Internato a Ferramonti Michel Fingesten, uno dei più grandi artisti di ex libris della storia: il racconto del docente reggino Enzo Molinari
VIDEO | Negli studi del Reggino.it, in occasione della nuova puntata della rubrica A tu per tu, dedicata alle vittime della Shoah e all’impegno contro ogni forma di persecuzione e sopraffazione, un tributo al celebre pittore e incisore che volle restare in questa terra anche dopo la fine della guerra. Il professore di Tecniche dell’incisione dell’Accademia di Belle Arti di Reggio: «Era un figlio della Calabria»
Dalla Slesia austriaca alla provincia cosentina. Da Butzkowitz, dove nacque nel 1884, a Cerisano dove morì nel 1943. Michel Fingesten, pittore e incisore considerato uno dei più grandi artisti di ex libris della storia, morì in Calabria dove scelse di restare dopo essere stato internato nel più grande campo edificato dal regime Fascista in Italia, a Ferramonti di Tarsia.
Fu dunque il dramma della persecuzione degli ebrei anche in Italia a tessere il rapporto con la Calabria di questo celebre artista che appassionò il professore Vincenzo Molinari, docente di Tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. Nel 2019 volle organizzare a Reggio una mostra in sua memoria, come ha raccontato negli studi del Reggino.it, in occasione della nuova puntata di A tu per tu dedicata all’odierna Giornata della Memoria delle vittime della Shoah.
Fingesten entrò giovanissimo nell’Accademia di Vienna che lasciò dopo soli due anni. Raggiunse l’America ma poi tornò in Europa, in Germania dove iniziò, con imponenti cicli grafici ed acqueforti, a denunciare gli orrori della guerra, atrocità raffigurate con sottile erotismo. I suoi tipici grafismi macabri e spigolosi furono poi particolarmente evidenti nella sua copiosa produzione di ex-libris.
Con la sua opera, il suo tratto inconfondibile, gli ex libris da etichetta (abbreviazione del latino "ex libris meis", "dai miei libri") con stemma e un motto a corredo di un libro per indicarne il proprietario, divennero vere e proprie opere d’arte.
Ex libris, la rivoluzione di Fingesten
«Nel tempo gli ex Libris furono portatori delle tendenze espressive di grafica d’arte, xilografia, calcografia e di tutte le tecniche di stampa, superando via via la funzione di semplici contrassegni librari. Fu proprio questa la rivoluzione degli Ex Libris di Fingesten. Da semplice cartellino o etichetta a opera d’arte in cui riuscì a esprimere capacità tecnica, raffinatezza, bellezza e una dimensione grottesca mista a leggerezza.
All’interno della storia dell’ex libris e delle molteplici evoluzioni, ho ritenuto di focalizzare l’attenzione su uno dei più grandi maestri exlibristi del Novecento: Michel Fingesten al quale alcuni anni fa abbiamo dedicato una mostra allestita volutamente in una libreria, la libreria Amaddeo, sempre molto disponibile. L’opera di Fingesten si distingue, a mio avviso, per la sua originalità. Macabra e sensuale al tempo stesso, essa fu crocevia tra le diverse correnti artistiche del secolo passato. Fingesten fu molto apprezzato dai collezionisti e troppo poco dalla critica. Collezionisti come Montero, che poi divenne suo grande amico, ne colsero subito il valore», racconta il professore Enzo Molinari.
Nella primavera del 1935 Fingesten tornò nuovamente in Italia, stabilendosi a Milano dove strinse collaborazioni con le principali gallerie d’arte e critici dell’epoca. Per la casa di campagna di Mantero a Cernobbio, sul Lago di Como, affrescò l’intera parete del camino.
Pittore e incisore ceco ma di origini ebraiche, Fingesten fu perseguitato quando anche in Italia furono promulgate le leggi razziali. Fu internato prima nel campo di Civitella del Tronto e poi in quello calabrese di Ferramonti.
Fu inviso al regime non solo per le sue origini ma anche per la sua arte bollata come degenere. Durante gli anni di reclusione in Calabria, Fingesten non dovette rinunciare alla sua arte. Il campo di Ferramonti, nonostante l’internamento, la restrizione e la privazione, seppe riservare pagine di inattesa umanità, consentendo alle persone internate di poter organizzare una vita di comunità e si poter anche interagire con l’esterno. Anche nella storia di Fingesten ve ne sono tracce.
