Reggina, dal «parliamone a maggio» alla fine annunciata: la stagione amaranto si chiude con più domande che risposte
Tre anni senza identità né continuità: la cronaca di un’incompiuta che rischia di diventare normalità
C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa il rammarico dalla resa. La Reggina l’ha attraversata senza accorgersene, passando nel giro di poche settimane da una fiducia ostinata a una presa d’atto inevitabile. E in questo passaggio c’è tutta la fotografia di una stagione contraddittoria, fatta di slanci e cadute, di promesse e smentite.
A segnare simbolicamente questo cambio di prospettiva sono le parole di Alfio Torrisi. Non molto tempo fa, il tecnico invitava tutti a rimandare ogni giudizio: «Parlerei di rammarico il 3 maggio». Un modo per dire che il campionato era ancora aperto, che la rincorsa poteva compiersi fino all’ultimo metro.
Oggi, invece, quello stesso rammarico è stato anticipato. E ha assunto una forma molto più netta: il campionato è finito.
Analizzare la stagione della Reggina significa inevitabilmente dividerla in due tronconi. Il primo è quello dell’avvio disastroso: dodici punti nelle prime dodici partite, quattro sconfitte nelle prime otto giornate, una media da zona retrocessione. Un handicap pesantissimo, che ha compromesso fin da subito l’equilibrio della corsa promozione.
Il secondo è quello della reazione. Con Torrisi in panchina, la squadra ha cambiato passo, trovando continuità, risultati e persino entusiasmo. La classifica, lentamente, ha iniziato a ricomporsi. Una rimonta che, per andamento e tempistiche, non aveva nulla di miracoloso, ma tutto di concretamente possibile.
E proprio per questo, oggi, pesa ancora di più. Perché arrivare così vicino e non completare l’opera trasforma una buona rincorsa in un’occasione persa.
La Reggina ha dimostrato di poter competere con le migliori. Gli scontri diretti lo confermano. Ma i campionati non si vincono solo negli appuntamenti di cartello: si costruiscono, settimana dopo settimana, contro chi sulla carta è inferiore. Ed è lì che la squadra ha tradito le aspettative.
Pareggi evitabili, sconfitte inattese, una difficoltà cronica a concretizzare le occasioni nei momenti decisivi. Una fragilità che non riguarda solo la tecnica o la tattica, ma anche l’approccio mentale. Perché vincere un campionato significa avere continuità, non picchi. E la Reggina, questa continuità, non l’ha mai trovata davvero.
Torrisi ha più volte rivendicato il proprio lavoro, sottolineando come, dal suo arrivo, la squadra abbia avuto il miglior rendimento del girone di ritorno. Un dato reale, supportato dai numeri. Ma i numeri, da soli, non bastano a spiegare tutto.
Accanto ai risultati, c’è stata una narrazione spesso orientata alla difesa: il peso dell’avvio negativo, i limiti della rosa, le responsabilità pregresse. Elementi veri, ma che, ripetuti con insistenza, hanno finito per spostare il focus più sul passato che sul presente. E soprattutto hanno reso ancora più evidente la distanza tra l’ottimismo dichiarato settimane fa e la resa di oggi.
In questo contesto, si inserisce un tema delicato ma centrale: quello delle vicende extracampo. Esposti, indagini, possibili irregolarità. La società si è mossa, come altre, per tutelarsi, anche in riferimento a situazioni che coinvolgono club come il Messina.
È legittimo. È parte del sistema. Ma non può diventare l’orizzonte principale. Perché c’è una verità che nel calcio resta immutabile: i campionati si vincono sul campo. Prima di tutto. Più di tutto. Sperare in penalizzazioni altrui, confidare in ribaltoni giudiziari, attendere sentenze che possano riscrivere la classifica è un esercizio pericoloso. Non solo perché incerto, ma perché rischia di spostare l’attenzione dalle proprie responsabilità.
La Reggina ha avuto le occasioni per vincere questo campionato. Le ha costruite, le ha sfiorate, le ha anche meritate in alcuni momenti. Ma non le ha concretizzate. E questo dato resta, al di là di qualsiasi decisione esterna.
Affidarsi all’extracampo come possibile scorciatoia verso la promozione significa, in fondo, accettare di non aver completato il proprio percorso sportivo. Perché il problema è più profondo.
Tre anni consecutivi in Serie D non possono più essere letti come una parentesi. Sono il risultato di una gestione che, finora, non è riuscita a costruire continuità né identità. La continua rotazione di giocatori ha impedito la costruzione di una base solida, mentre il rapporto con l’ambiente si è progressivamente irrigidito.
In questo contesto, l’unica certezza è rimasta la presenza dei tifosi, sempre costante anche nei momenti più difficili. Un punto fermo che rende ancora più evidente la distanza tra ciò che la Reggina rappresenta e ciò che riesce oggi a esprimere.
Adesso il club si trova davanti a un passaggio decisivo. Non bastano più le parole né le giustificazioni. Serve una visione chiara, una struttura credibile, una progettualità che interrompa questo ciclo di incompiutezza.
Perché il rischio più grande non è aver perso un campionato, ma iniziare a considerarlo normale. E allora sì, il rammarico è legittimo. Ma arriva tardi. E soprattutto non può essere l’unico punto di partenza.
Perché questo campionato la Reggina non lo ha perso ieri. Lo ha perso strada facendo. E nessuna sentenza potrà cambiare davvero questa verità.