Reggio Libera tuttə, tra memoria e impegno: «Patriarcato e ’ndrangheta, un legame da spezzare»
Nella sede di Libera il confronto promosso da Reggio per tuttə: al centro il ruolo della donna tra dinamiche mafiose, dipendenza economica e cambiamento culturale
Un momento di memoria che si trasforma in riflessione e responsabilità collettiva. In occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, la sede di Libera a Reggio Calabria ha ospitato “Reggio Libera tuttə”, un incontro promosso da Reggio per tuttə e Libera per affrontare il rapporto tra patriarcato e ’ndrangheta.
Un appuntamento inserito nel percorso cittadino sulla parità di genere, che da mesi attraversa la città con momenti di confronto e laboratori partecipati, e che in questa occasione ha scelto di leggere il fenomeno mafioso attraverso una lente culturale e sociale, mettendo al centro il ruolo della donna.
A emergere è un legame profondo tra struttura mafiosa e cultura patriarcale. «La mafia non è solo violenza esplicita – viene sottolineato durante l’incontro – ma è una mentalità che si insinua nella vita quotidiana». Una mentalità fatta di controllo, ruoli imposti e disuguaglianze che si riflettono tanto nei contesti criminali quanto nella società civile.
Tra i momenti più intensi, il ricordo di alcune donne vittime della violenza mafiosa, storie che restituiscono il volto più duro della ’ndrangheta ma anche il coraggio di chi ha provato a sottrarsi a quel sistema.
Rossella Casini, studentessa fiorentina di 24 anni, scomparsa nel 1981 a Palmi dopo aver tentato di convincere il compagno, legato a una famiglia di ’ndrangheta, a collaborare con la giustizia. Il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Maria Chindamo, imprenditrice agricola di Laureana di Borrello, scomparsa nel 2016, simbolo di una libertà femminile che si scontra con equilibri criminali radicati.
E Angela Costantino, ricordata tra le vittime di una violenza che si consuma spesso anche dentro dinamiche familiari, dove il controllo e la sopraffazione diventano strumenti di dominio.
Tre storie diverse, unite da un filo comune: donne che, in modi differenti, hanno messo in discussione un sistema fondato su potere e appartenenza.
«Abbiamo scelto di affrontare il tema della ’ndrangheta concentrandoci su un aspetto spesso poco raccontato, quello della figura femminile», spiega Marica Brinzi, volontaria del coordinamento di Libera Reggio Calabria. «All’interno delle famiglie mafiose le donne possono avere ruoli diversi: in alcuni casi assumono posizioni di gestione, soprattutto quando gli uomini sono assenti, ma molto più spesso sono vittime di controllo, violenza e dipendenza».
Un elemento centrale emerso nel confronto è proprio quello dell’autonomia economica. «L’indipendenza è fondamentale – sottolinea Brinzi – perché senza autonomia è molto difficile allontanarsi da certe dinamiche. Molte donne fanno fatica a compiere questa scelta proprio per questo motivo».
Il tema si allarga così alla società nel suo complesso, dove persistono disuguaglianze strutturali. «Ci sono carenze nei servizi, negli asili, nei supporti alle famiglie – viene evidenziato – e tutto questo ricade soprattutto sulle donne, che ancora oggi sono spesso costrette a rinunciare al lavoro».
Una riflessione che chiama in causa anche il ruolo degli uomini. «Dovrebbero esserci molti più uomini a questi incontri – osserva Danilo Emo, del comitato cittadino per la parità di genere – perché il cambiamento riguarda anche noi. Spesso facciamo fatica ad affrontare questi temi tra uomini, c’è ancora una sorta di imbarazzo o di resistenza culturale».
Un passaggio necessario, perché la parità di genere non è uno scontro ma un percorso condiviso. «Non è una questione di uomini contro donne – aggiunge Emo – ma di equilibrio. Serve che anche gli uomini diventino parte attiva di questo cambiamento, non solo spettatori».
Da qui l’importanza dell’educazione e del lavoro con le nuove generazioni. «Serve partire dai più giovani – conclude Brinzi – perché molti di questi modelli sono radicati e spesso non sono nemmeno percepiti come problematici. È un lavoro lungo, ma necessario».
Un incontro che unisce memoria e presente, storie e analisi, e che prova a trasformare il ricordo delle vittime in uno strumento di consapevolezza.
Perché ricordare è fondamentale. Ma comprendere e cambiare lo è ancora di più.