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15/08/2025 ore 08.30
Società

Il Prefetto Vaccaro e la doppia solitudine: «Cittadini e istituzioni devono unire le forze per non restare isolati»

Dal palco della cerimonia per l’intitolazione della nave della legalità “Antonino Scopelliti”, il Prefetto di Reggio Calabria lancia un appello a trasformare l’isolamento in collaborazione, con la legalità come rotta comune
di Silvio Cacciatore

Nel corso della cerimonia per l’intitolazione della barca a vela “Antonino Scopelliti”, il Prefetto di Reggio Calabria Clara Vaccaro ha scelto di concentrare il proprio intervento su un tema tanto delicato quanto raro nei discorsi pubblici: la solitudine. Non un concetto astratto, ma una condizione concreta, che attraversa la vita delle persone e delle istituzioni. L’ammissione è arrivata senza esitazioni: «Spesso i cittadini ci dicono che si sentono soli e che le istituzioni non sono troppo vicine. Forse è vero». Parole che hanno rotto la formalità della cerimonia, penetrando in un terreno emotivo e politico allo stesso tempo.

La scena aveva già un forte impatto simbolico: una barca confiscata alla criminalità, un tempo usata per il traffico di migranti, che oggi diventa strumento di inclusione, intitolata a un magistrato assassinato dalla mafia. Ma è stato il passaggio successivo a rendere il discorso di Vaccaro un momento di riflessione collettiva. «Anche noi istituzioni a volte ci sentiamo soli. Ci sentiamo tanto soli», ha confessato, mettendo sullo stesso piano l’isolamento percepito dai cittadini e quello vissuto da chi serve lo Stato. Una dichiarazione che ha dato forma a una verità spesso taciuta: la solitudine, se non affrontata, diventa un ostacolo silenzioso alla costruzione di fiducia e alla capacità di dare risposte tempestive.

Nelle sue parole, questa doppia solitudine non è un destino immutabile ma una condizione da trasformare. La via indicata è chiara: scegliere da che parte stare, chiedere aiuto quando serve, e costruire alleanze reali per superare le distanze. Un percorso che richiede ascolto costante, collaborazione strutturata con il terzo settore e il mondo dell’associazionismo, procedure snelle nei momenti critici e linguaggi comprensibili quando si spiegano le decisioni. La solitudine, in questa visione, diventa un dato su cui intervenire con continuità, riducendola attraverso una presenza visibile e reti affidabili che restano attive anche lontano dai riflettori.

È qui che la metafora della vela si inserisce come chiave interpretativa. «In mare serve scegliere il bordo giusto», ha ricordato il Prefetto, e ogni rotta richiede allenamento, attenzione e disciplina. Un errore minimo può costare caro, così come una scelta poco ponderata in ambito pubblico può compromettere il lavoro di mesi. L’invito a “unire le solitudini” si traduce allora in un vero e proprio metodo: funzionare come un equipaggio, con ruoli definiti, responsabilità condivise e comunicazione costante tra chi prende le decisioni e chi vive gli effetti di quelle decisioni.

La barca “Antonino Scopelliti” diventa così più di un omaggio alla memoria del giudice: è un laboratorio civile, un luogo fisico e simbolico in cui imparare che ogni traversata richiede fiducia reciproca, capacità di adattamento e un obiettivo comune. La legalità, in questa rotta, non è uno slogan ma una pratica quotidiana che coinvolge famiglie, scuole, associazioni, operatori sociali e istituzioni in un’unica direzione.

Il prefetto Vaccaro ha chiuso il suo intervento con un appello a non lasciare che nessuno resti isolato. Un messaggio che non si limita alla platea presente, ma guarda a un modello di comunità in cui la prossimità non sia solo geografica, bensì fatta di legami stabili e riconoscibili. Perché la solitudine, quando diventa esperienza condivisa e consapevole, può trasformarsi in una spinta a collaborare. E, come per una barca in mare aperto, la rotta si traccia insieme: così il vento non è un ostacolo, ma la forza che muove verso una meta comune.