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30/04/2026 ore 13.17
Società

Quando il dolore diventa contenuto, la deriva social del branco che fa della violenza intrattenimento merita una risposta

Nella Piana di Gioia Tauro, un’inchiesta su un gruppo di giovanissimi indagati per presunte condotte di vessazione e violenza su persone fragili apre interrogativi profondi: il ruolo dell’educazione, la deriva del virtuale e la progressiva anestesia morale di una società che rischia di non riconoscere più il limite tra realtà e spettacolo della crudeltà.

di Elisa Barresi

C’è un passaggio, tra gli atti d’indagine, che pesa come un macigno non solo sul piano giudiziario ma su quello civile e culturale. Si legge: «Il movente spregevole, ignobile e rivelatore di un tale grado di perversità da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità».

È una definizione giuridica, certo. Ma sembra anche uno specchio che riflette qualcosa che eccede il diritto: la difficoltà di una comunità intera nel comprendere come si possa arrivare a colpire chi è fragile “solo per divertimento”, e soprattutto nel farlo mentre si registra, si filma, si condivide.

Secondo quanto riportato negli atti, non si tratterebbe solo di aggressioni isolate, ma di una dinamica ripetuta, collettiva, rafforzata dal gruppo e dalla messa in scena digitale della violenza. Il dolore diventa contenuto, la sofferenza diventa prova sociale. Il passaggio dalla realtà al suo racconto online non è più una testimonianza: è parte dell’atto stesso.

Gli investigatori parlano di una violenza “gratuita e per pura malvagità”, aggravata dal fatto che la vittima sarebbe stata colpita mentre era inerme e in condizioni di particolare vulnerabilità, e che ulteriori sofferenze sarebbero state inflitte proprio attraverso la diffusione delle immagini. Un doppio livello di ferocia: l’azione e la sua viralizzazione.

E allora la domanda smette di essere solo giudiziaria. Diventa pedagogica, filosofica, politica. Come si arriva a considerare il dolore altrui una forma di intrattenimento? Come si forma uno sguardo che non vede più una persona ma un contenuto? Quando il like diventa una misura di valore, cosa resta della coscienza?

Si parla spesso di “branco”, ma il termine rischia di semplificare. Qui non c’è solo dinamica di gruppo: c’è un ecosistema culturale in cui la visibilità premia l’eccesso, in cui la crudeltà può trasformarsi in capitale simbolico, in cui il confine tra realtà e rappresentazione si dissolve.

È qui che la riflessione diventa più scomoda. Perché negli atti si legge anche un dato inquietante: il silenzio delle vittime, la paura di denunciare, il timore di ritorsioni. E l’ombra dell’omertà, che non è solo criminale ma anche sociale, quando un territorio smette di sentirsi protetto e preferisce non esporsi.
 

La conseguenza è una frattura: da una parte chi agisce la violenza, dall’altra chi la subisce e chi la osserva senza intervenire. In mezzo, un vuoto educativo che non è solo responsabilità della scuola o della famiglia, ma di un’intera infrastruttura sociale incapace di costruire argini simbolici.
Si potrebbe dire che lo Stato “fallisce” quando non educa al rispetto. Ma sarebbe riduttivo se non si aggiungesse un secondo livello di responsabilità: il fallimento collettivo nel riconoscere i segnali, nel dare valore alla prevenzione, nel non delegare tutto alla repressione dopo che il danno è già avvenuto.

La giurisprudenza, ancora una volta, fotografa il comportamento: crudeltà, minorata difesa, dolo generico, consapevolezza della sofferenza altrui. Ma la filosofia interroga ciò che precede tutto questo: la costruzione di uno sguardo incapace di empatia.

È possibile che si arrivi a “godere del dolore”? La domanda, per quanto terribile, non può essere evitata se i fatti confermeranno questa dinamica. Perché il punto non è solo la violenza, ma la sua estetizzazione, la sua trasformazione in spettacolo.

E qui si apre una crepa più ampia: una società che osserva, scorre, condivide, ma fatica a interrompere. Una società in cui la presenza di una telecamera non frena l’azione, ma la incentiva. Non è più solo questione di devianza individuale: è una questione di clima culturale, di educazione mancata alla “normalità” del rispetto, alla banalità del limite, alla forza dell’empatia come regola e non come eccezione.

Lo Stato ha fallito quando non educa al rispetto, quando non esistono più freni, quando alla realtà si sostituisce il virtuale in una dimensione dove i like hanno più valore di una vita intera. Dove un disabile viene deriso e picchiato, umiliato solo per il gusto di farlo. Il gusto? Ma che mondo abbiamo creato, dove si trova piacere nella violenza, dove la sopraffazione diventa virale, dove si sceglie di filmare una crudeltà invece di intervenire per porvi fine? Sono domande che dovrebbero creare sgomento, lasciare indignazione, rabbia e amarezza. E invece assistiamo a una sorta di anestetizzazione delle anime e delle coscienze, dove non esiste più un sistema valoriale capace di interrompere o non far iniziare spirali d’odio e violenza, dove chi dovrebbe essere tutelato non viene lasciato solo.

E allora la conclusione non può essere consolatoria. Perché quando la violenza diventa linguaggio e il linguaggio diventa contenuto, non basta indignarsi dopo: serve interrogarsi prima.
Soprattutto su una domanda che resta sospesa, e che nessuna sentenza potrà esaurire: che cosa stiamo insegnando ai più giovani quando il dolore degli altri può diventare uno spettacolo condivisibile?
Se non si risponde a questo, il rischio non è solo giudiziario. È culturale. E riguarda tutti.

La morale non esiste più: ha lasciato il passo a uno Stato che non educa e che, anche in un momento di campagna elettorale alle nostre latitudini, dovrebbe interrogarsi sulle responsabilità di chi governa in contesti dove tutta questa brutalità è reale e possibile. Come fanno dei ragazzi così giovani a trovare diletto nella malvagità? Come si può godere del dolore e della sofferenza?
Esiste un limite, ed è stato ampiamente superato quando un branco ha deciso di terrorizzare e condizionare la vita di chi già è sofferente. E adesso che tutto è emerso nella sua tragicità, nessuno può ritenersi indenne: siamo tutti colpevoli quando scegliamo di girarci dall’altra parte, quando nell’indifferenza sopportiamo e nell’omertà tuteliamo dei “mostri” diventati tali per mancanza di una vera educazione alla “normalità”.
Non esiste empatia, rispetto, morale. Abbiamo perso: come società abbiamo perso nello sguardo di quelle vittime innocenti.