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15/03/2026 ore 17.38
Società

Palmi, al Circolo Arci Chicchi confronto su Palestina e Kurdistan

In arrivo nei porti calabresi due flottiglie solidali dirette a Gaza

di Redazione

Uno sguardo sul Medio Oriente che parte dal territorio e guarda alle rotte del Mediterraneo. Si è svolto al Circolo Arci Chicchi di Palmi l’incontro-dibattito “Dalla Palestina al Kurdistan – Un orizzonte di resistenza e autodeterminazione”, un momento di confronto pubblico dedicato alla situazione geopolitica della regione, all’esperienza del Rojava e alla mobilitazione internazionale a sostegno del popolo palestinese.

Al centro della serata non solo l’analisi politica dei conflitti in corso, ma anche una notizia che riguarda direttamente il territorio: nelle prossime settimane due flottiglie solidali dirette verso Gaza dovrebbero approdare nei porti calabresi, tappa di un viaggio internazionale che mira a portare aiuti umanitari e a rompere simbolicamente l’assedio alla Striscia.

Protagonisti dell’incontro sono stati Rosalba Marotta e Nando Primerano, attivisti del CSOA Angelina Cartella di Reggio Calabria, da anni impegnati nelle reti di solidarietà internazionale e nei movimenti sociali.

Ad aprire la serata è stata Rosalba Marotta, che ha ricostruito il percorso storico del popolo curdo, diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria dopo lo smembramento dell’Impero Ottomano. Una divisione che ha prodotto per oltre un secolo repressioni, assimilazione forzata e tentativi di cancellazione dell’identità linguistica e culturale dei curdi.

Marotta ha ricordato la nascita del PKK – Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato da Abdullah Öcalan, e la trasformazione del movimento nel corso degli anni. Un passaggio decisivo arriva dopo la cattura di Öcalan nel 1999 e la sua detenzione nell’isola-carcere di Imrali, dove sviluppa la teoria del confederalismo democratico, un modello politico fondato sull’autogoverno delle comunità.

«L’idea fondamentale – ha spiegato – è che la libertà della società può esistere soltanto se la società si autogoverna e se la responsabilità della vita collettiva non viene delegata a un’élite».

Il cuore di questo sistema sono le comuni, assemblee territoriali nelle quali le persone discutono e decidono insieme sui problemi della comunità. Da queste strutture di base si sviluppa poi un sistema di coordinamento fondato sulla copresidenza, con un uomo e una donna come portavoce.

Questo modello ha trovato una concreta applicazione nel Rojava, nel nord della Siria, dove a partire dal 2012 si è sviluppata l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, un territorio abitato da molte popolazioni diverse: curdi, arabi, assiri, turcomanni, armeni.

Nel corso dell’incontro Marotta ha raccontato anche il suo percorso personale all’interno del movimento curdo. «Mi sono sempre interessata a come cambiare lo stato delle cose – ha spiegato – ma soltanto quando nel 2010 sono entrata in contatto con il movimento curdo mi sono sentita davvero a casa. Ho intravisto una prospettiva che tiene insieme libertà individuale e comunità».

Uno degli elementi più radicali dell’esperienza politica curda è, secondo l’attivista, la centralità della liberazione delle donne. Il movimento delle donne curde ha infatti sviluppato una riflessione autonoma che ha portato alla nascita della Jineoloji, la “scienza delle donne e della vita”, un metodo di analisi che mira a decostruire le strutture patriarcali della storia.

Marotta ha citato anche gli studi della filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth, secondo cui il patriarcato non è una condizione naturale e permanente della storia umana. «Il matriarcato non significa il dominio delle donne sugli uomini – ha spiegato – ma una forma di organizzazione sociale fondata sull’uguaglianza tra i generi e sul rifiuto della guerra».

Da questa riflessione nasce anche lo slogan “Jin, Jiyan, Azadî”, “Donna, vita, libertà”, divenuto simbolo internazionale e rilanciato anche dalle proteste iraniane del 2022. Marotta ha ricordato inoltre la partecipazione di volontari internazionali alla difesa del Rojava durante la guerra contro l’ISIS, tra cui l’italiano Lorenzo Orsetti, morto nel 2019.

Nel suo intervento Marotta ha richiamato anche alcune vicende giudiziarie recenti che, a suo avviso, mettono in luce le criticità del sistema di persecuzione penale contro i migranti accusati di essere “scafisti”. Tra queste ha citato il caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata dopo uno sbarco in Calabria e accusata di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Nel febbraio 2025 il Tribunale di Crotone l’ha assolta, anche se la Procura ha successivamente impugnato la sentenza.

Analoga la vicenda di Marjan Jamali, anche lei iraniana, assolta con formula piena dal Tribunale di Locri nel giugno 2025. Diverso invece l’esito del processo per Amir Babai, coimputato con Jamali. In primo grado è stato condannato a 6 anni e 1 mese di reclusione e a una multa di 1,5 milioni di euro. In appello la pena è stata ridotta a 4 anni e 20 giorni, con una multa di un milione di euro.

