Reggio in fondo alla classifica, per D’Ascola i numeri parlano chiaro: «Il territorio non cresce perché non sa progettare il proprio futuro»
Il sociologo reggino analizza gli indicatori del Sole 24 Ore e legge nella crisi di turismo, servizi, rappresentanza e partecipazione il segnale di un territorio che ha bisogno di una rotta chiara: «Serve una leadership forte e competente»
La provincia di Reggio Calabria chiude la Qualità della Vita 2025 con un quadro che non lascia margini di interpretazione. I dati del Sole 24 Ore, elaborati su 90 indicatori e riferiti all’intero corpo provinciale - e non alla sola città - collocano il territorio reggino tra le ultime posizioni nazionali: ecosistema urbano al 107 posto, saldo migratorio al 106, qualità della vita degli anziani e arrivi turistici al 105. Una fotografia che pesa perché riguarda 97 comuni e restituisce una fragilità sistemica, non episodica.
Su questi numeri si innesta la lettura del sociologo Fulvio D’Ascola, che parte da un punto spesso ignorato. «I dati sono provinciali, ed è questo uno dei problemi: fotografano realtà disomogenee e finiscono per penalizzare territori che non hanno la stessa dotazione di servizi». Reggio, insomma, paga l’abbandono della provincia. Ma è come un cane che si morde la coda, e l’esempio che il sociologo fa sui teatri è emblematico: «In tutta la provincia ce ne sono soltanto quattro. È chiaro che, ripartendo l’indicatore sulla popolazione complessiva, il risultato scende drasticamente». Ma per il sociologo non è una distorsione statistica il vero nodo: è l’assenza di un progetto condiviso di area metropolitana, culturale, sociale ed economica, che tenga insieme costa, aree interne e capoluogo.
La frattura più evidente riguarda il turismo. La provincia scivola al 105 posto, con una variazione degli arrivi dell’11 per cento in meno, mentre la città vive un boom mai registrato prima. «È un paradosso: i dati indicano una perdita di presenze proprio nell’anno in cui Reggio esplode sul piano turistico» osserva D’Ascola. Ed in effetti quest’estate le presenze sul litorale, specialmente jonico, sono drasticamente calate ben oltre i numeri del Sole 24 Ore. È il segnale di un territorio incapace di trasformare il traino del capoluogo in un sistema diffuso, capace di generare ricadute e continuità.
A incidere è anche l’effetto reputazione. «Reggio Calabria viene vista sempre come l’ultima città» dice il sociologo, ricordando che le graduatorie di Italia Oggi confermano lo stesso posizionamento. Questa immagine si ripercuote sulla capacità di attrarre investitori, imprese, persino società sportive: «Quando guardano questi parametri pensano che siamo una zona di rientro, ma non è così».
La questione diventa politica quando si osserva che l’ultimo posto non ha prodotto alcuna inversione di marcia. «In undici anni di governo della stessa classe dirigente non si è intervenuti per rimediare. Manca programmazione, mancano sfide, manca orientamento» afferma D’Ascola. E aggiunge che la disaffezione è parte dello stesso problema: «Il tasso di assenza alle urne lo dimostra. La politica è diventata un posto di lavoro da occupare».
I dati demografici confermano l’emorragia: saldo migratorio al 106 posto, con la popolazione attiva che lascia il territorio; migrazione ospedaliera al 105 posto, segno di una fiducia minima nei servizi sanitari; riscossione dei tributi al 104 posto. «C’è gente che non paga le tasse, ma dall’altra parte non c’è un sistema che riesce a fargliele pagare» sottolinea. E il quadro degli anziani è il più duro: la provincia è in coda per qualità della vita, un indicatore che richiama alla mancanza di centri di aggregazione, servizi e infrastrutture sociali.
Sul piano sociologico, il nodo è la leadership. «Manca una leadership forte, autorevole e competente. Questo pesa tantissimo» afferma Fulvio D’Ascola. Per lui, la città metropolitana non ha compensato questo vuoto: «La vecchia provincia garantiva rappresentanza dei territori. Oggi i meccanismi elettivi interni non rispecchiano più la volontà popolare e i territori restano senza voce».
La soluzione, nella sua visione, passa da un cambio di metodo. «Per le prossime amministrative si dovrebbe fare come nelle aziende: analisi SWOT, leggere tutti i punti critici emersi dalla classifica sulla qualità della vita e lavorare per eliminarli». Non un esercizio teorico, ma un modo per trasformare i numeri in decisioni. E qui entrano in gioco le opportunità: «Abbiamo una grande fortuna di poter reperire tanti fondi europei: per formazione, start-up, tirocini, opere. Bisogna usare questi strumenti per creare lavoro nei settori che servono davvero, dai servizi agli anziani al caregiver, ma anche in un progetto culturale capace di attrarre».
Nella strategia che immagina c’è anche la leva dei collegamenti aerei. «Con Ryanair e tutti questi voli possiamo attrarre presenze stabili: studenti Erasmus, giovani che vogliono aprire start-up, persone che possono innamorarsi di Reggio e decidere di viverci». Per lui, non è un’illusione romantica: «Non è un’utopia, è una sfida. Ma servono politici autorevoli, competenti ed esperti».