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08/08/2026 ore 18.00
Società

La memoria della strage di Marcinelle e il sacrificio dei minatori di Motta San Giovanni a Troina

In questo 70° anniversario, Calanna piange Antonino Fabio Calabrò, l'elettricista di 40 anni, morto folgorato mentre montava le luminarie mentre ancora in Calabria le condizioni dei braccianti migranti non sono rispettose di diritti e dignità. Il lavoro, anche di chi emigra, non è ancora un diritto pieno e sicuro

di Anna Foti

Perdere la vita mentre si esercita il diritto - dovere di lavorare. Diritto che impegna lo Stato Italiano a renderlo effettivo e sicuro, anche se chi lo svolge non ha cittadinanza italiana. Lavoro sicuro come avrebbe dovuto essere quello di tanti italiani emigrati Italiani all’estero per lavorare, nel secondo Dopoguerra.

Morire lavorando. Un’ingiustizia sociale assoluta che ancora si ripete, anche in Italia, nonostante la Costituzione. Ricorre oggi il settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle. A causa della violenta esplosione presso la miniera di carbone Bois du Cazier, vicino Charleroi in Belgio (sito oggi protetto in quanto Patrimonio industriale), persero la vita 262 persone (su 275 minatori) di cui 136 italiani. 

Sempre oggi ricorre la 25ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. In questo anniversario, Calanna, nel reggino, piange il quarantenne Antonino Fabio Calabrò, l'elettricista morto folgorato mentre  montava delle luminarie. La tragedia delle morti sul lavoro è una piaga ancora da sanare.

La memoria della Repubblica


Ricordando che la Commissione, su iniziativa del Parlamento europeo e degli Stati Membri, ha deciso, di proporre l'8 agosto come Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio ha sottolineato come la «protezione dei lavoratori e il contrasto di ogni forma di sfruttamento siano divenuti patrimonio condiviso. Commemorando Marcinelle e rendendo un tributo a coloro che vi perirono - come in altri luttuosi episodi nella storia dell’emigrazione italiana - siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone».

Smantellata la tendopoli di San Ferdinando, finisce l'era delle baracche e inizia quella delle case (temporanee)


Soltanto poco più di una settimana lo smantellamento della tendopoli di San Ferdinando, nel reggino, emblema delle disumane condizioni in cui ancora troppi migranti sono costretti a vivere per potere lavorare come braccianti nei campi. Soltanto pochi mesi fa la strage di Amendolara, nel cosentino, in cui quattro migranti furono bruciati vivi per aver denunciato queste condizioni di vita. Ferite ancora aperte.

Da Rosarno ad Amendolara: il flagello del caporalato che la legge di 10 anni fa non ha ancora debellato


Dunque il tema della dignità del lavoro e della sicurezza, anche per chi emigra e immigra per lavorare, resta di assoluta attualità. Tornando alla storia che oggi si richiama, tra il 1946 e il 1956 furono più di 140 mila persone a lasciare l’Italia, immiserita dalla guerra. Tanti lasciarono anche la Calabria, pure per lavorare altrove in Italia. In particolare partirono anche da Motta San Giovanni, nel reggino.

Dal lavoro e dal sacrificio dei minatori mottesi, nasce la storia che, come annunciato proprio oggi dal sindaco di Motta San Giovanni Giovanni Verduci, presto sarà suggellato da un gemellaggio con la città siciliana di Troina. Qui la realizzazione della diga dell’Ancipa, costruita nei primi anni del secondo dopoguerra, costò la vita a 49 minatori. Sei di loro provenivano da Motta San Giovanni e non vi fecero più ritorno.



La memoria di Motta San Giovanni


Eccellenze maturate nelle cave presenti sul territorio di Lazzaro e Motta San Giovanni da cui si estraevano le pietre necessarie per plasmare la calce. Così furono tanti i cittadini mottesi chiamati da tutta Italia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta per la costruzione di quelle gallerie per noi che saremmo venuti dopo. Di tanti fu il sacrificio in quelle stesse gallerie oppure anni dopo, morendo di silicosi all’età di quarant’anni o poco più.

La memoria è ancora viva nella comunità di Motta San Giovanni che non dimentica la durezza e la fatica della vita, quel sudore del lavoro in miniera, il sangue del sacrificio. Tutto ciò, insomma, in cui risiede l’essenza della dignità del popolo mottese.

