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08/08/2023 ore 17.36
Società

Strage di Marcinelle, il sindaco Verduci: «Motta San Giovanni ricorda il sacrificio dei suoi minatori» - VIDEO

Nel 67esimo anniversario della violenta esplosione della miniera di carbone in Belgio, la memoria dei tanti emigrati rivive in chi resta anche nel comune reggino. Oggi un momento di memoria e domani la manifestazione Vita da Minatore. A settembre il Minatore d’oro
di Anna Foti

«La storia dei nostri minatori parla di lavoro e fatica, di un sofferto contributo al progresso e del sacrificio per la propria famiglia. Una storia che a Motta San Giovanni nessuno dimentica. Negli anni ‘50-‘60 la nostra migliore gioventù è emigrata per lavorare e non far mancare il pane ai familiari. Ai genitori anziani, alla moglie e ai figli. La memoria di questo sacrificio è per la nostra comunità un valore fondante».

Con queste parole il sindaco di Motta San Giovanni, Giovanni Verduci, omaggiando le vittime della strage di Marcinelle dell’8 agosto del 1956, ha ricordato il sacrificio della sua comunità. Stamane un momento di memoria collettiva e domani in piazza della Municipalità, la 6ª edizione della manifestazione Vita da Minatore” col tema Il Percorso del Pane. A promuoverla l’associazione Minatori “Commemorare per Ricordare”.


«Un momento molto sentito dalla nostra comunità che culminerà a settembre con l’appuntamento consueto con il Minatore d’oro. Siamo per altro particolarmente contenti del finanziamento Cis destinato proprio al percorso di memoria dei nostri minatori che dal centro storico arriverà a questo monumento». Lo ha annunciato ancora il sindaco Giovanni Verduci.

La memoria di Motta San Giovanni

Eccellenze maturate nelle cave presenti sul territorio di Lazzaro e Motta San Giovanni da cui si estraevano le pietre necessarie per plasmare la calce. Così furono circa due mila i cittadini mottesi chiamati da tutta Italia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta per la costruzione di quelle gallerie per noi che saremmo venuti dopo. Di questi, oltre un centinaio persero la vita nelle gallerie. Circa cinquecento morirono di silicosi all’età di quarant’anni o poco più, mentre questa malattia uccideva nel silenzio, lontano da qualsivoglia riconoscimento.

La memoria è ancora viva nella comunità di Motta San Giovanni che non dimentica la durezza e la fatica della vita, quel sudore del lavoro in miniera, il sangue del sacrificio. Tutto ciò, insomma, in cui risiede l’essenza della dignità del popolo mottese.

Una memoria che non cede all’oblio e che ha come tracce un monumento e una piazza intitolata già nel 1958 ai concittadini emigrati per lavorare in miniera.

La memoria della Repubblica

«Nel ricordo di quanto accaduto al Bois du Cazier, possa essere onorata la memoria di tutti gli italiani caduti sul lavoro all’estero. L’emigrazione dei nostri connazionali e il sacrificio hanno segnato l’identità dell’Italia e anche lo stesso processo d’integrazione europea». Memoria e speranza rispetto al lavoro che ancora oggi è sacrificio ed emigrazione e al cammino europeo di integrazione e accoglienza. Invitano a questa riflessione le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 67esimo anniversario della violenta esplosione nella miniera di carbone di Charleroi, al Bois du Cazier di Marcinelle in Belgio, oggi bene Unesco. Persero la vita di 262 persone, 136 italiani prevalentemente abruzzesi, pugliesi e calabresi. Dal 2001 la ricorrenza è stata proclamata Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.

Erano trascorsi già dieci anni da quell’accordo italo-belga secondo il quale i due paesi si sarebbero scambiati, come poi avvenne, carbone e manodopera. Tra coloro che vissero in miseria e che non fecero più ritorno ci sono anche seicento italiani. Una parte cospicua dei quasi duecento mila emigrati in Belgio, che nel decennio compreso tra il 1946 e il 1956 morirono nelle miniere. Prezzo altissimo pagato dal governo italiano, e soprattutto dal Sud Italia, che però ottenne a basso costo ingenti quantità di carbone per le industrie del Nord. L’episodio più grave e più drammatico avvenne proprio l’8 agosto del 1956 in Belgio.