Secondo quanto riportato da Marotta, queste vicende hanno evidenziato, secondo difese e reti di solidarietà, diverse criticità procedurali: testimonianze raccolte al momento dello sbarco senza successiva possibilità di confronto processuale e accusatori poi risultati irreperibili. «Si parla sempre più spesso – ha osservato – di un diritto minore applicato ai migranti, come se lo Stato di diritto non valesse allo stesso modo per tutti».

A seguire è intervenuto Nando Primerano, che ha spostato l’attenzione sulla Palestina e sulla mobilitazione internazionale contro la guerra a Gaza. Il suo intervento è partito da un ricordo locale: la mobilitazione contro la centrale a carbone di Gioia Tauro, citata come esempio di una battaglia popolare capace di ottenere risultati concreti. «Qualche volta le battaglie si vincono pure», ha osservato.

Secondo Primerano, oggi la scala del conflitto è molto più ampia e riguarda un sistema globale segnato da violenze, interessi geopolitici e complicità internazionali. Ha parlato anche delle flottiglie internazionali dirette verso Gaza, nate per rompere l’assedio imposto al territorio palestinese e riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica.

Durante l’incontro è stato annunciato che due flottiglie solidali sono attualmente in preparazione e dovrebbero raggiungere nelle prossime settimane alcuni porti della Calabria, prima di proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo orientale. L’arrivo delle imbarcazioni rappresenterà un momento importante di mobilitazione e solidarietà internazionale, con iniziative pubbliche e incontri nei territori.

Primerano ha raccontato anche la propria esperienza nella Freedom Flotilla, ricordando una missione alla quale ha preso parte negli anni scorsi. L’obiettivo era quello di raggiungere una nave più grande che trasportava circa cento operatori sanitari tra medici e personale paramedico, oltre a farmaci e materiali medici, destinati agli ospedali della Striscia di Gaza.

Il piano prevedeva una serie di punti di incontro in mare con questa nave, chiamata Conscience, ma il tentativo si è scontrato con un contesto sempre più ostile. Nel tratto verso la Grecia, ha raccontato, le autorità portuali avrebbero mostrato un atteggiamento particolarmente rigido, rendendo difficili rifornimenti e accessi ai porti, indispensabili per piccole imbarcazioni a vela.

Una delle due barche che viaggiavano insieme ha subito la rottura della vela di prua e un guasto tecnico, finendo poi sequestrata in un porto di Creta. L’imbarcazione su cui viaggiava Primerano sarebbe stata invece fermata da un mezzo della capitaneria di porto, con a bordo anche uomini delle forze speciali. Il controllo ha causato ulteriori ritardi e impedito l’incontro con la nave principale.

A quel punto, con la barca già avariata e con la missione ormai compromessa, il gruppo ha deciso di tornare indietro.

Nella parte finale del suo intervento Primerano ha insistito sull’importanza della controinformazione e della mobilitazione dal basso. «C’è una narrazione tossica o completamente oscurata della resistenza di questi popoli – ha affermato – e per questo è necessario costruire reti di informazione e solidarietà».

Ha ricordato anche una frase del Che Guevara: «Siate capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo». «Non possiamo restare spettatori – ha concluso – bisogna diventare protagonisti».

Durante il dibattito finale alcune domande del pubblico hanno aperto una riflessione sulla partecipazione dei giovani. Secondo Primerano la disaffezione politica è il risultato di decenni di individualismo e di repressione delle grandi lotte sociali. «Oggi basta mettere un “like” sui social per sentirsi partecipi, ma questo non crea comunità».

Nonostante le difficoltà, ha invitato a continuare a costruire spazi di partecipazione. Sulla stessa linea Rosalba Marotta, che ha sottolineato l’importanza di luoghi come circoli e centri sociali. «Posti come questi sono fondamentali – ha affermato – perché permettono di sperimentare un modo diverso di stare insieme».

Secondo Marotta è importante anche riconoscere l’autonomia delle nuove generazioni. «Ogni età ha il proprio modo di organizzarsi. I giovani devono poter proporre il loro modo di fare». La sfida, ha concluso, è costruire spazi realmente intergenerazionali, dove esperienze diverse possano incontrarsi.

L’incontro si è concluso con un confronto aperto tra pubblico e relatori, mettendo in relazione due realtà diverse ma profondamente connesse: da un lato il Rojava, laboratorio politico fondato su autogoverno, convivenza e liberazione delle donne; dall’altro la Palestina, simbolo di una tragedia umanitaria che continua a mobilitare movimenti e attivisti in tutto il mondo.

In questo scenario, l’arrivo imminente delle flottiglie solidali nei porti calabresi rappresenta un segnale concreto di mobilitazione internazionale, ma anche un invito ai territori a interrogarsi sul proprio ruolo nel Mediterraneo e sulle forme di solidarietà possibili di fronte alle grandi crisi del nostro tempo.