Sezioni
16/03/2026 ore 16.32
Società

Violenza sulle donne, Comi: «In Calabria servono consultori aperti anche nel weekend»

La presidente dell’associazione Quote Rosa: «Occorre anche più sostegno alle case rifugio. Senza un rafforzamento strutturale dei finanziamenti e senza una rete territoriale più forte, il rischio è che la risposta resti insufficiente rispetto ai bisogni reali»

di Redazione

«In Calabria i centri antiviolenza sono presenti in misura superiore alla media nazionale in proporzione alla popolazione femminile, ma restano ancora troppo distanti da molte donne che vivono nelle aree interne e nei piccoli comuni. A dirlo sono i dati più recenti diffusi dall’Istat, che mostrano come nella regione una larga parte delle strutture operi su scala regionale o sovraregionale: il 69,2% dei centri ha infatti un bacino di intervento molto ampio, segnale di una rete che esiste ma che spesso fatica a garantire prossimità reale sul territorio».
È da questa fotografia che parte l’intervento di Anna Comi, presidente dell’associazione Quote Rosa, che richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare soprattutto il sistema dei consultori familiari.
«Il dato ci dice che non basta avere strutture formalmente presenti – osserva Anna Comi – perché se i servizi restano lontani o difficilmente accessibili, molte donne continuano a non trovare un aiuto tempestivo, soprattutto nei momenti più delicati.
Secondo l’analisi, il vero punto critico resta infatti la tenuta dei servizi territoriali di prossimità: consultori spesso sottodimensionati, personale insufficiente, aperture limitate ai soli giorni feriali e difficoltà nel garantire continuità di presa in carico.
Per Quote Rosa la priorità è chiara: servono nuove assunzioni di personale qualificato, con psicologhe, assistenti sociali, ginecologhe ed educatrici professionali stabilmente inserite nei consultori, insieme a un ampliamento degli orari di apertura anche nel fine settimana.

Molte richieste di aiuto arrivano proprio quando i servizi sono chiusi – sottolinea Comi – e questo può fare la differenza tra intervenire in tempo oppure no.
Il quadro nazionale rafforza questa esigenza: i centri antiviolenza in Italia sono passati da 281 nel 2017 a 409 nel 2024, ma nel Sud il numero medio di donne accolte per centro resta molto inferiore rispetto al Nord, segnale che la rete fatica ancora a intercettare pienamente il bisogno
Particolarmente preoccupante è poi il dato che riguarda i minori: quasi l’80% dei figli delle donne seguite dai centri assiste alla violenza subita dalla madre e in un caso su quattro subisce a sua volta violenza diretta
Quando parliamo di violenza – aggiunge Anna Comi – non parliamo solo di emergenza femminile, ma di una ferita sociale che coinvolge intere famiglie e incide sulle nuove generazioni.
Per questo l’associazione chiede anche un sostegno economico stabile alle realtà associative che gestiscono case rifugio e centri antiviolenza, spesso impegnate quotidianamente con risorse limitate e personale ridotto.
Le associazioni – conclude Comi – stanno reggendo una parte essenziale del sistema di protezione. Senza un rafforzamento strutturale dei finanziamenti e senza una rete territoriale più forte, il rischio è che la risposta resti insufficiente rispetto ai bisogni reali delle donne calabresi».