Porti contro la guerra: dalle banchine alle piazze, a Reggio testimonianze da Gioia Tauro, Genova e Civitavecchia
La sezione Anpi Ruggero Condò di Reggio ha ospitato l'incontro promosso dal coordinamento Pro Palestina Reggino per dare voce ai portuali: «Non vogliamo lavorare per la filiera bellica»
«I portuali non sono disponibili a lavorare per la macchina bellica né intendono assistere passivamente alla trasformazione dei porti, loro luoghi di lavoro, in hub logistici di una filiera di guerra fuori controllo e dunque fuori legge»: il coro è sempre più forte e sempre più unanime.
Del resto lo stesso ordinamento italiano con la legge 185 del 1990, in linea con l'articolo 11 della Costituzione, vieta la vendita, e quindi l'esportazione, di armi a paesi in conflitto, che violano i diritti umani o sotto embargo.
Eppure sono stati necessari mobilitazioni e scioperi per denunciare transiti sospetti negli scali italiani. Materiale sospetto, privo delle regolari autorizzazioni al transito dei materiali d'armamento, è stato individuato e altre ispezioni sono state richieste nello scalo di Gioia Tauro, tra quelli coinvolti in Italia con Genova, Livorno, Civitavecchia, Cagliari e altri, in movimentazione di carichi diretti verso Israele e non solo.
In mare con la Flotilla e nelle Piazze con le bandiere, la coscienza si ribella alla disumanità: quando dinanzi al genocidio di Gaza i governi restano inertiLa situazione internazionale è oggi complessa e grave al punto da rischiare di marginalizzare ulteriormente lo stremo al quale è ancora sottoposto il popolo palestinese a Gaza e nei territori occupati dall'esercito israeliano. Da qui una mobilitazione che, bloccando carichi sospetti, denuncia un genocidio ancora in atto, confermando il ruolo sempre attivo dei portuali. Già protagonisti di campagne importanti, ai portuali si deve la giusta rivendicazione di attenzione ai porti, quali nodi strategici asserviti, in un regime di illegalità, a traffici di armi. Dunque i porti, anche quello di Gioia Tauro, diventano frontiere strategiche per la difesa dei territori e delle comunità rispetto alla quale i lavoratori non intendono tirarsi indietro.
«Nelle scorse settimane, grazie alle nostre segnalazioni - si legge nella nota di Bds Italia - e alla mobilitazione dei lavoratori e delle realtà associative territoriali, erano già stati sottoposti a ispezione e bloccati 8 container con caratteristiche analoghe nel porto di Gioia Tauro, parte della filiera di approvvigionamento dell'industria bellica israeliana. Si tratta di acciaio balistico proveniente dall'India (dall'azienda RL Steels & Energy) e destinato a ImiSystem, di proprietà della Elbit System. Sappiamo che questo tipo di carichi sono frequenti e regolari nei nostri porti, e che non sono stati sottoposti ad autorizzazione Uama per anni».
Usb e Orsa Porti chiedono, pertanto, con fermezza che «Dogana e Guardia di Finanza effettuano le verifiche necessarie sui contenitore per fare piena chiarezza su quanto sta accadendo. In tutto il mondo i lavoratori della logistica e dei porti stanno sollevando il problema della propria responsabilità nella catena della guerra. Chiediamo ai lavoratori portuali di Gioia Tauro di non rendersi complici della filiera bellica e di rivendicare il diritto di non collaborare con operazioni che alimentano guerre, distruzione e massacri. In molti porti del mondo lavoratrici e lavoratori hanno già scelto di non muovere carichi destinati a conflitti armati quando esistono dubbi fondati sulla natura delle merci. Non si tratta di gesti simbolici, ma dell'affermazione concreta della dignità del lavoro e del rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione».
L'ultima segnalazione risale a qualche giorno fa quando Bds Italia, la sezione italiana per il movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, No harbour for genocide, ha lanciato una nuova allerta su Gioia Tauro. «Nuovo transito di materiale per uso militare diretto in Israele trasportato dalla nave Msc Virginia con a bordo 5 container con carichi di acciaio di grado militare diretti in Israele. Si tratta di un'ulteriore allerta che fa seguito alle segnalazioni del movimento Bds che nel mese di marzo 2026 avevano portato al fermo e all'ispezione di 8 container sempre nel porto di Gioia Tauro e di altri 11 container nel porto di Cagliari, trasportati sempre dalle navi della Msc. Le ispezioni avevano portato alla conferma della presenza nei container di acciaio di grado militare, come segnalato da Bds Italia sulla base di fonti della campagna internazionale No Harbor for Genocide».
