Rocco Hunt a Bova Marina incontra i giovani in Biblioteca: «La cultura sarà la nostra salvezza»
L’artista campano chiude il progetto “Immagina” dialogando con giovani e studenti in un viaggio fra Sud, periferie, musica e obiettivi di vita: «Quando hai un sogno non ti sentirai mai smarrito»
La musica come riscatto, la cultura come strada alternativa alla violenza, il Sud come identità da raccontare con orgoglio. È attorno a questi temi che si è sviluppato l’incontro tra Rocco Hunt e i ragazzi di Bova Marina, ospitato nella biblioteca comunale Pietro Timpano per il gran finale del progetto “Immagina”, nato nel 2021 ed inserito nel programma nazionale “Giovani in Biblioteca” promosso dal Dipartimento per le Politiche Giovanili della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Un appuntamento che ha chiuso un percorso costruito negli ultimi mesi tra laboratori, incontri e attività culturali, trasformando la biblioteca in uno spazio di confronto e partecipazione giovanile. A introdurre la serata sono stati proprio gli studenti dell’Istituto superiore Euclide, protagonisti del progetto insieme al Comune di Bova Marina, a IdeoCoop e alle associazioni coinvolte nell’iniziativa.
Pochi minuti per i saluti istituzionali del sindaco Andrea Zirilli e della dirigente scolastica dell’IIS Euclide Domenica Minniti, che ha definito il progetto «la dimostrazione che quando le realtà locali e istituzionali decidono di fare squadra i risultati superano sempre le aspettative», parlando di un’esperienza capace di portare i ragazzi fuori dai confini tradizionali dell’aula scolastica e dentro percorsi concreti di relazione e crescita. Un ringraziamento particolare è stato rivolto anche alla dottoressa Marianna Spataro, indicata come figura centrale nella gestione e nel coordinamento del progetto.
Poi spazio a Rocco Hunt e a un confronto diretto con gli studenti, tra musica, vita personale e riflessioni sul presente. L’artista campano ha parlato del rapporto con il successo, della famiglia e soprattutto del ruolo che cultura e obiettivi personali possono avere nella vita dei più giovani.
Il primo passaggio forte è arrivato proprio sul valore dell’iniziativa. Rocco Hunt ha scelto di partire da lì, dal significato concreto di un evento culturale rivolto ai ragazzi in un territorio del Sud. «Siete dei ragazzi molto fortunati», ha detto, rivolgendosi alla platea, sottolineando come trovare una comunità, un’amministrazione e persone disposte a impegnarsi per creare occasioni di questo tipo rappresenti qualcosa di prezioso.
Per l’artista, lavorare nei territori meridionali e farlo nell’interesse dei giovani rappresenta già una scelta precisa, soprattutto quando al centro viene messa la cultura.
«La cultura sarà la nostra salvezza», ha detto durante l’incontro. «Se vogliamo togliere i nostri figli, i nostri fratelli dalle strade, dalla delinquenza, dalla violenza, una delle armi che abbiamo è la cultura». Un concetto ribadito più volte, collegando il sapere al rispetto e alla possibilità di leggere il mondo con strumenti diversi.
Per Rocco Hunt, la cultura rappresenta una possibilità concreta di sottrarsi a destini già scritti, soprattutto per chi cresce in contesti difficili.
Il dialogo con gli studenti è entrato poi nella dimensione più personale. Alla domanda sul figlio Giovanni, avuto giovanissimo negli stessi anni dell’esplosione della sua carriera, Rocco Hunt ha risposto parlando della paternità come svolta reale. «Mio figlio è nato quando io e mia moglie eravamo due bambini praticamente», ha raccontato. «Io ho avuto mio figlio a 22 anni e mi ha cambiato la vita».
Il successo arrivato presto, la popolarità, il rischio di perdere il contatto con la realtà: tutto, nella sua lettura, è stato riequilibrato dalla famiglia.
Un ruolo centrale, nelle sue parole, lo ha avuto la moglie, definita «la mia ancora», la persona che lo ha tenuto con i piedi per terra nei momenti in cui la notorietà avrebbe potuto trascinarlo altrove. «Mi ha salvato nei momenti in cui potevo perdere la testa», ha spiegato.
E poi il figlio, vissuto come una spinta ulteriore. «Mio figlio è stata la motivazione per me», ha detto. «Quando è nato mi sono motivato ancora di più». Da quel momento, ha raccontato, la carriera ha smesso di essere soltanto una questione personale: diventare padre gli ha imposto una responsabilità diversa, lo ha reso più concentrato, più esigente, persino meno egocentrico.
