L’intensità dell’Arte e l’orrore della Storia, l’accademia di Belle Arti di Reggio a Trieste per interrogare la memoria sulle vittime delle Foibe
In piazza Odorico Panfili della città della Bora una performance ha accompagnato l’anteprima del monumento, vincitore del concorso ad hoc bandito dal Ministero e che sarà inaugurato il prossimo marzo. Il direttore Sacchetti: «Con i nostri studenti abbiamo portato la nostra opera fuori dalla mura accademiche, a 1400 km di distanza da Reggio e dentro la Storia»
Corpi bianchi, puri e candidi seppure violati dalla persecuzione e dall’odio. Corpi senza più una identità. In caduta libera verso il vuoto. Una caduta che non ha mai fine e in quella sospensione la ragione di una memoria da reclamare e il senso di un monito ancora oggi necessario. Corpi abbandonati da tutti e da tutto ma, finalmente, non dal ricordo. Intorno a fluttuare, nella ricerca di un sussulto di vita e di un frammento di speranza, corpi vivi: scavano, si aggrappano, respirano, giacciono anche loro sospesi in un rituale che come quella caduta non ha fine.
A Trieste, oggi capitale della regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia e un tempo (fino alla fine della Seconda Guerra mondiale) città della Venezia Giulia divisa tra Italia, Slovenia e Croazia e allora teatro dei massacri delle foibe, con una installazione e una performance gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria hanno rappresentato la tragedia della persecuzione degli italiani da parte dei partigiani slavi dopo l’Armistizio del 1943 e richiamato alla cura della memoria delle vittime, in vista dell’odierna Giornata del Ricordo.
L’anteprima in vista del Giorno del ricordo
In piazza Odorico Panfili, una toccante performance ha accompagnato l’anteprima al pubblico dell’opera realizzata dall’Accademia reggina. Un’opera temporanea, che sarà completata nelle prossime settimane e inaugurata a marzo per poi (forse) rimanere per un anno a Trieste e dopo (forse) iniziare un percorso itinerante anche in altre città. L’installazione è stata il frutto di una idea progettuale sul tema delle Foibe premiata con il primo posto al concorso indetto lo scorso anno dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
L’installazione, realizzata dagli studenti Jasmine Iannì e Giuseppe Sabatino, sotto la guida dei professori Luigi Citarrella, Francesco Scialò e Pietro Colloca, è stata valorizzata dalla performance Monumentum messa in scena dagli studenti Andrea Albanese, Angela Gargano, Roberta Giamboi, Maria Guarnera, Davide La Gamba e Denise Violani e curata dal professore Marcello Francolini con la coreografa di Vittoria Guarracino.
Monumentum è un atto di memoria collettiva, uno segno educativo contro ogni forma di odio e di cancellazione dell’identità di una persona come di un popolo, in cui il corpo si fa tempio di memoria e strumento di responsabilità civile e testimonianza di qualcosa di inenarrabile ma non per questo irreale, anzi. Quella ridondanza invita all’ascolto, alla riflessione e alla consapevolezza di ciò che, per quanto scomodo e insostenibile per le coscienze, è stato. E potrà essere ancora.
L’opera vuole non vuole celebrare ma interrogare e richiamare a un atto di responsabilità collettiva.
Una grande e intensa emozione che spinge a chiedersi fino a che punto l’arte, con la sua bellezza, la sua luce e la sua dimensione catartica, possa sfidare il buio e la tenebra che l’agire umano ha generato nel corso della storia. Una domanda la cui risposta è essa stessa una nuova domanda e una nuova ricerca.
La persecuzione degli italiani e la tragedia della Foibe
Nella loro ricerca gli studenti si sono spinti fino al confine. Sull’orlo di quel baratro dell’umano hanno approfondito una pagina di storia a lungo colpevolmente lasciata ai margini e dimenticata. Quella in cui migliaia di italiani e civili e militari furono uccisi gettati (anche vivi) in grandi inghiottitoi carsici, le foibe appunto. Eccidi perpetrati in Venezia Giulia, Quarnaro e Dalmazia, all’indomani dell’Armistizio del 1943 dai partigiani jugoslavi, e non solo, che così manifestarono l’odio verso gli italiani, ritenuti tutti fascisti ed esponenti di quel regime che li aveva invasi ostacolando ogni loro affermazione in quanto Stati sovrani. Una deliberata pulizia etnica fu quella del maresciallo Tito intento a riunire i paesi slavi liberandoli dalla presenza di ogni italiano, che ridusse molte persone, non disposte a rinunciare alla loro nazionalità italiana, all’esilio e all’abbandono dei luoghi natii in Istria e Dalmazia.
Reggio, il Giorno del ricordo senza Giovanni Carlini esule dalmata e orgogliosamente italianoGiorno del ricordo, la reggina di adozione Lidia Muggia: «L'esilio dall'Istria per restare Italiana» - VIDEOUno studio, spesso anche una sconcertante scoperta, che li ha interrogati studenti e studentesse su come poter rappresentare tutto questo.
