pianificare che cosa vuole diventare da grande, riappropriandosi della propria narrazione. E dall’altra, deve essere capace di fare pace col proprio passato, mettendo un punto su quanto accaduto con l’obiettivo di operare una ricostruzione.