Una memoria che non cede all’oblio e che ha come tracce un monumento e una piazza intitolata già nel 1958 ai concittadini emigrati per lavorare in miniera.

Il lavoro in Belgio e la strage di Marcinelle
 

Il Belgio, a corto di manodopera, avrebbe fornito all'Italia l'equivalente di 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore italiano inviato. Quando era l’accordo. Furono affissi in tutta Italia manifesti che presentavano solo l'impiego ma non le condizioni di vita assai dure. I minatori vivevano in misera abitando baracche spesso ricavate dalle prigioni di guerra. Corsi e ricorsi storici...


Prezzo altissimo, in termini di vite. fu pagato soprattutto dal Sud Italia, assicurando a basso costo ingenti quantità di carbone per le industrie del Nord. L’episodio più grave e più drammatico avvenne proprio l’8 agosto del 1956 in Belgio, a Marcinelle. Nella miniera di Bois du Cazier, a quasi un chilometro di profondità, un carrello per trasportare il carbone su bloccò in un montacarichi, provocando la rottura di un condotto di olio sotto pressione e di alcuni cavi elettrici. L’esplosione fu terribile. L’incendio si propagò rapidamente a tutta la miniera, che non aveva uscite di sicurezza.

Gli eroi del sottosuolo


A Motta San Giovanni campeggia anche un marmo bianco che ricorda l’evento del 19 aprile 1966. A onorare i minatori mottesi giunse a Motta San Giovanni anche il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. «A ricordo perenne della schiera di Caduti, dal Sempione a Kariba viva testimonianza, che dagli Eroi dello spazio ai martiri del sottosuolo è tutta una sovrumana poesia d’altruismo, che si eterna per il progresso dei popoli nei secoli».


Il dramma della silicosi


A seguito del rientro di molti emigrati, la silicosi entrò prepotentemente nella vita dei minatori mottesi, delle loro famiglie e così nella storia e nella possibilità di futuro di Motta San Giovanni negli anni Cinquanta. Questa patologia contratta durante le tante ore di lavoro uccideva silenziosamente e irreversibilmente. 


La battaglia per i diritti


Il comune di Motta San Giovanni intraprese battaglie importanti vedendo morire i figli tornati dalle miniere. È proprio del 1956, anno della tragedia di Marcinelle, la prima delibera del comune di Motta che si occupa di minatori, degli uomini della sua comunità, dei padri dei figli della sua comunità.

Persone come Benedetto Mallamaci, uomo e medico profondamente legato a Motta San Giovanni di cui fu sindaco nella seconda metà degli anni Sessanta.

Egli si batté con determinazione per il riconoscimento dei diritti dei minatori che, per un lavoro espletato per molte ore al giorno in condizioni di assoluta insicurezza e insalubrità, venivano affetti da tubercolosi, insufficienze respiratorie e scompensi cardiaci. Fu lui a battersi per riconoscere il legame scientifico, ignorato fino al 1975, anno in cui venne emanata l’apposita legge numero 780, tra la silicosi generata dalla perpetuata e prolungata inalazione di silicio nelle miniere e nelle gallerie, e queste patologie. Una conquista per la medicina che ha il sapore sacrosanto di giustizia sociale, laddove la consacrazione in legge di questo legame diretto ha consentito il riconoscimento della silicosi come malattia professionale.

Un contributo di vita e di dignità senza prezzo quello offerto dalla comunità mottese, dove indimenticata è anche la figura del medico Bruno Attinà, già sindaco della cittadina nel 1994 e scomparso nel 1999, emblema del medico uomo che ascoltava le persone ammalate, curava la malattia con i mezzi della medicina e curava la persona con la forza della solidarietà autentica verso chi vive una situazione di sofferenza.


La morte di Abele


Quel carbone, estratto dalle miniere, che un tempo diede il lavoro e tolse la vita, ha rappresentato un segmento di un progresso costato moltissimo.

L’uomo e la storia ingrata e spietata alimenta quel grido di Marcinelle cantato in modo struggente dal poeta Emilio Argiroffi nella “Trenodia per la morte di Abele ovvero Alo qui Marcinelle” (edito Laruffa). In quel grido confluiscono i drammi di un’epoca, non l’unica, in cui si insegue a spese di tanti il benessere di pochi senza etica, senza scrupoli, senza una visione in cui ci siano libertà e giustizia per tutti; i drammi di un’epoca in cui Abele muore e gli innocenti vengono massacrati. Come a Marcinelle.