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29/10/2026 ore 17.58
Società

«Una casa dei diritti di tutti a Reggio», un bene confiscato diventa sede dell’équipe per la disabilità

Asp e Comune insieme all’EISS per costruire percorsi personalizzati con le persone e le loro famiglie. Dall’assistenza all’inserimento lavorativo, il percorso trova oggi una sede e uno spazio di riferimento

di Aldea Bellantonio

Un bene confiscato restituito alla città, dove riunire competenze sanitarie e sociali e costruire, insieme alle persone con disabilità e alle loro famiglie, risposte che tengano conto anche della possibilità di lavorare, partecipare alla vita cittadina, diventare più autonome. A Reggio Calabria l’EISS, l’équipe integrata multidisciplinare per i progetti di vita, ha una sede fisica: uno spazio di fronte agli uffici dell’Asp di via Diana, destinato dal Comune a un’attività che i due enti portano avanti già da alcuni anni.

L’inaugurazione è stata accompagnata dalla sottoscrizione dell’accordo interistituzionale, con l’assessore comunale al Welfare Lucia Fio, delegata dal sindaco. A illustrare il percorso, la direttrice generale dell’Asp Maddalena Berardi e Fortunata Tripodi, coordinatrice dell’integrazione socio-sanitaria.

«È una casa dei diritti di tutti», dice Tripodi ai nostri microfoni. Dentro lavoreranno insieme professionisti dell’azienda sanitaria e del Comune: assistenti sociali, psicologo, pedagogista e medici, con competenze che vanno dalla neurologia alla neuropsichiatria infantile, dalla psichiatria alla geriatria, affiancati dal personale amministrativo. Una composizione pensata per affrontare bisogni che spesso attraversano più servizi e che richiedono una valutazione condivisa.

Per Berardi, dare una sede riconoscibile a questo lavoro significa offrire anche un riferimento concreto ai cittadini. «Quando il bisogno sanitario incontra quello sociale, e nella maggior parte dei casi è così, ci vuole un coordinamento serio ed efficace». Un’esigenza che riguarda sia l’organizzazione delle risorse pubbliche sia la capacità di rispondere a disabilità e fragilità diverse per gravità e complessità.

L’équipe nasce da un accordo avviato circa due anni fa con la Città metropolitana e il Comune. Nello stesso percorso si inserisce il coordinamento dell’integrazione socio-sanitaria dell’Asp, un’unità organizzativa che risponde direttamente alla direzione e lavora con gli ambiti territoriali per individuare e affrontare i bisogni socio-assistenziali. La sede dà ora un luogo stabile a questa collaborazione.

La direttrice insiste soprattutto sul criterio che deve orientare le scelte: «La programmazione deve seguire i numeri, le valutazioni e solo così possiamo dire che raggiungiamo i cittadini». Il rischio da evitare, osserva, è che le risposte dipendano dalla capacità di farsi ascoltare più che dall’effettiva necessità di assistenza.

Il progetto di vita prende forma proprio dall’incontro tra la valutazione sanitaria e la dimensione sociale. Tripodi lo spiega partendo dalla propria esperienza di medico: «Ho imparato a conoscere e a capire le diagnosi, a guardare le disabilità con un occhio medico. Ma mi rendo conto che la salute non può e non deve essere solo una parte di diagnosi e di terapia, deve essere anche una parte sociale».

Il lavoro raccontato dalla coordinatrice ha già portato alla definizione e sottoscrizione di circa 210-220 progetti di vita, attraverso la collaborazione con l’ambito di Reggio e con altri ambiti territoriali. Percorsi che hanno riguardato anche persone con patologie neurologiche gravissime, dalla Sla alla sclerosi multipla, e che si affiancano agli interventi per la disabilità grave e gravissima, al Dopo di noi, ai progetti per gli anziani e alla domotica.

Un passaggio significativo riguarda il coinvolgimento del Centro per l’impiego. Tripodi riferisce di progetti costruiti intorno a ragazzi con sindrome di Down che hanno trovato un’occupazione a tempo indeterminato. Il punto, spiega, è riconoscere le potenzialità delle persone e individuare gli strumenti che consentano loro di esprimerle, anche sul lavoro.

È su questo aspetto che si sofferma anche l’assessore Lucia Fio. «Il progetto di vita non è semplicemente dispensare servizi, è costruire la reale inclusione». Per riuscirci, aggiunge, i percorsi devono essere «costruiti su misura», tenendo conto dei bisogni della persona e della famiglia che l’accompagna. La presenza nello stesso luogo dell’équipe sociale e di quella sanitaria serve a rendere possibile questo confronto, fin dai colloqui con gli interessati.

La scelta dell’immobile lega il nuovo servizio al recupero di un bene confiscato, destinato dal Comune a una funzione pubblica. «Un bene che oggi noi restituiamo alla città», sottolinea Fio. Il valore dell’apertura, nelle sue parole, si misurerà nella possibilità di dare seguito a diritti concreti: le persone con disabilità «hanno diritto al lavoro, hanno diritto a partecipare alla città, hanno diritto ad avere una vita come tutti noi».