«Quando ti nasce un figlio poi ti rendi conto che la vera star della casa non sei più tu, ma tuo figlio», ha aggiunto, strappando sorrisi al pubblico.
Oggi Giovanni ha nove anni, è «il primo fan» del padre, e la famiglia si prepara ad accogliere un altro bambino. Anche qui Rocco Hunt ha alleggerito il racconto con ironia: «È mia moglie che è in attesa, però siamo in attesa tutti e due. Dopo nove lunghi anni arriverà un altro maschietto. Se vado a comprare un cane, pure quello esce maschio».
Dalla vita privata alla musica, il confronto ha toccato il tema delle collaborazioni artistiche con gli artisti più giovani. Rocco Hunt ha ricordato gli inizi nel rap, quando il genere era molto più chiuso e le collaborazioni meno frequenti.
In quel percorso, ha spiegato, l’incontro con Clementino fu decisivo: «È stato uno dei primi artisti a darmi una mano e a credere in me quando io non ero nessuno e lui era già affermato». Una fiducia ricevuta allora che oggi l’artista prova a restituire alle nuove generazioni.
Da qui il riferimento a Geolier e ad altri ragazzi della scena campana e meridionale. «Il fatto che pochi abbiano creduto in me quando ero ragazzo è una ferita che mi è rimasta dentro», ha spiegato. Per questo, appena ne ha avuto la possibilità, ha iniziato ad aprire spazi ad artisti emergenti, convinto che collaborare significhi crescere insieme.
«Collaborare è uno scambio», ha detto ai ragazzi, invitandoli a non chiudersi nei propri schemi mentali e a riconoscere nel confronto un elemento fondamentale di crescita.
Il discorso si è allargato anche al lato più complesso dell’industria musicale. Rocco Hunt ha parlato di un ambiente spesso duro, nel quale i giovani rischiano di essere sfruttati, soprattutto quando arrivano da contesti popolari e non hanno ancora gli strumenti per difendersi.
«La musica, come tutti gli ambienti del lavoro, è un ambiente molto sporco», ha detto. «È facile trovare persone che se ne approfittano dell’ingenuità dei ragazzi». Da qui l’idea, quasi una proposta lanciata davanti agli studenti, di creare un polo artistico capace di sostenere i talenti del Sud e accompagnarli anche nella parte professionale del percorso.
Uno dei momenti più significativi è arrivato quando il confronto si è spostato sul Sud. La domanda degli studenti ha intercettato un tema attuale: il Mezzogiorno diventato brand, l’estetica napoletana ricercata ovunque, il dialetto ormai entrato nella moda, le periferie trasformate in set fotografici.
Rocco Hunt ha accolto la riflessione e l’ha riportata alla propria storia. Nel 2014, con «Nu juorno buono», portò il napoletano sul palco di Sanremo in un tempo in cui quella scelta era tutt’altro che scontata.
«Quando portai il napoletano sul palco del Festival era praticamente bandito», ha ricordato. «Oggi invece tutti vogliono cantare in napoletano».
Per lui il cambiamento racconta anche una battaglia culturale vinta da una generazione di artisti meridionali. «Io e tanti miei colleghi abbiamo lottato affinché il Sud diventasse figo, diventasse cool come lo è adesso», ha detto. Una riflessione che però non si ferma all’immagine. Rocco Hunt ha parlato di Napoli come di una città che negli ultimi anni ha saputo liberarsi da molti pregiudizi, diventando turistica, viva, più sicura, capace di mostrarsi per ciò che è.
Nel suo intervento è arrivata anche una riflessione sul rapporto tra rap e strada. «Quando io facevo rap, il sogno di ogni rapper era togliersi dalla strada, emanciparsi», ha spiegato. «Oggi vedo rapper che fanno il rap per emulare logiche di strada che magari non gli appartengono nemmeno».
Per Rocco Hunt, la musica deve servire a costruire possibilità nuove, a offrire strumenti di emancipazione, a trasformare il talento in prospettiva.
Il messaggio finale ai ragazzi è passato attraverso una parola: obiettivi. Rocco Hunt ha raccontato di aver visto amici imboccare strade sbagliate, alcuni dei quali oggi non ci sono più.
Nella sua esperienza, la differenza l’ha fatta proprio la presenza di un obiettivo: la musica, il lavoro, una passione, un mestiere, qualcosa capace di orientare le giornate e dare una direzione. «Quando una persona ha un obiettivo nella vita non si sentirà mai smarrita», ha detto. «Può essere la musica, lo sport, un mestiere, qualsiasi passione. Credete sempre in quello che fate, perché quella è la vostra salvezza».