Nel 1943, per esempio, il parroco di Bisignano, Don Giuseppe Savaglia, gli commissionò la realizzazione di un quadro su tavola raffigurante il martirio di San Bartolomeo, ancora oggi visibile nell’omonima chiesa.
Giornata della Memoria, a Ferramonti di Tarsia l’umanità del maresciallo reggino Marrari«Il direttore del campo, Paolo Salvatore, gli aveva riservato un capannone. Lì Fingesten aveva un allestito un laboratorio per continuare a creare ex Libris. Da studioso di incisioni, sono stati i suoi ex Libris ad attirare il mio interesse. Poi però mi sono molto appassionato alla sua storia, scoprendo così il suo legame profondo con la Calabria. Nelle lettere ai figlio, che poi divenne un affermato scultore a Philadelphia, scriveva di quanto avesse apprezzato il clima, i paesaggi e la gente di Calabria, di quanto fosse stato bene, nonostante l’internamento, al punto da voler essere sepolto in Calabria. Credo lui sia stato, e resti, un figlio della Calabria», racconta ancora il professore Enzo Molinari.
Un destino “deviato" verso la vita
Quell’umanità destinata ad essere cancellata a Ferramonti poté del tutto inaspettatamente, avere un futuro, grazie al comandante reggino Gaetano Marrari al direttore Paolo Salvatore, al frate cappuccino Callisto Lo Pinot, al rabbino Riccardo Pacifici e tutta la comunità cosentina, che seppe essere molto accogliente. Ne nacquero legami significativi, durati anche oltre la guerra. Un’umanità testimoniata dalle relazioni che sopravvissero alla vita nel campo, di cui si legge nelle lettere custodite nell’archivio della famiglia Marrari, di cui è figlia anche la scelta di restare in Calabria dello stesso Michel Fingesten che morì nel 1943 dopo la liberazione del campo da parte degli Alleati, a causa di un’infezione contratta a seguito di un’operazione chirurgica.
«È sepolto proprio in Calabria, a Cerisano. Ho voluto recarmi sulla sua tomba. Ripensando alla sua vita e alla sua storia, fu un momento molto emozionante», racconta ancora il professore Enzo Molinari.
Il campo di Ferramonti di Tarsia
Il campo sorgeva vicino alla vecchia stazione ferroviaria della linea Cosenza-Sibari dove sostavano i convogli, nella valle del fiume Crati. Anche in questo caso la presenza di un nodo ferroviario fu condizione privilegiata per la scelta del luogo dove far sorgere il campo, al fine di agevolare l’arrivo di grandi gruppi di persone da internare. Lo stesso criterio aveva guidato la scelta delle caserme prebelliche di Oswiecim al momento di allestire il campo di Auschwitz I in Polonia. A Birkenau i binari furono “portati” fino a dentro il campo e ancora oggi attraversano quella sconfinata distesa, dove un tempo sorgevano infinite file di baracche in mattone e in legno.
Il campo di Ferramonti, unico in Calabria e il più grande campo di internamento (non di sterminio) italiano, allestito su disposizione del regime fascista, entrò in funzione nel giugno del 1940. Costituito da 92 baracche su una distesa di 16 ettari, privo di camere a gas, fu il primo campo ad essere liberato dagli Alleati, il 14 settembre 1943, e l’ultimo ad essere chiuso l’11 dicembre 1945. Molti, non avendo dove andare, restarono lì per qualche tempo, anche dopo la liberazione.
L’umanità che arginò l’orrore
Duemila persone transitarono, non meno perseguitate e imprigionate delle altre ma non vittime degli orrori che invece contraddistinsero i campi di sterminio nazisti. Ebrei, apolidi, oppositori politici. Nonostante il contesto di restrizione, l’osservanza delle leggi del regime e un progetto di imprigionamento e isolamento cui il campo era innegabilmente strumentale, la Direzione del campo seppe nutrire rispetto verso le persone mentre intorno c’erano guerra, orrore, violenza e morte.
A Ferramonti, dunque, l’uomo seppe restare tale e distinguersi dal servo abbrutito di un’ideologia delirante, di un progetto indegno che si stava consumando impunemente durante la Seconda guerra mondiale. Ci sono, così, storie come questa di Ferramonti di Tarsia in Calabria, che ancora oggi continuano a dire qualcosa al mondo e a testimoniare la speranza, anche in un orrore senza fine come la Shoah e come tutti i genocidi di ieri e di oggi.