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31/10/2026 ore 20.00
Società

L'Area Grecanica non si racconta dall'alto di un manuale: la lezione di Edward Lear e Gerhard Rohlfs, che per conoscerla scelsero di viverla

Due intellettuali europei, in epoche diverse, attraversarono i borghi dell'Aspromonte meridionale per scoprirne paesaggi, lingua e comunità. Un'eredità che interroga ancora oggi il modo di raccontare questo territorio

di Silvio Cacciatore

Per raccontare l'Area Grecanica bisogna prima di tutto viverla. Percorrerne le strade, raggiungerne i borghi, ascoltare le persone, confrontarsi con le distanze, le difficoltà e le contraddizioni di un territorio che difficilmente si lascia comprendere attraverso le pagine di un manuale. Vivere una terra viva da millenni. Una considerazione che potrebbe apparire persino scontata, se non fosse che la storia ci consegna due esempi straordinari di quanto la presenza fisica possa fare la differenza nella conoscenza di un luogo.

Edward Lear e Gerhard Rohlfs. Un inglese e un tedesco, separati da quasi un secolo, accomunati dalla curiosità per quell'estremo lembo di Calabria nel quale la storia greca ha lasciato tracce profonde. Il primo pittore e scrittore, il secondo linguista e filologo. Entrambi avrebbero potuto limitarsi a studiare ciò che altri avevano raccontato. Scelsero invece di partire.

Nel 1847 Lear attraversò l'Aspromonte meridionale lungo sentieri e mulattiere, raggiungendo Pentedattilo, Bova, Palizzi e altri centri dell'entroterra. Osservò, disegnò, annotò impressioni e incontri. Ne nacque un racconto di viaggio che ancora oggi permette di riconoscere il volto ottocentesco di quei luoghi. Per rappresentare quella Calabria, Lear volle averla davanti agli occhi. Conoscerne la luce, le montagne, le case aggrappate alle rocce e la quotidianità dei suoi abitanti.

Qualche decennio più tardi fu Rohlfs a raggiungere le comunità grecofone dell'Aspromonte. Il suo interesse era rivolto alla lingua, alle parole sopravvissute nei secoli, alle espressioni tramandate da generazioni. Per studiarle andò a cercarle dove venivano ancora pronunciate, ascoltando direttamente i parlanti di Bova, Roghudi e degli altri centri ellenofoni. La lingua grecanica, prima di diventare materia di studio, era una voce da ascoltare.

Due esperienze differenti che convergono su una verità semplice: la conoscenza di un territorio richiede prossimità, attenzione e soprattutto la disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che si incontra.

Eppure, ancora oggi, capita che dell'Area Grecanica si parli con una disinvoltura inversamente proporzionale alla conoscenza dei suoi luoghi. Si discute della sua identità, della sua storia, delle prospettive di sviluppo, passando da stereotipi o manuali atti da sempre a generalizzare su di un sud gioiello da imbrunire, e talvolta – ancor più grave – senza aver mai percorso le strade che collegano i suoi paesi o conosciuto le persone che vi abitano. Questo pone una questione di metodo, prima ancora che di contenuto. Quanto può essere attendibile il racconto di un territorio quando manca la conoscenza della sua realtà quotidiana? Quanto può restituirne la complessità uno sguardo che si ferma alla dimensione storica, linguistica o antropologica, senza confrontarsi con ciò che quei luoghi sono diventati?

L'esperienza di Lear e Rohlfs suggerisce una risposta piuttosto chiara. Nessuno dei due considerò sufficiente ciò che già si conosceva della Calabria meridionale. Andarono a verificare, osservare, ascoltare. Il loro lavoro nacque da questa esigenza, dalla consapevolezza che il territorio fosse esso stesso una fonte, forse la più importante, da interrogare direttamente. Scoprendo altresì quanto possa cambiare la prospettiva spostandosi di pochi chilometri, da un paese all'altro, da una parte all’altra della vallata o dalla costa alla montagna.

In fondo, Lear e Rohlfs, pur essendo stranieri, ebbero l’ardire di andare incontro a questa terra prima di raccontarla. Ma soprattutto, la scelta di raccontarla senza giudicarla. Una terra viva. Una scelta che oggi dovrebbe apparire elementare e che invece continua a distinguere chi conosce davvero l'Area Grecanica da chi si limita a parlarne. Perché per raccontare questa terra bisogna esserci stati. E possibilmente, prima di pretendere di spiegarla agli altri, aver imparato ad ascoltarla.