Gli eroi del sottosuolo

A Motta San Giovanni campeggia anche un marmo bianco che ricorda l’evento del 19 aprile 1966. A onorare i minatori mottesi giunse a Motta San Giovanni anche il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. «A ricordo perenne della schiera di Caduti, dal Sempione a Kariba viva testimonianza, che dagli Eroi dello spazio ai martiri del sottosuolo è tutta una sovrumana poesia d’altruismo, che si eterna per il progresso dei popoli nei secoli».

Il dramma della silicosi

A seguito del rientro di molti emigrati, la silicosi entrò prepotentemente nella vita dei minatori mottesi, delle loro famiglie e così nella storia e della possibilità di futuro di Motta San Giovanni negli anni Cinquanta, incidendo pesantemente sulla vita e sulle prospettive dell’intero paese, che intanto era diventato il paese di minatori.

La battaglia per i diritti

Il comune di Motta San Giovanni intraprese battaglie importanti vedendo morire i figli tornati dalle miniere. È proprio del 1956, anno della tragedia di Marcinelle, la prima delibera del comune di Motta che si occupa di minatori, degli uomini della sua comunità, dei padri dei figli della sua comunità.

Persone come Benedetto Mallamaci, uomo e medico profondamente legato a Motta San Giovanni di cui fu sindaco nella seconda metà degli anni Sessanta.

Egli si battè con determinazione per il riconoscimento dei diritti dei minatori che, per un lavoro espletato per molte ore al giorno in condizioni di assoluta insicurezza e insalubrità, venivano affetti da tubercolosi, insufficienze respiratorie e scompensi cardiaci. Fu lui a battersi per riconoscere il legame scientifico, ignorato fino al 1975, anno in cui venne emanata l’apposita legge numero 780, tra la silicosi generata dalla perpetuata e prolungata inalazione di silicio nelle miniere e nelle gallerie, e queste patologie. Una conquista per la medicina che ha il sapore sacrosanto di giustizia sociale, laddove la consacrazione in legge di questo legame diretto ha consentito il riconoscimento della silicosi come malattia professionale.
 
Un contributo di vita e di dignità senza prezzo quello offerto dalla comunità mottese, dove indimenticata è anche la figura del medico Bruno Attinà, già sindaco della cittadina nel 1994 e scomparso nel 1999, emblema del medico uomo che ascoltava le persone ammalate, curava la malattia con i mezzi della medicina e curava la persona con la forza della solidarietà autentica verso chi vive una situazione di sofferenza.

L’esplosione dell’8 agosto 1956

Un errore umano alla base dell’esplosione. Questo il risultato dell’inchiesta condotta in seguito. Nessuna responsabilità per i proprietari della miniera che si limitavano a sottopagare gli operai, senza neanche fornire loro le adeguate misure di protezione o garantire la sicurezza sul lavoro. Così in quella miniera a Marcinelle, un incidente di carico si trasformò in un disastro, in una strage. Di due vagoncini carichi di carbone, uno si bloccò ma la gabbia li trascinò tranciando i cavi elettrici ad alta tensione, la condotta dell’olio e dell’aria compressa che con la ventilazione alimentò un incendio di dimensioni ingovernabili. Le operazioni di soccorso e di recupero dei corpi durarono fino al successivo 23 agosto. Fuori una folla di parenti era accorsa per sperare.

La morte di Abele

Quel carbone, estratto dalle miniere, che un tempo ha dato il lavoro e tolto la vita, ha rappresentato un segmento di un progresso di cui si è goduto ma che ancora stiamo pagando.
 
L’uomo e la storia ingrata e spietata alimenta quel grido di Marcinelle cantato in modo struggente dal poeta Emilio Argiroffi nella “Trenodia per la morte di Abele ovvero Alo qui Marcinelle” (edito Laruffa). In quel grido confluiscono i drammi di un’epoca, non l’unica, in cui si insegue a spese di tanti il benessere di pochi senza etica, senza scrupoli, senza una visione in cui ci siano libertà e giustizia per tutti; i drammi di un’epoca in cui Abele muore e gli innocenti vengono massacrati. Come a Marcinelle.