Tutta la vita in una settimana, la forza di Nonna Raffaella che resiste nell'inferno di San Lorenzo
Prima il lutto del marito, pochi giorni dopo l’alluvione e lo sfollamento: tra mobili distrutti, ricordi sommersi dal fango e pochi oggetti salvati, il racconto di una donna che ha perso quasi tutto, ma non la dignità e la voglia di andare avanti
Un filo di spago a tenere chiuse le imposte di una porta in legno. Una di quelle antiche, non fatte per tenere fuori il pericolo di un ladro ma pensate per aprirsi ed accogliere. E non importa che la casetta all’interno sia modesta. Non importa che un paio di giorni prima siano entrati cinquanta centimetri di acqua e fango. «Entra», mi dice telegraficamente un’anziana.
San Lorenzo è stato in assoluto uno dei comuni più colpiti dal terribile nubifragio dello scorso fine settimana: qui venti persone sono state evacuate dalle loro case. Un gruppo di abitazioni strette fra la 106 e la ferrovia, a pochi passi dalla rotatoria di Pilati e tutto intorno giardini e coltivazioni. Poco più sotto il mare che solo qualche mese fa aveva già fatto tanta paura.
La signora Raffaella sfila lo spago bianco ed apre le imposte: dentro ciò che rimane di una cucina soggiorno, un bagno ed una piccola camera da letto. Sul tavolo un plateau di conserve sott’olio fatte in casa: «le ho prese da lì – mi dice indicandomi la parte bassa della credenza invasa dal fango –. Sono una delle poche cose che sono rimaste ‘sane’». Una casa modestissima, e dentro i sacrifici di una vita. Dalla porta si intravede la camera da letto ed alcuni vestiti appesi a delle grucce sul bordo dei mobili. Sono tutti sporchi di fango ormai seccato.
La signora Raffaella si avvicina e me li mostra. «Questi sono riuscita a salvarli». Sono tutti vestiti da signora. Alcuni semplici, altri un po’ più eleganti. «Il materasso era nuovo, ma adesso è da buttare come tutto il resto». Si vede nettamente la divisione fra il bianco del pulito ed il beige marroncino dell’acqua. È ancora bagnato, e difatti sul pavimento in alcuni punti della casa ci sono ancora delle pozze d’acqua. «Ho fatto quello che ho potuto, ma i miei vicini e i miei nipoti mi hanno dato una mano».
Usciamo fuori casa, in un piccolo cortiletto dove è parcheggiata una vecchia Fiat 500 color rosso acceso. Bellissima, ma anch’essa ferita dall’acqua e dal fango che non le hanno lasciato scampo invadendola all’interno. Me l’aveva mostrata poco prima il sindaco Sandro Polimeni che ho seguito dopo il vertice con la Protezione Civile al Com di Melito. «Qui è esondato un corso d'acqua – spiega il sindaco mostrandomi il torrente distante un centinaio di metri –. Ha invaso la campagna e poi l'acqua poi si è riversata dentro le case. Abbiamo dovuto provvedere alla loro evacuazione, intanto. Ma questa gente ha perso tutto e non possiamo girarci indietro». Durante la riunione si è discusso dello stato di calamità naturale, e di come provare a risolvere le problematiche che hanno causato tutto questo disastro. «Una cosa è certa – dice il sindaco –, che la scarsa manutenzione dei torrenti e la scarsa manutenzione delle strade ha portato oggi a dover fare i conti con danni ingenti davvero».
Dentro casa e fuori casa i segni della tempesta sono ovunque. «Vedi – mi dice la signora Raffaella –, mio marito è morto da nemmeno otto giorni, ed invece di piangerlo mi sono ritrovata a pulire tutto questo fango».
Perdere il compagno di una vita e poi perdere la propria casa. Perdere tutto, nel giro di una settimana. Tutto, ma non la dignità e la forza di voler andare avanti. La signora Raffaella abbassa lo sguardo verso la credenza. E l’unica cosa che ho potuto sinceramente fare è stata abbracciarla. Forte. Come un figlio, come un nipote. Perché penso che la signora Raffaella debba essere oggi un po’ la nonna e la mamma di tutti, e noi tutti dobbiamo essere nipoti e figli suoi. Quelle conserve, quel filo di spago a tenere la porta, quegli abiti appesi, quella cinquecento vecchia ma ancora marciante, sono tutto ciò che resta di una vita umile e preziosa, che serve a farci capire cosa conta davvero nella vita e che cosa invece dovremmo mettere in discussione.