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27/01/2026 ore 21.00
Società

Spangher, Turco e gli avvocati del Comitato “Pannella Sciascia Tortora”: «Separare le carriere per dare piena attuazione al giusto processo»

Protagonisti autorevoli esponenti del fronte del Sì. Al centro del dibattito la separazione delle carriere dei magistrati, letta come completamento coerente del processo accusatorio introdotto nel 1988 e dei principi costituzionali del giusto processo

di Elisa Barresi

Un confronto pubblico sul Referendum per la riforma Nordio ha visto protagonisti autorevoli esponenti del fronte del Sì. Al centro del dibattito la separazione delle carriere dei magistrati, letta come completamento coerente del processo accusatorio introdotto nel 1988 e dei principi costituzionali del giusto processo

Ad aprire il confronto è stato il professor Giorgio Spangher, emerito di procedura penale all’Università La Sapienza di Roma, che ha ricostruito l’evoluzione storica dell’ordinamento giudiziario italiano, soffermandosi sull’articolo 190 della legge di ordinamento giudiziario, rimasto in vigore fino al 2006.

«La magistratura unificata nasce da una visione dello Stato in cui giudici e pubblici ministeri sono un’articolazione interna di un unico potere. Si distinguono per funzioni, ma non per ruolo istituzionale», ha spiegato Spangher.

Secondo il professore, il Costituente del 1948 non riscrisse l’ordinamento giudiziario per mancanza di tempo, rinviando la riforma a un momento successivo.

«La Costituzione sapeva che quel sistema andava cambiato, ma l’ordinamento giudiziario di Grandi restò in vigore perché non c’erano strumenti alternativi. È così che giudici e pubblici ministeri sono rimasti insieme nel CSM».

Dal processo inquisitorio al processo di parti

Spangher ha poi ripercorso il lungo cammino verso il nuovo codice di procedura penale del 1988, sottolineando come terrorismo e criminalità organizzata abbiano a lungo congelato ogni tentativo di riforma garantista.

«Le riforme non nascono per caso: servono condizioni politiche e sociali favorevoli. Quel momento arrivò nel 1988, quando il Parlamento votò all’unanimità una legge delega per cambiare radicalmente il processo penale».

Un passaggio chiave riguarda la natura del nuovo modello processuale: «Non è un processo accusatorio all’americana. È un processo di parti. E la sua filosofia è semplice: chi accusa non può giudicare».

Per Spangher, la separazione delle carriere è quindi una conseguenza logica e necessaria di quel modello: «Il processo del 1988 vive sulla parità delle parti e sulla terzietà del giudice. Senza una chiara distinzione tra chi giudica e chi accusa, quel disegno resta incompiuto».

Il Comitato per il Sì: «La riforma è già scritta nella Costituzione»

Nel dibattito sono intervenuti anche gli avvocati del Comitato per il Sì “Pannella Sciascia Tortora”, che hanno ribadito come la riforma non rappresenti una rottura, ma l’attuazione di principi già presenti nell’ordinamento.

«Siamo di fronte a una riforma che deve solo essere messa in esecuzione», ha affermato un esponente del Comitato. «Dal 1988 il processo è accusatorio, e dal 1999 l’articolo 111 della Costituzione parla chiaramente di giudice terzo e imparziale».

Secondo il fronte del Sì, la separazione delle carriere non è una bandiera ideologica: «Non è una riforma della destra o della sinistra. È una riforma voluta dalla sinistra riformista, da giuristi come Sabino Cassese, Giovanni Maria Flick, e sostenuta da figure come Giovanni Falcone».

CSM e sorteggio: «Nessun attacco all’autonomia»

Ampio spazio è stato dedicato anche alla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e al tema del sorteggio dei componenti.

«Il sorteggio non incide sull’autonomia della magistratura», è stato sottolineato. «I CSM restano composti a maggioranza da magistrati e presieduti dal Presidente della Repubblica. Più garanzie di così è difficile immaginarne».

Le critiche al fronte del No

Duro l’intervento contro le recenti campagne contrarie alla riforma, giudicate allarmistiche e fuorvianti. «Abbiamo assistito a manifesti e messaggi che evocano scenari di violenza del tutto infondati», è stato denunciato. «Accostare questa riforma a tragedie e omicidi è semplicemente vergognoso».

«Votare Sì per una giustizia costituzionalmente giusta»

Il confronto si è chiuso con un appello chiaro agli elettori. «Votare Sì significa dare piena attuazione ai principi del giusto processo voluti dal Costituente», hanno concluso i relatori. «È una scelta di responsabilità per una giustizia più equilibrata, più credibile e davvero al servizio dei cittadini».