In questo quadro la sezione Anpi Ruggero Condò di Reggio ha ospitato l'incontro promosso dal coordinamento Pro Palestina Reggino per dare voce ai lavoratori portuali che, appunto, da Gioia Tauro fino a Genova, passando per Civitavecchia, si sono uniti nella denuncia del genocidio del popolo palestinese perpetrato anche attraverso le armi dirette a Israele e in transito negli scali. L'iniziativa "Porti contro la guerra: dalle banchine alle piazze" è stata occasione per raccontare di scioperi, mobilitazioni e blocchi organizzati per manifestare dissenso e non essere parte degli ingranaggi della macchina bellica che sta violando anche la Costituzione.
«I lavoratori portuali prestano attività negli scali per trasporto merci di carattere civile e non militare, dunque non per far transitare armi verso paesi che sono in conflitto. Quanto, invece, sta accadendo anche nel porto di Gioia Tauro dunque preoccupa. I portuali devono poter lavorare senza temere di essere coinvolti in questi traffici. È anche un fatto di coscienza. Dunque mentre attendiamo di partecipare alle ispezioni che seguiranno alla nuova segnalazione che abbiamo fatto alle autorità competenti, chiediamo alla politica di istituire un osservatorio permanente all'interno del porto ma non ci riferiamo solo di terminal e ai container ma un osservatorio a 360°. Chiediamo solo che la legge italiana venga applicata», ha rimarcato Mimmo Macrì, segretario Orsa Porti.
«Il coordinamento nazionale dei portuali lancia un messaggio molto chiaro: i portuali non vogliono lavorare per la filiera bellica e la guerra permanente che ci stanno imponendo. Tutto questo incide anche sulla nostra vita, in termini di sicurezza luoghi di lavoro, in primis, e di trasformazione dei porti in obiettivi e punti di snodo della filiera complice di qualcosa che assolutamente noi non vogliamo, che denunciamo e che blocchiamo fisicamente. Noi non vogliamo assolutamente essere parte di questa follia e rivendichiamo la fratellanza tra i popoli del Mediterraneo.
Il 6 febbraio scorso abbiamo lanciato il primo grandissimo sciopero internazionale dei porti del bacino del Mediterraneo. Un'iniziativa che come Usb intendiamo rilanciare. Al popolo palestinese vogliamo dire che siamo con loro e che per manifestare il nostro dissenso verso quanto stanno subendo, noi siamo tornati a scioperare e parlare anche di diritti di lavoratori e di lavoratrici. Mentre in piazza nei mesi scorsi, gridavamo Libera la Palestina, anche noi ci liberavamo», ha raccontato Riccardo Petrarolo, coordinamento nazionale Usb Porti.
Dopo lo sciopero dello scorso 6 febbraio, il coordinamento internazionale dei portuali, si sta mobilitando per una seconda iniziativa di protesta.
«A maggio andrò a Istanbul e a Londra proprio per incontrare i portuali gli altri porti come in Turchia, Spagna, Francia, Grecia, Ci coordineremo nuovamente e in modo ancora più forte per rilanciare gli stessi temi come la Palestina e delle guerre nella loro complessità. Lo scorso 6 febbraio siamo riusciti a bloccare porti dai paesi baschi fino in Turchia, passando per il Nord Africa, l'Italia l'est Europa, con ripercussioni sull'economia per circa una settimana con sole 24 ore di sciopero.
Riteniamo utile questo strumento per dire ai nostri Governi, che ormai non ascoltano più, che i portuali non sono disposti a lavorare per la guerra. Il popolo palestinese ci sta insegnando cosa voglia dire Resistenza», ha sottolineato José Nivoi, portuale del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova e dirigente Usb, di recente tra i partecipanti alla Global Sumud Flotilla.
Al centro Cartella gli attivisti Vittorio e Massimiliano: «Porteremo a Gaza anche le energie dei territori»Che un altro Mediterraneo sia possibile è testimoniato anche dalle nuove e contrastate missioni della Flotilla. Attivisti si imbarcano, continuando a rischiare anche il blocco, come quello di qualche giorno fa, l'arresto e trattamenti illegittimi da parte delle autorità israeliane, come quelli denunciati in queste ore. Continuano a rischiare per portare aiuti e professionalità a un popolo privato di tutto e al quale occorre garantire solidarietà concreta e speranza di una ricostruzione, specie fino a quando i Governi verranno meno al loro dovere di intervento per garantire la dignità, la sicurezza e la vita.
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