L’India chiama, l’Aspromonte risponde: quando le piccole comunità creano strategie di integrazione
Tre bambini, quattro “genitori”, due famiglie: è la storia di Patrizia, Gianfranco, Abhijot, Prince, Jovan e i loro genitori. Dalla rete di una piccola comunità un modello spontaneo di convivenza oltre le ideologie
Per un periodo della mia vita, fuori dalla Calabria, ho avuto la (s)fortuna di lavorare come operatore in “Emergenza Sbarchi”: uno dei diversi progetti di accoglienza messi in campo dall’Unione Europea per il tramite delle Prefetture italiane con l’obiettivo di gestire gli imponenti flussi migratori successivi a quelle cosiddette Primavere Arabe che si sono rivelati grigi autunni.
Da operatore, il mio compito era supportare e accompagnare gli stranieri nei percorsi di richiesta di protezione internazionale, effettuando un lavoro complicato per cui erano necessarie competenze trasversali che andavano dagli screening sanitari, all’inserimento sociale, passando per l’apprendimento linguistico, la facilitazione nel disbrigo delle procedure burocratiche e la copertura dei bisogni essenziali. Un lavoro di cerniera tra enti gestori, questure, commissioni territoriali, ASP, docenti di italiano che la maggior di parte dei colleghi non aveva le capacità per svolgere.
Ho imparato a mie spese – e non solo – i danni messi in atto da una pessima gestione del comparto accoglienza, con riverberi che oggi iniziano a manifestare i loro effetti, specie nelle medie e grandi città: ghetti, sfruttamento e sacche di marginalità destinati a crescere e ad aumentare la conflittualità sociale a causa del peggioramento delle condizioni economiche del nostro Paese. Un corto circuito del sistema che si espande a macchia d’olio a tutta la questione migratoria e degli immigrati. Qui i problemi legati a forme di accoglienza per finta si saldano ai nervi scoperti della povertà o di processi di identità mai compiuti, specie per le seconde e ormai terze generazioni. L’impatto è devastante.
Eppure qualcosa mi ha dimostrato che certi processi possono essere governati e che non esistono equazioni obbligate. Questa è la storia di Gianfranco, Patrizia, Abhijot, Prince e Jovan. Una storia che arriva dall’entroterra reggino, che non c’entra nulla con Riace, con Camini o con modelli a favore di telecamera. Abhijot, Prince e Jovan, che oggi hanno rispettivamente 12, 9 e 6 anni, sono tre fratelli nati in Italia da madre e padre indiani. Nonostante vivano felicemente con i genitori naturali, hanno anche una mamma e un papà putativi che si occupano di loro e li hanno cresciuti come fossero i propri figli.
Tutto inizia con l’arrivo della futura madre dei bambini che dall’India giunge in un ridente abitato pre-aspromontano di cinquecento abitanti. Una di quelle ultra-periferie delle aree interne dove il fine settimana le vittime delle nevrosi metropolitane si recano per prendere una pausa da sé stesse.
È il 2012 e la donna, ancora nubile, ci lavora come badante. In capo ad un anno si sposa con un matrimonio per corrispondenza. Una volta rientrata dall’India, la coppia, nel faticoso tentativo di costruire quello che gli addetti ai lavori definiscono progetto migratorio, decide di dividersi.
La moglie, che nel frattempo rimane incinta, resta nel ridente abitato da cui era partita per convolare a nozze e il marito si sposta a Eboli, dove trova lavoro presso un’azienda zootecnica. Trascorsa la gravidanza, raggiunge il marito nel Salernitano per partorire. Abhijot nasce a Battipaglia nel gennaio 2015. Il successivo febbraio, però, l’azienda dove l’uomo lavorava chiude e la famiglia, su suggerimento della neo-mamma, decide di tornare in Calabria. La donna è certa che sarà più semplice trovare soluzioni alternative in una piccola comunità dove già la conoscono.
Alla ricerca di una abitazione, su suggerimento di quella comunità, vengono indirizzati a Patrizia e Gianfranco che hanno una casetta sfitta, ma non nelle perfette condizioni per ospitare una famiglia con una bambina di un mese e mezzo. Si presentano all’altra coppia con questa neonata nell’ovetto.
Fa ancora freddo nel pre-Aspromonte. Arrivano coperte, una stufa e tutto l’occorrente per predisporre un ambiente idoneo. Il giorno successivo la donna, che doveva andare a lavoro, si reca dai proprietari di casa e chiede loro la cortesia di tenere la bambina. Questo accade quel giorno e poi per i giorni e i mesi a venire. In una prima fase la bambina cresce a casa di Patrizia e Gianfranco in tutto e per tutto, tanto da dovere arrivare a spiegarle chi sono i suoi genitori naturali. Patrizia e Gianfranco diventano allora gli “zii”, in un’interazione e un’alleanza educativa che ha reso oggi Abhijot, e poi i suoi fratelli Prince e Jovan, bambini felici con due case e due famiglie in una gestione dove ognuno occupa il proprio posto e nessuno ha usurpato nulla all’altro.
I bambini, che hanno genitori di fede sikh, sono al tempo stesso indiani e italiani e sono sereni. Con Patrizia frequentano la Chiesa e a casa degli “zii” italiani hanno tutto ciò che occorre loro, compresi i pigiami. Hanno avuto modo di sviluppare una armoniosa doppia identità a cavallo tra l’India e l’Italia. Mentre i genitori hanno definitivamente impiantato la loro vita in Calabria, radicandosi grazie alla maggiore facilità di sviluppare relazioni virtuose con la piccola comunità e una rete di solidarietà, protezione e affetto con i suoi cittadini.
Non ho la pretesa di salire in cattedra per indicare un modello, ma credo che una storia come questa, in cui tutti in un certo qual modo vincono, possa fornire uno spunto – e un esempio - di come buon senso e legami di piccola comunità possano generare soluzioni inedite di alleanze e riconoscimento. Che sono le uniche dimensioni sulle quali costruire convivenze sane, rispettose e dignitose. Questo anche per sottolineare che all’abbandono dei territori si può rispondere con regole e creatività. Perché l’accoglienza, che spesso diventa ideologia e idolatria, è – parafrasando Aldo Capitini - troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti.