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05/04/2026 ore 14.00
Società

La Pasqua e il coraggio delle seconde possibilità: il messaggio della Garante Russo

In occasione delle festività pasquali, la Garante regionale propone una riflessione profonda su giustizia, misericordia e responsabilità, richiamando il valore delle parole e la necessità di costruire percorsi autentici di cambiamento, anche nei contesti più difficili come il sistema penitenziario

di Elisa Barresi

In occasione della Pasqua, la Garante regionale delle persone detenute Giovanna Russo affida a una riflessione intensa e articolata un messaggio che attraversa i temi della giustizia, della misericordia e della possibilità di rinascita, ponendo al centro il valore delle parole e della responsabilità umana.

«La Pasqua è il coraggio delle seconde possibilità», afferma, sottolineando come le parole non siano mai semplici suoni, ma strumenti capaci di aprire ciò che sembra definitivamente chiuso, di sciogliere ciò che appare irrimediabile e di restituire respiro anche nei contesti più segnati dal dolore.

Nei luoghi dove la sofferenza si è stratificata — come le carceri, i territori feriti e le coscienze smarrite — una parola può rappresentare il primo vero atto di libertà. Non cancella il male né lo giustifica, ma lo affronta senza diventarne complice, riaprendo la possibilità del cambiamento. Un cambiamento che, come ricordava Natuzza Evolo, non è segno di debolezza, bensì «il primo vero atto di coraggio».

Il messaggio si fa anche appello diretto e senza ambiguità verso chi opera nel malaffare: un invito a riconoscere la responsabilità di un sistema che sottrae futuro alle nuove generazioni. Non una condanna, ma una chiamata alla coscienza, perché — evidenzia Russo — la giustizia più alta nasce dall’incontro tra verità e responsabilità.

In questo percorso si inserisce il ruolo decisivo della misericordia, intesa non come indulgenza superficiale, ma come forza esigente capace di chiedere verità e cambiamento. Una misericordia che non cancella la colpa, ma la trasforma in possibilità, distinguendo sempre l’errore dalla persona e salvaguardando la dignità umana.

Un equilibrio delicato tra rigore e speranza, particolarmente fragile in contesti complessi come quello calabrese, ma sostenuto da figure esemplari come Don Italo Calabrò, che ha insegnato a non ridurre mai una persona al suo errore o al suo bisogno, restituendole sempre un nome e un futuro.

Particolare attenzione viene dedicata al sistema penitenziario, descritto come un luogo che può essere tanto di chiusura quanto di rinascita, a seconda delle scelte, delle parole e degli sguardi. In questo contesto, la Garante sottolinea l’importanza del lavoro quotidiano di tutte le figure coinvolte — dalla Polizia Penitenziaria agli educatori, dagli psicologi ai volontari — evidenziando come la sicurezza non sia solo controllo, ma anche prevenzione, spesso affidata proprio alla forza di una parola pronunciata al momento giusto.

Il ruolo del Garante emerge così come ponte tra diritti e possibilità di cambiamento, anche nei contesti più oscuri, dove persino le realtà più radicate possono iniziare a incrinarsi quando la coscienza si risveglia.

Nel tempo pasquale, simbolo di passaggio e rinascita, il messaggio si fa ancora più urgente: pacificare il settore penitenziario, rafforzarlo senza dividerlo, e costruire un clima più umano e giusto. Non bastano competenze tecniche, ma servono umiltà, ascolto e capacità di fare comunità.

«Lo Stato non è solo forza, ma coscienza», ricorda Russo, ribadendo che la giustizia non è soltanto punizione, ma anche possibilità. Le seconde opportunità esistono davvero, ma richiedono coerenza, unità e umanità per essere testimoniate.

Ricominciare dalla misericordia senza rinunciare alla fermezza significa tenere insieme legge e umanità, responsabilità e speranza. Perché la vera forza delle istituzioni non sta nella rigidità, ma nella capacità di ricostruire.

E, in definitiva, la verità più difficile ma più potente resta questa: nessuno coincide per sempre con il proprio errore. È proprio in questa consapevolezza che si misura la grandezza di una comunità — non nella capacità di condannare, ma nel coraggio di ricominciare.