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11/08/2025 ore 17.00
Società

Rosanna Scopelliti: «Il silenzio, la speranza e la responsabilità per dare verità a mio padre»

Durante la commemorazione per i 34 anni dell’uccisione per mano mafiosa del giudice Antonino Scopelliti, la figlia richiama magistratura, politica e cittadini a un impegno condiviso, tra cautela sulla riapertura del caso e il desiderio di risposte da dare alle nuove generazioni
di Silvio Cacciatore

Alla curva di Piale, dove il 9 agosto 1991 la mafia interruppe per sempre la vita del giudice Antonino Scopelliti, cittadini ed istituzioni hanno ricordato il magistrato a 34 anni dalla morte. La figlia Rosanna, che oggi porta avanti la memoria del padre con un impegno quotidiano nel sociale attraverso la fondazione a lui intitolata, è intervenuta trasformando la cerimonia commemorativa in un atto di coscienza collettiva. Un appello diretto a chi ha il potere e il dovere di fare chiarezza, senza più indugi.

Una parte importante del suo discorso è stata dedicata al valore del silenzio, che per anni ha scelto – nei giorni della commemorazione – come forma di protesta verso un sistema che riteneva non stesse operando nel modo giusto. Un silenzio difficile da comprendere e spesso frainteso, ma per lei profondamente incisivo. «Tante volte – ha spiegato – il silenzio non viene capito, viene interpretato come stizza o immaturità. Ma talvolta le proteste silenziose sono quelle che riescono ad arrivare più a fondo delle parole gridate». E proprio in quella curva, immersa nel vento e nel rumore del mare, ha ricordato che la parola acquista valore anche dalla sua assenza.

L’intervento ha poi guardato all’oggi, in un anno segnato dalla riapertura delle indagini e dal Giubileo della Speranza. Una combinazione che, pur alimentando l’ottimismo, non cancella la prudenza. «Forse siamo sulla strada giusta – ha detto – e forse le sofferenze di questi anni hanno portato a un passaggio successivo. Ma se la giustizia arriva dopo più di trent’anni, è una giustizia a metà, una verità a metà, che ha lasciato spazio al dolore e alla rassegnazione». Per Rosanna, credere nel lavoro della magistratura non significa rinunciare a pretendere tempi certi e risposte concrete: «La rassegnazione non fa parte di noi. Qualcosa cambierà, ma bisogna agire ora».

Il nucleo centrale del suo messaggio è stato un forte richiamo alla responsabilità condivisa. Un concetto che, nelle sue parole, supera la dimensione individuale per abbracciare politica, istituzioni, magistratura, forze dell’ordine e cittadini. «La responsabilità – ha sottolineato – non è solo verso il proprio lavoro o le proprie ambizioni. È verso chi crede in noi, verso chi si fida della giustizia, verso i ragazzi che incontriamo nelle scuole, verso le persone che aspettano risposte da troppo tempo». Un invito diretto a non “cantarsela e suonarsela” tra chi già conosce la storia di Nino Scopelliti, ma ad allargare la platea, perché «ci sono ancora tante persone che non sanno chi fosse e cosa rappresentasse».

La parte più personale è arrivata parlando di sua figlia, che non ha mai conosciuto il nonno se non in fotografia. «Vorrei poterle dare una risposta e farle capire perché non può abbracciarlo – ha detto -. È la mia responsabilità di madre, ma anche quella che ho come presidente della Fondazione». Un desiderio che si fonde con un’urgenza che dura da quando era poco più che ventenne: «Sono passati trentaquattro anni, l’anno prossimo saranno trentacinque. Non è fretta dell’ultimo minuto, è una fretta che porto dentro da sempre».
Al termine del discorso, Rosanna Scopelliti ha trasformato l’appello in un impegno comune: «La responsabilità che porto è condivisa con tutte le persone che oggi sono qui, e soprattutto con quelle che non ci sono. Perché questa storia non riguarda solo la mia famiglia, ma tutti noi». Parole che, tra vento e silenzio, hanno lasciato un’eco destinata a durare oltre la cerimonia.