Corpi in caduta e senza identità per rappresentare il massacro
«Una storia davvero scioccante di cui si è parlato troppo poco, troppo a lungo. L’arte ha questa capacità di cogliere dal passato una forza capace di parlare al futuro, in un presente in cui non siamo ancora esenti dal commettere atroci violenze contro persone e contro i popoli. Ci siamo molto soffermati – racconta la studentessa del corso di Pittura, Jasmine Iannì e autrice dell’installazione – sull’idea da sviluppare per rappresentare questi massacri. Ci è sembrata efficace quella di corpi sospesi, senza un'identità. Un senso di perdita atto a sottolineare la brutalità di quanto avvenuto e una sospensione che è abbandono e al contempo consegna a un ricordo di chi guarda. L’idea è stata poi realizzata con l’ausilio di una stampante 3D per ottenere i calchi necessari a modellare su scala i corpi».
«Abbiamo realizzato i corpi optando per la resina piuttosto che per il gesso. Occorreva – spiega lo studente del corso di Scenografia, Giuseppe Sabatino, autore dell’installazione – un materiale più durevole e resistente, capace di resistere fuori alle intemperie. Dunque per necessità tecniche, abbiamo optato per la resina. I corpi sospesi e poi un elemento trasparente come il plexiglas, che facesse vedere la caduta non che la nascondesse. Questi i punti di forza dell’opera in cui non abbiamo il primo o il dopo ma solo l’atto della caduta, quel durante sul quale soffermarsi e così conoscere una storia a lungo taciuta. E in quella caduta di corpi anonimi abbiamo inteso rappresentare la privazione di dignità e la riduzione ad oggetti delle persone vittime di quella brutale violenza. Una tragedia da non dimenticare».
La visione artistica dell’Accademia reggina dentro la Storia
«Un’esperienza davvero significativa quella che abbiamo vissuto a Trieste e che vivremo anche anche nel momento dell’inaugurazione a marzo. Essa -– spiega il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Reggio, Piero Sacchetti – sta dimostrando l'importanza di una didattica che esce fuori dalle mura dell'istituzione. Con i nostri studenti abbiamo portato la nostra opera fuori dalla mura accademiche, a 1400 km di distanza da Reggio e dentro la Storia. Il nostro lavoro è stato molto apprezzato dalla comunità triestina della Federesuli, dell'amministrazione di Trieste e dalle varie associazioni che si occupano di promuovere la memoria delle vittime delle Foibe e la storia degli esuli.
L’intervento artistico e performativo a Trieste si è proposto come una riflessione visiva e corporea sulla perdita, sulla violenza e sulla sospensione della vita, ispirata alle tragiche vicende delle Foibe.
Al centro dell’azione vi sono esclusivamente i corpi sospesi in posture irregolari e drammatiche, alcuni inclinati, altri orizzontali, altri ancora capovolti. Non vi è un gesto unitario né una composizione ordinata: ciascun corpo sembra perdere progressivamente il controllo del proprio peso, come se fosse stato improvvisamente sottratto a ogni riferimento.
La caduta non è rappresentata come un evento concluso, ma come un processo in atto, un tempo fermo che precede l’impatto, un momento di sospensione che amplifica il senso di smarrimento e di violenza, una condizione persistente, una tensione che permane nel tempo e che diventa metafora della disumanizzazione, della cancellazione e della violenza esercitata sui corpi prima ancora che sulle loro storie», dichiara ancora il direttore Piero Sacchetti.
La trasparenza del plexiglas contro l’invisibilità storica
«I ragazzi – sottolinea il professore di Tecniche della Scultura, Luigi Citarrella – hanno dimostrato una straordinaria sensibilità, rivelandosi risorse preziose. Una pagina di storia che ha scosso profondamente le coscienze di tutti noi.
Abbiamo affidato il nostro racconto artistico a quei corpi sospesi e che si muovono tra di loro per rappresentare il massacro in tutta la sua drammaticità.
Un cilindro monumentale del diametro di circa 3 metri e un’altezza di 6 metri, costruito mediante lastre in plexiglas trasparente, delimiterà lo spazio verticale, ne definirà l’impianto scultoreo e – sottolinea ancora il professore di Tecniche della Scultura, Luigi Citerrella – si proporrà di rendere l'opera più drammatica possibile. Esso simbolicamente rappresenta la foiba, intesa come abisso fisico e morale in cui i corpi sono sospesi in una caduta perpetua, fissati in una dimensione fuori dal tempo, a evocare il tragico e irreversibile destino delle vittime.
Il plexiglas, materiale freddo e trasparente, si fa metafora dell’invisibilità storica a cui queste vicende sono state a lungo condannate. La trasparenza permette allo spettatore di guardare attraverso, costringendolo a confrontarsi con l’assenza, la memoria e la verità che lentamente si fa visibile.
I corpi scolpiti nella resina, densi, drammatici, espressivi nella loro immobilità, raccontano una narrazione silenziosa, quella dei civili italiani infoibati durante e dopo la seconda guerra mondiale. Le posture, tese e spesso contorte, trasmettono una tensione che si traduce in un grido muto, un’invocazione al ricordo e alla consapevolezza».
